giovedì 29 dicembre 2011

Viva la vida!



Miguel Angel chiuse gli occhi e i ricordi gli scorsero davanti. Rivide quel giorno di ottobre del 1936 all’università di Salamanca, quando il Rettore, Miguel de Unamuno in un’aula magna stracolma prese la parola per condannare senza mezzi termini i ribelli falangisti che avevano occupato la città preparandosi a conquistare la Spagna intera. – Vincerete – aveva detto – ma non convincerete. Vincerete, perché avete forza bruta in abbondanza, ma non convincerete, perché convincere significa persuadere. E per persuadere avreste bisogno di qualcosa che non avete: la ragione e il diritto...
Il generale Millan Astray, gli occhi iniettati di sangue lo aveva interrotto con voce forte: – A me la legione, viva la muerte! – dalla sala, si era levato prima un brusio, poi poco a poco un insieme di voci indistinte, in un mormorio crescente, finché su tutte si era alzato un grido – Viva la muerte, abajo l’inteligencia. Miguel Angel aveva provato un senso di  repulsione nell’assistere a quella scena e dal profondo aveva sentito salire un moto di naturale ribellione. – Viva la vida! – aveva replicato il rettore dal suo palco provocando ancora reazioni contrastanti nella sala stipata come non mai. – Viva la vida! – aveva urlato a sua volta a squarciagola Miguel Angel, senza pensare alle conseguenze. Poi si era  alzato in piedi a fronteggiare i legionari che si erano stretti attorno al generale che se ne stava lì, senza ribattere, ma con un sorriso beffardo stampato sul viso, sicuro di essere dalla parte di chi non ha la ragione, ma ha la forza, dalla parte di chi può fartela pagare. – Viva la muerte, abajo l’inteligencia.  Una frase insopportabile, anche in quei giorni in cui si moriva per un nulla, per uno star di qua o di là. Giorni in cui bastava una parola sbagliata per rischiare la pelle. La vita era appesa a un filo e le idee pesavano come macigni. Tutto era così deciso e definitivo senza posto per i dubbi e i ripensamenti. E dubbi non ne aveva avuti neppure lui, Miguel Angel, giovane studente di filosofia, allievo di Unamuno, all’università di Salamanca, in quel giorno di ottobre del 1936. Ripensando a quel momento Miguel Angel sentiva ancora un brivido lungo la schiena, mentre un sottile senso di nausea lo pervadeva. o forse era l’aria fredda del mattino a entrargli nelle ossa? La sfida che aveva lanciato ai legionari nell’aula magna gli era costata cara. Se ne rese conto al termine della lezione, quando un manipolo di uomini in divisa, spalleggiati da un gruppetto di giovani civili, lo aveva aspettato sulla porta dell’ateneo per fargliela pagare. Lo avevano percosso in tutto il corpo intimandogli di gridare – Viva la muerte! – Non lo fece. Più arrivavano i colpi e più si ostinava a ripetere – Viva la vida! – Prima lo gridò, poi, man mano che le forze lo abbandonavano, lo disse sempre più piano, ma con eguale determinatezza: “Viva la vida!”, “Viva la vida!” come una lunga, estenuante giaculatoria. Lo avevano lasciato per morto, ai piedi della scalinata, mentre gli astanti guardavano intimoriti senza intervenire. Quando finalmente il gruppo dei violenti se ne fu andato, qualcuno aveva preso coraggio e si era avvicinato al corpo esanime steso per terra. Non era morto, ma le sue condizioni erano sembrate disperate. Si era risvegliato il giorno dopo su un letto, in una grande camera piena di gente e di voci. Gente che andava e veniva, suore con i grandi cappelloni bianchi inamidati, uomini con il camice, che passavano da un letto all’altro annuendo o scuotendo la testa, a seconda dei casi. Nell’aria, un brusio soffuso e un forte odore di medicinali. Non ci aveva messo molto a rendersi conto di dove si trovava. – Bentornato tra noi – gli aveva detto una voce al suo fianco. Si era voltato a fatica e aveva visto un uomo dal camice bianco, con un sorriso appena accennato sul viso contornato da una barba non rasata da qualche giorno. due occhiali rotondi, di metallo chiaro con le stanghette arrotolate intorno alle orecchie. Miguel Angel aveva cercato di metterlo a fuoco: era un medico, non poteva essere altro che un medico. – Come si sente? – gli aveva chiesto. Come si sentiva? Troppo presto per dirlo. Si era appena risvegliato da un sonno profondo, il corpo appiccicato al lettino con le ossa che parevano sparpagliate senza un ordine preciso. I sensi erano falsati da una specie di vertigine, la testa sembrava scoppiare e un nugolo di calabroni gli ronzava nel cervello. Come si sentiva? Male si sentiva e ancora peggio il suo orgoglio ferito.  Picchiato selvaggiamente da un’orda di violenti. Cominciava a ricordare.
– Coraggio – gli aveva detto il medico, cercando di rincuorarlo – il peggio è passato. – Il peggio deve ancora venire – aveva risposto Miguel Angel con un filo di voce e una smorfia sul volto.
E il peggio era arrivato. Eppure gli eventi non avrebbero potuto andare diversamente. La scelta fatta era per lui obbligata e non avrebbe potuto agire diversamente.  Era uscito dall’ospedale dopo qualche giorno. Non stava ancora bene, ma lo avevano dimesso perché c’era necessità di letti, e in più lui era un paziente scomodo, con quel suo ostinarsi a criticare i nazionalisti che avevano occupato la città. ogni volta che entrava qualche militare nella grande camerata, lui si girava dall’altra parte digrignando i denti e mormorando a mezza voce “banditi!”. 
videoA casa lo aspettava Maria, la madre, con lo scialle nero sulle spalle e le braccia incrociate sul petto. Lo sguardo severo della donna lo fissava negli occhi trasmettendogli un leggero rimprovero, ma solo un poco. – Mi farai morire di crepacuore – gli aveva detto, ma si vedeva che in fondo era fiera di lui. Il marito si era dato alla macchia all’arrivo dei nazionalisti per arruolarsi nelle file dei repubblicani. Chissà dove si trovava in quel momento. A Madrid, forse, o sulla sierra a combattere per la legalità e per il popolo. Era un idealista, uno splendido idealista. Ma lo aveva perso, forse per sempre e non voleva perdere anche il figlio. Miguel Angel, così simile a suo padre, così idealista anche lui, così intransigente da prendersi le botte, così orgoglioso da rischiare la vita pur di non abbassare il capo e sopportare il sopruso. Miguel Angel che fissando un muro di mattoni rossi, straniato da tutto, rivedeva i compagni con i quali si incontrava al bar di Firmin. Era la meta preferita degli studenti, il luogo in cui si respirava ancora aria di libertà. da Firmin, anche se a bassa voce, si poteva ancora discutere di politica senza la paura di essere denunciati. di nascosto si potevano leggere i giornali delle zone libere che venivano portati in città clandestinamente. Era un porto franco, il bar di Firmin, una zattera a cui aggrapparsi nel mare in tempesta della guerra civile. Miguel Angel ci andava tutti i giorni e leggeva tutto quello che poteva, cercando avidamente le notizie. Gli piaceva soprattutto “Militia Popular”, il giornale del “Quinto regimiento”. 
Lo scorreva insaziabile, con ingordigia, sognando un giorno di poter raggiungere gli eroici miliziani di cui narravano le sue pagine. Guardava le fotografie che venivano pubblicate e a volte le ritagliava e se le portava ripiegate per bene nel portafogli. Sulla testata campeggiava un motto che gli martellava nel cervello come un tarlo: Audacia, audacia e sempre audacia. – Ma quale audacia – ripeteva a se stesso e ai suoi compagni – ce ne stiamo qui a discutere senza fare nulla, mentre la Spagna è in fiamme. dobbiamo andarcene da Salamanca.
Passiamo le linee, andiamo a Madrid ad arruolarci. Qui non abbiamo un futuro, ogni giorno che passa è un’umiliazione in più. Persino un uomo come Unamuno è stato ridotto al silenzio dalle squadracce falangiste. – Passare le linee è impossibile – aveva detto Firmin – ma se volete ce n’è da fare anche qui! Gli altri lo avevano guardato increduli, aspettando che completasse il suo pensiero. – Ci vediamo stasera dopo la chiusura – aveva aggiunto guardandoli negli occhi – ci sono manifesti da attaccare e volantini da distribuire, non sarà il fronte, ma è già qualcosa. I ragazzi si erano guardati fra loro con una luce di speranza negli occhi. Quegli occhi, li aveva rivisti tutti, Miguel Angel, mentre guardava il muro sbrecciato davanti a sé: Lorenzo, Carlos, Leon. 
E Carmen, la bella Carmen, dai lunghi capelli neri e dal sorriso gentile, alla quale non aveva mai detto il suo sentimento per lei. E adesso era tardi, troppo tardi. una vena di rimpianto gli era scesa sul cuore. Se ne era andata, assieme agli altri, quando la raffica li aveva sorpresi alle spalle mentre incollavano i manifesti sul muro dell’università. Abajo la muerte, viva la vida! Pueblo llevantate! c’era scritto sopra. Ma la loro vita era fuggita via. Erano stati splendidi compagni, idealisti e sognatori. Come suo padre, come lui stesso. Quanto poco era durata la loro ribellione. Richiuse ancora gli occhi e si rivide in cella, mentre scriveva poche righe a sua madre. Chissà se le avrebbe mai lette! Rivide Firmin, pesto e sanguinante dopo essere stato torturato, mentre lo guardava dal pagliericcio sul quale lo avevano gettato. Aveva il volto tumefatto, ma gli occhi erano vivi e penetranti. – Non ho parlato – aveva detto – glie l’ho fatta vedere a questi qui, gli ho fatto vedere cos’è un uomo. Grande Firmin, era morto il giorno dopo a causa delle percosse, ma non aveva ceduto. E gli occhi erano rimasti vivi fino alla fine. La fine! Eccola che arrivava anche per lui. Come un lampo la scarica partì e colse Miguel Angel quasi di sorpresa, perché era immerso nei suoi ricordi e non aveva udito l’ordine secco dell’ufficiale al plotone di esecuzione.
Caricar, puntar... fuego!

Nell’istante stesso in cui veniva colpito, forte come la rabbia e vivido come i ricordi, un ultimo pensiero, netto e preciso gli attraversò la mente: “Viva la vida, abajo la muerte!”.

© Enzo Macrì, 2008


Tratto dal libro
La Tierra de los Caídos
La Guerra di Spagna:
19 racconti per non dimenticare
A cura di
Enzo Macrì e Angelo Marenzana

Robin Editore
In vendita in libreria
pp.220 - €. 10

giovedì 24 novembre 2011

GENOVA LIBERA di Ettore Maggi (2001)


“Quando sono entrati nella scuola io e altri due ci siamo nascosti sotto un tavolo. Improvvisamente l’ho sentito volare via e sono cominciate le manganellate. Ho un braccio rotto e dieci punti in testa.”
“Erano una trentina, mi hanno portato al commissariato e picchiata. Si sono presi le mie cose; mi hanno distrutto il cellulare, strappato collane e piercing. Mi hanno insultata dicendo: ‘Non toccare il muro, lo farai marcire’ e ‘Sei una puttana’. Nella prima cella i poliziotti per terrorizzarmi passavano sotto la finestra gridando come animali. Ho vomitato parecchie volte e mi sono pulita sotto i colpi.”
 (Testimonianze raccolte da Diario del 3 Agosto 2001)
  
C’era il rumore dell’elicottero. Il rumore del motore, monotono, ossessivo, angosciante, un insetto meccanico e feroce, una preda d’acciaio che spara lacrimogeni. E tu correvi e non pensavi a niente, pensavi soltanto a correre, a scappare da loro. They are all dressed in uniforms of brutality, e tu correvi e l’elicottero era sopra la tua testa.
C’è ancora il rumore dell’elicottero. Credo che continuerò a sentirlo per molto tempo, quando tutto sarà finito.
Se finirà. 
Vado alla finestra e lo vedo, l’elicottero, e chiudo gli occhi. Non lo vedo più, ma lo sento ancora. Poi sento i rumori dalla cucina, la casa di Mario si è trasformata in un ostello, invasa da gente che è arrivata ieri notte, in una città vuota e tesa, abbandonata da chi ha potuto e voluto farlo, e io ho festeggiato il mio compleanno in una città morta, recintata, con i tombini saldati, sorvegliata da decine di migliaia di poliziotti, di carabinieri, di finanzieri, di marines, di paracadutisti.  
Faccio colazione in silenzio, poi riempio lo zaino, senza dimenticare il limone e la bandana, ricordando quello che è successo ieri, cercando di ignorare lo stomaco chiuso e pensando che vorrei essere da un’altra parte, forse, e continuo a pensarlo anche quando salgo sull’autobus e incontro questo greco dalla faccia triste e dignitosa che chiede informazioni sul corteo, mi racconta della sua fuga da Atene a Parigi durante la dittatura militare, e guarda le sbarre che proteggono la zona rossa.
Zona rossa e zona gialla. Non avrei mai creduto che questa città, la mia città, la città in cui non sono nato ma  sono diventato adulto, potesse essere divisa in zone come una città in guerra, non avrei pensato di vedere i blindati circolare per la strada e gli elicotteri sorvolare a bassa quota, non avrei pensato di respirare quest’atmosfera, a  Genova. 
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Ettore Maggi (Cagliari, 1967) vive a Genova. Traduttore, scrittore e tecnico di laboratorio, ha pubblicato Il gioco dell’inferno (Besa, 2009) e L’ombra del destino (Rusconi, 2010, insieme a Daniele Cambiaso). Ha partecipato alle antologie Fez, struzzi e manganelli (Sonzogno, 2005), Professional Gun (Mondadori, 2007), Anime Nere Reloaded (Mondadori, 2008) e Carabinieri in Giallo (Mondadori, 2008).


mercoledì 23 novembre 2011

L'ULTIMO CAFFE' di Daniele Cambiaso 1978 – 1979


Anche adesso, dopo trent’anni, ci penso. Mi capita soprattutto quando entro in un bar, da solo o in compagnia di amici, di colleghi, di mia moglie. Di chiunque. Non ha importanza. Succede e basta. Le prime volte scappavo, cercavo una scusa per allontanarmi in fretta e uscire all’aria aperta. Per un certo periodo, ho persino cercato delle scuse per non entrarci, nei bar. Adesso, non più. Entro, mi accosto al bancone, ordino un caffè e aspetto. Ecco, proprio in quell’istante so già che verrà a visitarmi quell’idea, quel pensiero. Il pensiero che quello di ordinare un caffè è stato l’ultimo gesto da vivo di mio padre, prima che lo ammazzassero.

Quando è accaduto, avevo undici anni. Eravamo alla fine degli anni Settanta. Essere il figlio di un carabiniere, in quel periodo, non era una cosa facile. La paura era un fantasma senza volto, un’ombra che accompagnava ogni passo, stendeva una patina grigiastra sul mondo che ti circondava, ti faceva tremare per lo squillo del telefono o il suono del campanello.
Non era facile, no. E si cresceva in fretta, aspettando il peggio.
In realtà, ma l’avremmo capito dopo, a farci paura avrebbero dovuto essere le piccole abitudini di tutti i giorni, quelle minime azioni quotidiane che rendono, se non piacevole, almeno sopportabile una giornata, un turno di lavoro.
Come prendere un caffè all’inizio del giro di pattuglia. Quella era l’abitudine di mio padre. Lo faceva ogni volta, insieme al carabiniere che usciva con lui. Era quasi un rito. Scherzando, il proprietario del bar gli diceva: «Timbriamo anche oggi, maresciallo?». E mio padre ogni volta sorrideva. L’ho saputo poi, dai racconti del barista, quando sono andato a vedere il posto. Quando ho cercato di capire e mi sono trovato a parlare con un uomo che parlava a bassa voce con gli occhi lucidi e la paura impressa sul volto. Perché la morte, quando ci sfiora, lascia sempre un segno.
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Daniele Cambiaso (GE) nel (1969) vive a Genova. Il thriller storico Ombre sul Rex (Fratelli Frilli Editore, 2008) è il suo romanzo d’esordio, al quale ha fatto seguito L’ombra del destino  (Rusconi, 2011), scritto con Ettore Maggi. Suoi racconti, scritti anche collaborando con altri autori, sono apparsi su varie antologie, tra cui Carabinieri in giallo (Giallo Mondadori, 2008), La tierra de los caìdos (Robin, 2008), Toscana tra crimini e misteri: Massa Carrara (Felici, 2009), Toscana a luci rosse (Laurum, 2009). Ha curato l’antologia Nero Liguria (Perrone Lab, 2011) e, con Angelo Marenzana, le antologie Crimini di regime (Laurum, 2008) e Crimini di piombo (Laurum, 2009).

OLTRE IL MURO di Angelo Marenzana (1974)


Giovedì, ore10
Non gli era mai capitato prima di allora. Nemmeno per colpa di uno scherzo di cattivo gusto combinato da qualche collega senza buon senso. Non gli era mai successo di trovarsi puntate contro un paio di armi da fuoco, così, all’improvviso, alle dieci del mattino, con in bocca ancora il sapore dell’ultimo caffè. Una Smith and Wesson e una Colt. Comparse di colpo, nascoste dalla porta socchiusa della sala di medicazione dell’infermeria, e dietro di loro un braccio teso. E uno sguardo che non promette niente di buono.
Il volto gli si contrae. Al brigadiere non importa ancora niente di sapere come e perché tre galeotti possono andarsene in giro per il carcere con un simile arsenale in mano sentendosi liberi di piantarlo in faccia ai primi malcapitati che incrociano sulla loro strada. Questa sarà una faccenda da chiarire dopo. Nell’immediato deve fare i conti, primo con tre detenuti in cerca di grane e, secondo, con mille recriminazioni che gli mordono il cervello, perché dentro di se il brigadiere lo aveva sempre saputo che una cosa del genere sarebbe successa prima o poi. Se lo sentiva. Come una premonizione. Ma non era necessario essere maghi. Lo pensavano tutti dentro il carcere. Lo avevano scritto anche più volte nei loro verbali, che quei tre reclusi erano elementi pericolosi, e lo avevano pure dimostrato qualche mese prima durante la rivolta dei detenuti. Era gennaio. Giorni di tensione, i giorni delle lenzuola a penzolare fuori dalle inferriate per protesta, dello sciopero del mangiare, e dei tentativi di dar fuoco ai materassi. Ma nessuno, ai piani alti, aveva voluto ascoltarli, e chi aveva letto i verbali usciti dalla direzione aveva deciso per il no, che non c’era da preoccuparsi perché non esisteva alcun pericolo reale. Questioni di politica avevano commentato tra i corridoi, lui e i suoi colleghi. Roba più grande di loro, a cui competeva solo l’obbedienza. Il brigadiere ha le labbra secche. Ed è inutile passarci sopra la lingua perché tutta la bocca si è improvvisamente inaridita. E sente un peso sul cuore da togliere il respiro. 
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Angelo Marenzana ha pubblicato racconti su Il Giallo Mondadori, Urania Epix e antologie varie quali Omissis (Einaudi 2007), La legge dei figli (MeridianoZero 2007) Bersagli innocenti (Dario Flaccovio Editore 2009). Per Mobydick ha pubblicato Frontiere (1999) Tre fili di perle (2005) e nel 2006 ha dato alle stampe Bel suol d’amore con le Edizioni dell’Orso. Nel 2008 sono usciti i romanzi Destinazione Avallon (Robin Edizioni) e Legami di morte (Dario Flaccovio Editore). Nel 2009 ha pubblicato Buchi neri nel cielo (Perdisa Pop), nel 2011 Ora Segnata (Iris 4 Edizioni).

LA DISTANZA di Luigi Cordiano (1972)


L’aria fresca del mattino e  il fumo acre della Gauloise  che stringeva tra le labbra gli riempivano i polmoni dandogli una leggera euforia. Luigi Corti, detto Gigi, 27 anni, studente universitario fuori corso, qualche minuto prima  era stato svegliato di soprassalto, dallo squillo del  telefono che teneva sul comodino accanto al letto.
- Sono alla stazione, vieni subito – aveva detto una voce femminile bassa e quasi atona dall’altra parte del filo.
- Stazione? Quale stazione?  - aveva domandato, ancora in preda al sonno.
- Come sarebbe a dire quale stazione – rispose la voce – la stazione di Alessandria, vieni subito, non ho molto tempo”.
Gli occhi erano corsi alla sveglia: segnava  un quarto alle sei. Senza rispondere era saltato giù dal letto e si era vestito in un battibaleno. Aveva fatto i gradini a due a due e poi, per strada, si era avviato a passo svelto, col cuore in gola per l’emozione. Da quanto tempo non la vedeva? Un anno? Forse di più. L’ultima volta avevano litigato furiosamente. Lui non condivideva la sua scelta così radicale. “E’ la tua formazione cattolica – lo accusava lei – che non ti fa vedere le cose per come sono! Non abbiamo alternative, se vogliamo veramente cambiare la società dobbiamo agire. Basta riunioni, manifestazioni, proteste. Parole, parole, parole… E’ ora di fare dei fatti”. Si era data alla clandestinità, facendo perdere le tracce di se. Non una telefonata, non una lettera. Nulla, era sparita nel nulla. E all’improvviso, quella mattina, la sua voce al telefono, dal  nulla era tornata.
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           Luigi Cordiano, ragioniere mancato, ha esercitato per anni il mestiere di pubblicitario, prima come copyrighter e poi come grafico. Appassionato cultore del fumetto di qualità, ama la letteratura di genere (fantascienza, triller, storica) e la fotografia di reportage. Ha partecipato sulla rivista “Movìda” al romanzo a più mani “Caso aperto, caso chiuso”.

PER NON SENTIRCI SOLI di Giorgio Bona (1960)


     6 luglio, 1960

     Siamo qui che aspettiamo dal primo mattino un incontro con il nostro rappresentante sindacale. La fabbrica è ferma. Da una parete della catena di produzione una foto di Lenin osserva e sembra vigilare su di noi.
      Siamo pronti. La nostra lotta ha avuto inizio. Ci guardiamo in faccia, uno a uno, in silenzio. Nessuno parla. Abbiamo lo sguardo fiero della ragione, siamo arrabbiati, ma lucidi.
     L’indice della produzione nazionale è aumentato del 120%, il reddito nazionale dell’80%. I nostri salari, i nostri diritti, invece, hanno fatto un passo indietro. È per questo che ci troviamo qui, sulle barricate, quanto è vero che mi chiamo Demetrio Vincenti, operaio dipendente delle Officine Meccaniche Reggiane, quasi dodici anni passati in fonderia, sposato da undici e con un figlio di sette da crescere. È per lui che mi sto mettendo in gioco, che sto lottando con i miei compagni, perché possa vivere domani in un mondo migliore, senza fare la vita di sacrifici che ho dovuto fare io.
     In questo clima di grande incertezza siamo tutti demoralizzati, ma non ci diamo per vinti. Le nostre speranze di poter aprire con il governo un margine di trattativa sulla base dei nostri sacrosanti diritti sono ridotte al lumicino.
     La nomina di Ferdinando Tambroni a Primo Ministro ci ha lasciati di stucco. Questo democristiano di secondo piano, che ottiene la fiducia alla camera con i voti dei fascisti e dei monarchici, è un attivo sostenitore della politica legge e ordine.
     Ma noi siamo tanti, siamo forti. Abbiamo già sconfitto i fascisti nel 45 e siamo certi che possiamo sconfiggerli ancora, almeno finché staremo attenti e vigili.
     Guai ad abbassare la guardia! La nostra lotta è cominciata ora! 
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Giorgio Bona (1956) vive a Frascaro, piccolo paese del Monferrato tra Alessandria e Acqui Terme. Suoi testi sono comparsi in numerose antologie, tra cui Bad Prisma (Mondatori 2009), Bersagli Innocenti (Flaccovio 2010). Dopo l’uscita di Ciao Trotskji e di Chiedi alle nuvole chi sono, entrambi per la casa editrice Besa, l’ultimo suo romanzo è L’allungo del mezzofondista (Iris 4 Edizioni 2011). Di prossima pubblicazione nell’autunno 2011 Il bosco dei baci spenti (Edizioni Besa-Controluce).

martedì 22 novembre 2011

8 AGOSTO ‘56 di Igor Deamicis (1956)


Le alte torri della miniera si confondevano con il grigio dell’alba.
Il frastuono degli argani e dei ventilatori riempiva l’aria. I cumuli di scarti carboniferi divenivano a ogni passo più imponenti, montagne nere e irregolari che nascondevano un orizzonte inafferabile.
Il cielo del Belgio si andava rischiarando, una luce tenue e malata si faceva strada fra il fumo nero delle ciminiere, ma le ombre resistevano tenaci al giorno e tutto era grigio e stanco. La polvere di roccia e carbone lasciava un manto denso e acre che ricopriva ogni cosa.
Case. Baracche. Strade. Uomini.
Uomini che uscivano da quella ferita nella terra con il volto devastato, gli abiti disfatti e l’anima logora. Il bianco degli occhi e un debole sorriso brillavano luminosi nel nero della fuliggine. Un cenno, uno sguardo, un ultimo saluto per colleghi, amici, paesani, che lenti e silenziosi prendevano il loro posto.
Un altro cambio turno nella miniera di Marcinelle.
Giovanni si muoveva lento come ogni giorno, dondolando ritmico sotto il peso degli attrezzi. Gli scarponi avanzavano e lui in silenzio fissava l’oscurità della galleria farsi sempre più vicina. Pensava a casa sua, pensava all’Abruzzo, al sole che scalda e illumina il verde delle colline e al vento fresco della montagna pronto a spazzare via la polvere nera della sua fatica, ma soprattutto pensava a lei.
La seconda squadra raggiunse l’ingresso del pozzo numero uno. Gli uomini cominciarono a prendere posto sul grande ascensore mentre i cavi d’acciaio si tendevano pronti a rilasciare il loro peso. Si pigiarono l’uno contro l’altro muti e silenziosi mentre il frastuono delle macchine li stordiva.
Le porte dell’ascensore si chiusero. Un piccolo sobbalzo, uno scatto e la piattaforma cominciò a scendere veloce. La luce dell’ingresso divenne sempre più piccola. Le pareti di roccia nuda e irregolare scorrevano indistinte dinanzi ai loro occhi. L’oscurità li avvolse con un manto denso e uniforme, l’aria divenne pesante, il caldo aumentò.
Giovanni alzò la testa e vide l’ultimo spiraglio di luce svanire sopra di lui.
Il viaggio era iniziato.
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Igor De Amicis (Te) vice Commissario di Polizia Penitenziaria e collaboratore delle riviste giuridiche del Sole 24 Ore. Per la narrativa ha partecipato a svariate antologie fra cui: Borsalino (Robin, 2007), La tierra de los caidos (Robin, 2008), Crimini di piombo (Laurum, 2008), Bersagli innocenti (Flaccovio 2009), Riso nero (Delos, 2010), Onda d’abisso (L’orecchio di Van Gogh, 2010). Ha curato, assieme a Mauro Smocovich, l’antologia Bloody Hell (Demian, 2009). Scrive per il portale Thrillermagazine e per la rivista Sherlock magazine.

TERRE D'AUTUNNO di Nicola Lombardi (1949)


Melissa, Catanzaro (oggi Crotone)
Venerdì 28 ottobre 1949

     Il sole sta scendendo oltre la linea frastagliata con cui la Sila, lontana, sgretola l’orizzonte. Una brezza sgarbata corre con dita fresche fra i capelli di Giovanni, seduto sopra un muricciolo a fissare i colori strani che diluiscono il cielo, tra nubi viola e sbavature rosse, accompagnandolo verso il blu scuro che verrà. Non c’è un pensiero particolare, nella testa del ragazzo. O forse ce ne sono troppi, annodati gli uni agli altri, inestricabili, a comporre un groviglio i cui mille capi sono impossibili da afferrare. Per i suoi quindici anni, almeno.
La luna è al suo primo quarto, pallida e sottile come un’ unghia. Le sfrecciano davanti piccole ali nere, sparuti stormi fischianti; e la loro voce si mescola a quella del vento per intrufolarsi dentro la testa di Giovanni, intento a stringere nodi lungo una cordicella tenuta distrattamente fra le dita.
“Ué, Giovà, tu che fai: non vieni?”
Marino, di un anno più vecchio, si avvicina stropicciando la tesa di un cappello liso lasciatogli in eredità dal nonno. Gli piace, quel cappello. Lo fa sentire adulto.
“Vengo, vengo… Hanno già cominciato?”
Parlando, Giovanni non distoglie lo sguardo dall’orizzonte, e non smette di stringere nodi.
Marino gli si siede accanto, sul muretto, ma non prima di aver tolto di mezzo una scaglia di pietra che gli avrebbe potuto strappare il fondo dei calzoni. Non che si sarebbe notato.
“Stanno andando.”
Un colpo di vento più energico strappa un sospirone ai cortei di erba secca che costeggiano il sentiero.
“Che stai facendo?” domanda Marino, guardando la funicella che penzola fra le dita di Giovanni.
“Niente. Stavo pensando.”
“Non ti sforzare troppo, eh?”
Giovanni sbotta in una risatina amara. Lestamente intreccia un nuovo nodo, lo stringe, e si volta verso l’amico.
“Tu che dici, Marì: stavolta ce la lasciano, la terra?”
Marino punta gli occhi all’orizzonte. Sa che tra loro e quella remota linea bitorzoluta si stendono ettari di spazio incolto, un mare ormai scuro che potrebbe sfamare tutti quanti, se soltanto…
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Nicola Lombardi, esordisce nel 1989 con la raccolta “Ombre - 17 racconti del terrore”. Legatosi al movimento romano Neo Noir, pubblica racconti, articoli e traduzioni su riviste e antologie per diverse case editrici. Suoi sono i romanzi tratti dai film di Dario Argento Profondo Rosso e Suspiria (Newton & Compton). Altri suoi libri: “I racconti della piccola bottega degli orrori” (Mondo Ignoto, 2002); “La fiera della paura” (Mondo Ignoto, 2004); “Striges” (Robin, 2005); “I Ragni Zingari” (XII Edizioni, 2010).



domenica 20 novembre 2011

LUIGI di Mario Quattrucci (1918 – 1945)


La notizia gli arrivò mentre consumavano il rancio. Erano nel retroterra di San Biagio di Callalta, verso Treviso, pochi chilometri dietro le linee del fronte. Lui, coi riservisti, nella sussistenza, aveva quasi quarant’anni ed era stato richiamato. La notizia gliela portò un ragazzo di Trasacco, convalescente di una ferita alla gamba e in attesa di ritornare in trincea. Era maggio, l’aria stiepidiva, si combatteva da tre anni, Caporetto era ormai dietro le spalle, Diaz era il nuovo Comandante, e alla fine della guerra mancavano sei mesi solamente: la vittoria e la pace erano vicini. Loro però non lo sapevano, e sei mesi in guerra, in quella guerra, sono lunghi e duri e pieni di dolore. Dal fronte ogni giorno continuavano ad arrivare decine di feriti… e chissà quanti morti rimanevano lassù, straziati, a volte irriconoscibili, molti insepolti. Di lì a un mese, del resto ─ altro che pace! ─ il territorio di San Biagio sarebbe stato investito dall’Offensiva del Solstizio, nelle intenzioni e nei piani dell’Imperial Regio Comando l’offensiva che avrebbe dovuto dare il colpo mortale agli italiani. Loro però neanche di questo sapevano nulla.
Qualche notizia sulla Russia riuscì a trapelare, a beffare la censura. La Russia è uscita dalla guerra, si seppe; in Russia c’è la rivoluzione e i bolscevichi sono al potere; in Russia hanno fatto la pace e hanno dato la terra. In Italia, laggiù, nelle città e nei paesi, invece si lottava ancora: contro la guerra e, in qualche luogo e in qualche manifesto clandestino, per fare come in Russia.
La notizia gliela portò chije quatrane, Bartolo Carusi di Trasacco, uno di quei ragazzi del ’99, della classe di ferro, come li avevano chiamati. Portati lassù nelle trincee con l’ultima levata: quella che levò a tante madri i figli non ancora conosciuti.
─ Giggé ─ gli disse a voce bassa, cospirando: ─ hanno arrestate jë cumpagnë Serrati. Sta carcerate a je paesë të. 
Luigi impallidì. Serrati…? Il direttore dell’Avanti!...? Di nuovo…? 
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Mario Quattrucci, impegnato per quasi cinquant’anni nella vita politica e sociale, s’è occupato di arti visive, teatro, letteratura. Ha collaborato con giornali e riviste della sinistra.
Narrativa: È novembre, commissario Marè; Il Governatore; La formula; Questione di tariffe, commissario Marè; È normale, commissario Marè; Troppi morti, commissario Marè; Hai perso, commissario Marè; Una vedova per Marè; Che spettacolo, commissario Marè (insieme ad Alessandra Vitali); Marè in luogo di mare; Fattacci brutti a Via del Boschetto.
Poesia: La traccia; Oblò appannato; Perché un occhio l’osserva; Materia del contendere; Variazioni; Gra; Da una lingua marginale. Dirige le collane di poesia Segmenti e Gemina delle Edizioni Quasar, e la collana Libri di Poesia della Robin Edizioni. 

DIO E IL BOIA di Massimo Torrealta (1944)


18 giugno 1944

 Il caldo arroventa l’aria e addormenta i cervelli. Nemmeno le correnti che tagliano in due le creste montuose dell’Appennino riescono a mitigare la calura soffocante che ristagna sopra al borgo. Io e Tarzan siamo seduti sul bordo del lavatoio. L’acqua fredda che sgorga dalla sorgente e scorre nella vasca di sasso ci regala qualche istante di refrigerio. Le lenzuola stese tutto attorno odorano di fresco e ci riparano dal sole. Fissiamo la piazza semi deserta. A quest’ora nessuno ha motivo di andarsene in giro. Alle nostre spalle la Chiesa di Santa Maria Assunta, di fronte l’entrata del circolo avvolta dalla penombra del porticato in pietra vecchia di mille anni. Poi sfumano le case del paese, dove vive gente stremata da questa guerra e piegata dalla follia fascista. Tre anziani indifferenti alla temperatura sono seduti accanto la porta del circolo con un bicchiere di rosso in mano e il berretto calato a difendersi dalla luce.
Finisco di arrotolare una sigaretta. Passo la lingua sulla cartina, la infilo tra le labbra, tiro una boccata e sputo alcuni frammenti di tabacco rimasti appiccicati sulla punta della lingua. Tarzan mi ha appena raccontato le ultime novità lasciandomi un vortice di pensieri in testa. Gira voce che l’aviazione alleata è pronta a bombardare anche da queste parti e di stare in allerta perché le bombe non guardano in faccia a nessuno e dove cadono cadono. Mi sta dicendo anche che altri gruppi partigiani si sono formati in zona e stanno cercando contatti. Tarzan è sempre più convinto dell’urgenza di costruire un coordinamento per non disperdere forze ed evitare di correre rischi inutili. Mancano armi, mancano ordini chiari. Manca tutto. Combattiamo d’istinto. Non seguiamo ancora alcun progetto organico. Il nostro obiettivo comune è sbarazzarci dei tedeschi e chiudere la partita con l’occupazione. Ad ogni costo. 
Una folata improvvisa trascina pezzi di carta e erba secca. Forse è il primo segnale di un acquazzone in arrivo che potrebbe liberarci da questa cappa afosa. Subito dopo arriva un nugolo di polvere e mosconi. Tarzan volta la testa per proteggersi gli occhi. Li vede in controluce. Camminano verso la piazza.
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Massimo Torrealta, giornalista pubblicista, è in attesa di costruirsi un futuro professionale grazie a una cattedra universitaria di storia moderna. Nel frattempo si occupa dei problemi del precariato. La sua attività di scrittura, al momento, si limita ad un romanzo in cerca di editore e alla traduzione dallo spagnolo di due saggi e articoli su riviste specializzate.

LA LINEA CADORNA di Lucio Laugelli (1915 – 1918)


Ogni nazione era convinta che la propria causa fosse giusta, si credeva minacciata da un perfido nemico bramoso di ucciderla, e pensava che soltanto la propria vittoria potesse salvare l'ordine 
morale nel mondo.
(Herbert Fisher sulla Grande guerra)

Più di tutto, da sempre, lo affascinava risolvere misteri.
Che riguardassero una persona scomparsa, qualche presunto fantasma o una villa abbandonata non aveva importanza.
Fin da piccolo Marcello Bocca doveva far luce - o almeno provarci - su tutte le cose che non erano chiare, risolte, alla portata di tutti.
Gli piaceva sul serio riuscire a dimostrare che c’era una spiegazione per (quasi) tutto e che, il più delle volte, il mistero non esisteva in realtà: era piuttosto solo un parto della fantasia umana; perché, da sempre, gli uomini si annoiano e allora devono inventare storie, canzoni, romanzi, sceneggiature, religioni, miti e leggende così, magari, si annoiano un po’ di meno.
Il signor Bocca aveva trascorso la sua vita senza lavorare nemmeno un giorno. Sosteneva che se si fa un lavoro con passione, che piace e coinvolge beh, allora, quello non è lavoro.
Secondo questa sua tesi non aveva mai lavorato perché, da quando aveva poco più di vent’anni, faceva il giornalista investigativo e lo pagavano per la cosa che più gli premeva fare: andare a zonzo per la penisola alla ricerca di leggende, misteri; poi doveva  studiarli, lavorarci su, documentarsi per cercare di scoprire la verità: ovvero che il mistero non sussisteva, era solo una grande bufala tramandata di generazione in generazione. Bufala che, magari, lucrava anche sulla morte di qualcuno.
Ne aveva viste davvero di ogni sorta: bastava che una famiglia benestante cadesse in rovina o avesse qualche sventura che, subito, il volgo, la additava come maledetta. E poi se in una casa veniva commesso un omicidio o qualcuno si suicidava ecco che, subito, l’edificio si popolava di fantasmi che comparivano spaventando i passanti o i nuovi inquilini.
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Lucio Laugelli (Alessandria) si e' laureato a Bologna (Facolta' di lettere, Dams cinema) ha fondato e dirige la rivista e associazione Paper Street. Giornalista pubblicista e' anche vice-direttore di 4rum.it e collaboratore di nonsolocinema.com. Ha pubblicato suoi racconti in diverse antologie, tra le quali “Nero Piemonte” e “Peccati di gola” per i tipi della PerroneLab.


BANDIERE ROSSE CHE SEMBRAVANO FIORI di Remo Bassini (1906)


Attesero e poi salirono insieme sul treno.
Maestra Angelina Rossi di anni ventinove e don Gualtiero Scorsi, cinquantenne. Lei si sedette subito, in una carrozza affollata. Per bagaglio aveva solo un borsone nero da viaggio, di medie dimensioni. Don Gualtiero invece, trascinando la sua grossa valigia, cercò e si accomodò in un vagone senz'anime, in fondo al treno. Quella mattina alla stazione di Vercelli, erano stati in sei a salire sul treno. Don Gualtiero, osservando gli altri cinque, quattro uomini e una giovane donna, pensò che non ne conosceva alcuno, e si sentì bene, ché non aveva voglia alcuna di parlare o, peggio, d'essere oggetto di attenzioni; la maestra Rossi, invece, non guardò nessuno in faccia. La testa bassa, il volto pallido, fissava mesta la pavimentazione. Fu l'unica a non girarsi verso sinistra quando arrivò il treno da Torino. Fu anche l'ultima a salire, parve avere un ripensamento; tant'è che don Gualtiero, dietro di lei di un paio di metri, per non inciampare dovette schivare la borsa nera di lei. Non ci fece caso, il sacerdote, che tra i manici del borsone c'era, piegata, una copia del giornale sovversivo "La risaia". L'avesse vista, mosso dalla curiosità, forse avrebbe cercato di parlare con la maestra Rossi. Si fossero intrattenuti a conversare, avrebbero così scoperto di essere due esiliati. Avrebbero anche detto, l'uno dell'altra: Dunque lei è... di cui tanto ho sentito parlare.

Madre adorata,
ora che il giornale mi ha licenziato ho tanto tempo a disposizione e quindi vengo a rispondere alle domande  dell'ultima vostra lettera, di un mese fa; domande a cui io, sopraffatto dagli avvenimenti, colpevolmente non ho risposto. Provvedo senz'altro adesso. Prima voglio che sappiate questo cara mamma: quando mi sveglio al mattino sono fiero di me, non pensate adunque ch'io soffra. Certo, s'è infranto il mio sogno di fare il giornalista, ma non è detta che io non riprenda la mia amata professione. Ho fatto domanda all'Avanti, il che, lo so cara mamma, non farà di certo piacere al babbo. Se mi pigliassero, pensate voi a chetarlo, magari a organizzare una bella  festicciola.
Nell'ultima vostra mi chiedevate informazioni di don Gualtiero, un curato certo strano, che vi incuriosiva. Ricorderete che quando giunsi a Vercelli ero disperato. I sindacalisti più importanti, Cugnolio e Somaglino, ma non solo loro, gentilmente, declinavano l'invito a farsi intervistare da un giovane giornalista. Col senno di poi, dò loro ragione: facevano bene a sospettare del mio giornale. Rammentate cara mamma che cercai di parlare, e il suggerimento fu vostro, con alcune mondariso? Voi avevate visto un'immagine loro pubblicata in qualche rivista. Avevate letto che cantavano, gioiose.
Cara mamma, gettatela via quella fotografia, ché la mondine con le camicette bianche e il cappellino in testa non sono mondine vere. Le mondine, cara mamma, vestono di stracci, o sono secche secche, per via della malnutrizione, o sono gonfie, perché mangiano solo patate e polenta. 

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Remo Bassini, giornalista e scrittore, nato a Cortona (Ar) vive e lavora a Vercelli. Ha pubblicato: Dicono di Clelia (Mursia); Lo scommettitore (Fernandel), La donna che parlava con i morti (Newton Compton), Bastardo Posto (Perdisa); Vicolo del precipizio (Perdisa).

sabato 19 novembre 2011

VIVA LU RE! di Parigi & Sozzi (1881)

 L’Europe finit à Naples et même elle y finit assez mal. 
La Calabre, la Sicile, tout le reste c’est de l’Afrique…
C. De Lesser
“Basta, questo è l’ultimo sgarbo che mi fa! Prima si è preso la Galeotti ed ora si erge a paladino della giustizia. Il ‘bel’ Ghigo è convinto che andando nel Meridione riceverà una corona d’oro… Povero illuso, è del ferro che vi troverà!”. Così pensava il conte Amedeo Rota Ghibaudi mentre stava piegando la lettera che aveva appena scritto al barone Torricella di Melfi.


Ringrazio sentitamente coloro che mi hanno invitato qui, in questo glorioso Circolo Ufficiali di Roma, e in particolare rivolgo un deferente saluto al colonnello Gambacorta e al maggiore Altieri, ma non posso nascondere un qualche imbarazzo a parlare davanti a questo scelto pubblico di deliziose signore e di militari che ben sanno il significato delle parole Abnegazione e Sacrificio. Dico imbarazzo ma dovrei dire “pudore”: non sono mai stato bravo a pronunciare discorsi funebri, perché reputo che la morte debba essere lasciata alla seria riflessione di ogni buon cristiano. L’amicizia fraterna, l’affetto profondo, l’ammirazione sincera che nutrivo verso il conte Federico Rota Ghibaudi mi hanno indotto, però, ad abbandonare le remore: tenterò dunque, pur sentendomi del tutto impari al compito, di pagare un tributo alla sua memoria.
Il morire a poco più di trent’anni è sempre cosa crudele, ma crudelissima è stata la sorte toccata al nostro amico e proprio nel momento in cui tutto sembrava arridergli. Federico era davvero un giovine uomo che l’Italia poteva designare come uno dei suoi figli migliori: discendente di una delle più nobili famiglie del Piemonte, per molti anni ufficiale provetto dell’esercito, poi deputato stimatissimo del Parlamento e soprattutto – e in ogni circostanza – persona generosa, straordinariamente altruista. Fu proprio il suo altruismo – lo dico senza tema di smentita – ad esporlo spesso al pericolo, ed è stata la sua generosità che, alla fine, ne ha provocato la luttuosa dipartita. Se l’unità del nostro Paese, che celebra quest’anno il ventennale, è sempre più salda e ricca di aspettative, ciò lo si deve sicuramente alla dedizione e all’encomiabile passione di uomini come il Rota Ghibaudi. Egli poteva condurre una vita di agi e di quiete e invece preferì spendere le sue energie per offrire un aiuto ai più bisognosi; lui che proveniva da una prospera regione del Settentrione volle fare qualcosa per i nostri più sfortunati fratelli del Mezzogiorno.
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Riccardo Parigi e Massimo Sozzi, coppia affermata del nuovo giallo italiano. Entrambi insegnanti condividono la passione per il delitto. Hanno debuttato con Il caso Appiani (Todaro, 1999). Hanno creato il personaggio di Cassandra Cecchi. Alcuni titoli: Anno domini 1799 ( Libreria dell’Orso, 2003), L’artiglio di Satana (Mondadori, 2005), Galileo e il mistero dello smeriglio (Felici, 2005), Gli stratagemmi di Satana (Hobby & Work, 2006)”. 

venerdì 18 novembre 2011

IL TESORO DI GARIBALDI di Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini (1860)

Palermo, 27 maggio 1860.

Sotto il sole, il Banco Regio di Sicilia pareva un mausoleo.
Nunzio però non la pensava proprio così. Perché non aveva la benché minima idea di cosa fosse un mausoleo. Per lui anche quella prestigiosa banca di fronte alla grande piazza era una “casa”. Tutti gli edifici di Palermo per lui erano case.
Anzi, c...c…ca…cas…case, vista la balbuzie che fin da bambino lo aveva colto durante la festa di Santa Rosalia, dopo essersi sgranocchiato una pollanca.
“E chi simmu muti? Viva viva Santa Rusulia”.
Muti no, balbuzienti sì… un miracolo al contrario.
Così Nunzio non si poteva complicare la vita con parole che non avrebbe mai ricordato o che non sarebbe mai riuscito a pronunciare. E poi non sapeva né leggere, né scrivere.
Si grattò i capelli neri e crespi, poi le spalle strette. Gli occhi bloccati sulla casa.
Accanto a lui c’era Vito, uno che si dava arie da uomo importante. Teneva il gilet teso con i due pollici, petto tarchiato in fuori, un pavone che fa la ruota.
Gli occhi scuri e la pelle ancora più nera, lo facevano somigliare a un moro.
La sua guardata sulla banca era un’aperta sfida contro tutto e tutti.
Soprattutto contro la povertà.
“Amuninni.” disse
“Decido io quando andiamo.”
La voce rauca che gli piombò sulle spalle come una gazza ladra su un luccichio, era di Calo, l’erudito del trio.
Una posizione di vantaggio sugli altri dettata dal poter firmare con il proprio nome, seppur con grafia incerta, anziché apporre la stra-abusata grande ics. Sapeva anche leggere anche se solamente frasi brevi e sillabando a voce alta.
A differenza dei due amici, spiccava per i capelli e la carnagione chiari.
Nu schifiu de parlemitano, insomma.
“Chi iuoca cu fuoco, lesto sabbrucia.” tenne a dire Vito.
Amava i detti. Le sue conversazioni, erano un cumulo di frasi fatte.
“Confusione. C’è confusione. Questo va bene per noi.” considerò Calo.
Cercava di parlare italiano. Aveva delle aspirazioni. Non sapeva bene quali, però non ci pioveva che per realizzarle occorreva danaro. Tanto danaro.
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Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini hanno all’attivo tre romanzi per Marsilio, il medical thriller Soluzione finale (2005), nel 2008 il serial-killer thriller Per esclusione (rieditato ne “Il Giallo Mondadori” nel 2011). Nel 2011 il terzo, l'action thriller Il paziente zero. Diversi racconti per antologie, tra cui Anime nere reloaded (Oscar Mondadori), Medicina Oscura (Giallo Mondadori). Bad Prisma (Epix Mondadori), oltre a “La mosca” in “365 Racconti horror per un anno” (Delos Books), “Concordia” in Nero Liguria (Perrone Editore), “Le sette porte” per il progetto benefico “365 storie cattive”. 

VIRGINICCHIA di Rossana Massa (1855)

Stava chiusa nel suo pugno. Me la tolse e poi l'appallottolò, racchiudendola tra le sue dita. Mi sdraiai mollemente su un fianco, sapevo  ovviamente reggere il suo sguardo anche senza veli, eppure quella minuscola camicia di seta l'aveva sedotto, con il suo bel tessuto cangiante, il lieve bordo di pizzo della sfumatura più delicata dei miei occhi nelle giornate serene. Mi disegnava le curve come l'acqua di sorgente accarezza e lambisce le rocce dalle quali nasce. Come l'acqua scivolava sulle mie forme, rinfrescandone la bellezza. Per essere bella, ero bella. Alta, bionda, opulenta. Non l'unica bella donna che percorreva saloni di palazzo e saliva e scendeva scaloni di rappresentativa vanità gentilizia di quei tempi. Molte eravamo, tutte bellissime. Ciò che forse mi distingueva era l'assoluta coscienza  e certezza dell'Io. Ho sempre avuto in me la perfetta consapevolezza di ciò che fossi: un'idea. Una Dea. Uno scampolo d'iperuranio al quale ambire. Una perla da possedere, una gemma da custodire, una pietra di paragone, un feticcio da odiare, un animale da sottomettere, un desiderio da domare.
Me ne accorsi bambina. Nessuno sguardo mi ammirava compassionevole. Non un paio d'occhi si soffermava su di me mostrandomi un puro, tiepido, rassicurante abbraccio d'amore. Mi si guardava con cupidigia, mi si mostrava con vanto e fierezza, mi si gonfiavano le piume di sorella vanità. Fierezza che non ha mai abbandonato il mio sguardo viola. Che poi qualcuno lo vide viola cupo, chi invece blu. Chi lo recepì d'un oscuro verde bottiglia e chi grigio come acciaio di lama, ma io sola so che fu colore del mar Ligure verso l'ora del tramonto, quando il verde si cangia in indaco e poi sprofonda nel blu e infine la foschia tinge di grigio. Ora si direbbe: occhi azzurri, decisamente azzurri, senza svenevolezze cilestrine di dolciastro pallido, ché io dolce non fui mai. Io dovevo essere puro alabastro, statua di carne, così come la Principessa di Metternich mi definì ( bontà sua, fu una delle definizioni meno crude che mi diedero), in cui la dolcezza possa essere un vezzo e una posa di pura leggiadria acquisita un po' per nascita, un po' per educazione.
Quel nulla di seta ricamata, rimase nel suo pugno per poco. Aprì la mano e guizzò a terra e li restò finché io non la raccolsi stringendola, a coppa, tra le mani, ad amplesso compiuto. Ufficiale amante.
Di quella seta è fatta la bandiera italiana, mutuata da quella francese nei tre colori. Soltanto il blu è diventato verde, ma al centro avrebbero dovuto cucire un lembo della mia gloriosa camicia. Non mi sarebbe perlomeno stata sottratta.
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Rossana Massa, nasce, vive e lavora in Alessandria. Ha pubblicato la raccolta di racconti "Memorie di nebbia selvatica" (Sedizioni) e svariati racconti per "Il Piccolo”, trisettimanale di Alessandria e provincia. Altri sono usciti in antologia, tra queste: "Auroralia" (Zona); " Melissa e dintorni" e "Trame fantastiche" (Delmiglio) ; "365 storie cattive", a cura di Paolo Franchini. E' autrice del romanzo "Robe da bar" (Youcanprint). Ha vinto la prima edizione del concorso di prosa dialettale alessandrina "Sandro Locardi" , ottenendo anche il premio "Gianni Fozzi" dalla giuria popolare. E' stata presente con la poesia, la prosa e con opere grafico/pittoriche in diverse edizioni della Biennale di Alessandria. Ha pubblicato sulle riviste "La Bottega", Milano e "Il Duemila". Il booktralier tratto dal suo racconto "Sogno di essere nuda", ad opera di Masselli /Ravera, è stato selezionato per il Premio Fogazzaro 2010.

MEMORIE DI UNO SCAVAFOSSE MANTOVANO di Emanuele Delmiglio (1852)

Io me lo ricordo, il Tazzoli.
Austero, la fronte alta e i capelli ai lati della testa come cespugli attorno a un capitello, lo sguardo capace d’infiammarsi e la voce carica d’impeto, quando voleva.
Un mio zio di Canneto sull’Oglio mi diceva che l’Enrico era così anche da giovane, prima d’entrare in seminario. E che fosse d’animo ribelle lo si era capito fin dal ’48, quando l’avevano arrestato per il sermone sul sacco di Mantova, che lo capivano anche i bambini ch’era riferito agli austriaci. Difatti l’avevano messo ai ferri e c’era voluto del bello e del buono da parte del vescovo Corti per farlo liberare. Un altro avrebbe imparato la lezione, ma lui, macché, aveva continuato per la sua strada, diritto come un fuso, a dar corda ai mazziniani e a tramare contro gli austriaci. Tant’è che dalla fine del ’50 aveva preso a frequentare una certa casa di via Chiassi, di proprietà d’un tale Benintendi, dove si riunivano scontenti e rivoltosi d’ogni dove, persino di Verona e Venezia.
C’era, tra loro, anche Carlo Poma, un medico dell’ospedale, che venne poi ucciso il giorno del suo compleanno a nemmeno trent’anni. Io me lo ricordo, coi suoi occhialetti tondi, i baffetti, il pizzo e l’aria spiritata, pronta ad accendersi di sacro fuoco e ardore. A casa sua eran stipati volantini, manifesti e altro materiale rivoluzionario, il che sarebbe valso quale palese capo d’accusa anche se nessuno dei congiurati, magari sotto tortura, fosse stato costretto a tradirlo. 
Mi ricordo anche del terribile tenentino boemo mandato da Vienna, tale von Kraus, dall’espressione enigmatica e traditrice e dal sorriso che incuteva spavento. Non ebbe remore nell’adoperare la tortura e dimostrò di non conoscere la virtù della pietà, aspetto che gli valse una lunga carriera sotto il Kaiser. Non mancarono i delatori, a dargli man forte, tra cui il veronese Faccioli, che sperò invano di salvarsi dando in pasto i propri amici alla severa giustizia dei crucchi. Ne venne fuori un torrente di presunti cospiratori, e un altro fiume di nomi sgorgò dai quaderni del Tazzoli quando riuscirono a decifrare il codice con cui il sacerdote aveva secretato la propria scrittura. Oltre cento persone finirono nella rete mentre il 1852 si trascinava dolorosamente verso l’inverno, tra i gemiti degli imprigionati e la commozione generale. 
Era il 13 novembre quando si tenne il processo, ma noi tutti lo venimmo a sapere solo molto più tardi. 
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Emanuele Delmiglio, nato il giorno di Pasqua di poco più di mezzo secolo fa, ama la dimensione del racconto, trova che la lunghezza breve e brevissima consenta di esprimere concetti ed emozioni in modo sintetico e stimolante. Si diverte a rovesciare i punti vista consueti per mettere a nudo, sotto il riflettore del fantastico e dell’assurdo, le ambiguità del vivere. Alcuni racconti sono apparsi sulla rivista Inchiostro e su svariate antologie.
Oltre a scrivere, si occupa di grafica e creatività nel settore pubblicitario ed editoriale oltre a essere egli stesso editore. 

L'ULTIMA BARRICATA di Emiliano Bottacco (1848)


Quella mattina Fausto si alzò un’ora prima dell’alba. Accese una candela per illuminare la cella dell’ex convento in cui viveva coi suoi commilitoni, si fece la barba con cura e indossò la blusa migliore che aveva: quella rosso vivo, con cui aveva chiesto la mano di Isabella Melusardi due anni prima, in una bella sera di giugno lungo il Naviglio grande. Isabella l'aveva rifiutato. Gli aveva detto di essere  innamorata di un ufficiale austriaco, un tenentino col naso all'insù con cui Fausto l'avrebbe vista passeggiare nemmeno un mese dopo, dalle parti di Porta Romana. Con sguardo sognante, Isabella lo aveva informato che i genitori di lei approvavano il fidanzamento e lui aveva già scritto ai suoi a Vienna per averne il consenso. Da quella sera di giugno, Fausto aveva giurato a sé stesso che non avrebbe mai più indossato quella blusa se non nel giorno della sua morte. Quello che stava per cominciare era, con ogni probabilità, il giorno giusto.

Era il 29 giugno del 1849 e a Roma si combatteva, a fasi alterne, da quasi due mesi. Era questione di giorni, forse anche meno e la Repubblica sarebbe caduta. Lo sapeva Mazzini e lo sapeva anche Garibaldi, che si apprestava a raccogliere uomini e armi per mettersi in salvo e  ritentare la sorte alla prima occasione. La Repubblica Romana era spacciata: i francesi, comandati dal generale Oudinot, avevano conquistato posizioni di vantaggio, forti del loro numero, del migliore equipaggiamento e, secondo i reazionari rimasti in città, dell'aiuto divino che avrebbe posto fine una volta per tutte alle eresie dei repubblicani. Pio IX sarebbe presto tornato sul Soglio di Pietro con l’aiuto delle baionette e delle artiglierie francesi cortesemente offerte da Napoleone III, con tanti saluti all’Assemblea Costituente, ai Triumviri, alla Repubblica e ai patrioti venuti da tutta Italia per difenderla.
Fausto si era offerto volontario per prestare servizio in una guarnigione all'interno delle mura, vicino all’ottavo bastione: era una piccola postazione lungo l'ultima linea di difesa che impediva ai francesi di prendere il pieno controllo della città. Superata quella, Roma era indifendibile; si trattava, a dirla tutta, di resistere più per testimonianza o vocazione al martirio che per effettive possibilità di vittoria. 
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Emiliano Bottacco, classe 1981, giornalista pubblicista, ha collaborato con varie testate, tra le quali “Movìda”, sulle cui pagine ha pubblicato numerose interviste a personaggi di spicco della vita politica e artistica italiana. Attualmente cura una rubrica per il sito web Polisblog.   Per passione scrive racconti e sceneggiature. “L'ultima barricata” è la sua prima opera di narrativa pubblicata.


giovedì 17 novembre 2011

RIBELLE di Mariangela Ciceri (1821)

Tromello. Lomellina febbraio 1821

'Forse voi non capite il dolore che provo in questo momento, altrimenti non insistereste, non continuereste a farmi queste domande.'
 Domitilla Tancredi parlava al poliziotto, con grazia e timidezza, unite ad una punta di civetteria dovuta forse al fatto di sapere quanto fosse bella e quanto il suo corpo piacesse agli uomini, anche a quelli di una certa età, come era appunto Giampiero Galliate delegato di polizia.
La fanciulla, figlia del conte Tancredi, indossava un vestito leggero, di broccatello, celeste come i suoi occhi e sedeva su una poltrona in massello. Alle sue spalle il conte vegliava. Sulla figlia, certamente, sui suo interessi, ma soprattutto sul suo onore e su quello di tutta la famiglia.
Il marchese Arturo Bellavera era appena stato assassinato ed il fatto già di per sé terribile era stato complicato dalla modalità con cui egli aveva lasciato questo mondo: gli era stato trafitto il cuore con un pugnaletto simile a quello che le 'maestre giardiniere' ribelli del sud, senza ritegno alcuno per la loro patria, nascondevano nella giarrettiera.
'Il punto è, contessina, che a noi non risulta che il marchese fosse politicamente impegnato e non ci spieghiamo come mai sia rimasto vittima di una sì ignobile imboscata, a meno che ...'
'A meno che?' ripeté il conte sistemando gli occhiali in ottone lavorato, sulla punta del naso, inarcando il sopracciglio.
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Mariangela Ciceri, giornalista pubblicista ha iniziato a scrivere gialli nel 2001 da allora ha pubblicato diversi racconti e tre romanzi. Collaboratrice in modo continuativo per una testata giornalistica di Torino è direttore del bimensile Unitre! Alessandria, docente di Scrittura Creativa presso l’Università delle Tre Età e Counselor in formazione ASPIC.

BIANCO, ROSSO E VERDE di Davide Cavagnero (1796)




Non sono fatto come nessuno di quelli che ho incontrati; oso credere di non essere come nessuno di quanti esistono, sono in cinque, mi guardano mentre leggono se non valgo di più, sono almeno diverso.

Ho letto bene? chiede il rettore.

Non conosco il testo a memoria.

Non è il momento per lo spirito.
Infatti, ­le cinque teste che siedono sullo scranno del Collegio della Viola stringono gli occhi su di me.
È vostro questo testo, De Rolandis?
Magari: è Rosseau, un francese.
Non sono letture per un novizio.
Non sono letture per nessun cristiano, aggiunge il preside. I francesi manderebbero alla ghigliottina anche Satana.
Ogni cristiano ha il dovere di capire come si sta svelando la provvidenza.
La grazia non alberga nei testi dei senzadio.
È solo più difficile da trovare.
Sarete espulso, De Rolandis.
È un vostro diritto.
Siete giovane.
Io farei lo stesso, al vostro posto –. Mi assale la voglia di fumare. Bruciate pure i libri. Arrivederci.
Possa il Signore non abbandonarvi.

Non fa più freddo. Il collegio è vuoto. Fumo anche in camera. O tutti gli uomini sono profeti o dio non esiste. Mentre taglio il chiostro, passando davanti al refettorio silenzioso, la luce si abbassa. Si spegne la primavera mentre cala il giorno e rivedo il lento declino del pensiero. La storia e le leggi si devono confrontare con chi lotta per cambiarle. La forza dispiegata è un male oscuro di cui tutti ignorano la causa. Alla fine, dovremo confrontarci. Varco il portone, Bologna scorre. Non voglio cedere all’idea di non tornare più alla Viola. Ma mi verranno a cercare. Cercheranno altri libri e altri nomi.

Verde

La mattina è tiepida e brillante. Le colline sono dolci e verdi. Il lato del pendio che si apre al sole è rigato dai filari. Ed è verde. Dalla vite sgocciola il verderame, odore metallico, colore corrosivo.
Quando si va a scuola, ci sono solo due preoccupazioni, il passo e l’ordine. Al resto ci pensa la maestra. La prova del nove, i fiumi dell’Umbria, i signori di Firenze, il concilio di Nicea. La polvere non ha fretta: si solleva, si confonde e finisce sul cuoio lucidato, sui tessuti, tra i denti. Al passo, verso il lato sinistro della via, i bambini entrano nel prato e proseguono, calpestando trifogli, erba medica e ranuncoli. Tutto il giorno dobbiamo obbedire: le regole sono tante, anche se quelle scritte fanno meno paura. Poi, sono loro che ci portano a violarle. Nel giardino, oltre lo sterrato, uno stagno senza piante langue, sommerso da foglie morte. Scuola e Vangeli e leggi: chi calpesta, muore ma solo se non desidera farsi vedere. Il potere e il dominio non spiegano nulla, si limitano ad avviare gli avvenimenti. Ci sarà un paese dove proibiranno tutto. Inizieranno con piccoli tagli e lenti accerchiamenti, con motivate giustificazioni. La marea arriva a onde, la risacca si trascina e si spinge ogni volta più in alto. Guadagna metri e toglie sabbia. L’assedio al diritto è foderato di velluto porpora. Loro, per decenza e per pudore, lasceranno in piedi una libertà da niente: lo chemin de fer, i roghi di sterpaglie, il petanque, il balon o i ravioli alla festa. Saranno troppi uomini per una sola valvola di sicurezza: così finiranno per togliere anche quella. E quando lo faranno, i tanti ammazzeranno i pochi, per scuotere i legami e per tornare ad avere tutto vincolato, e una libertà, da niente, intatta.
Quando si cammina, basta vedere dove mettere i piedi. È un’altra forma di controllo, solo più civile.
Quando si corre, lo sguardo si incolla sulla fuga dove convergono tutte le linee. Ai margini, la percezione è immediata e inconsapevole.
Quando si fugge, non si trovano motivi, non si fanno domande. Madre mia, non so che cosa dirti. Se ci avessi pensato prima, sarebbe stato tornare indietro. E ti avrei fatto soffrire ancora di più. A sedici anni, le parole sono ancora poche e ripetitive. A sedici anni hai solo il desiderio profondo e sincero delle occasioni che si stanno affollando sotto il tuo davanzale. Sono mie, quando vorrò. E, poi, un giorno che ancora non ti aspetti, inizieranno a macerare. Quello che lasci, quello che cedi, quello che metti in ginocchio, quello che scarti con furore, quello che non riesci a fare, quello che perdi, quello che lasci scivolare dietro le spalle, tra i capelli, quello che dal pensiero rinasce parola troppo tardi, quello che non sei mai riuscito ad ammettere, a confessare, a concederti. Tutto.
Si scompone in temperamento elementare. Si depura e diventa malinconia. Aumenta senza attutirsi.
Arriva il treno.
Non scende nessuno e salgo solo io. L’odore del metallo surriscaldato è pungente. Tra le rotaie, ci sono macchie di erbacce.
Mia madre mi lascia andare e piange. Piange composta ma non disperata. Se lo può concedere. Piange per la partenza perché è certa del ritorno.
Comportati bene, alla Viola.
Lo farò.
Studia, mi ha detto.
Studierò.
Prega, mi ha detto, sottovoce.
Pregherò.
E stai lontano dalla guerra.
Il generale Bonaparte arriverà in tempo.
Salgo, mi volto. Mamma sta per andare via. Si gira sui tacchi della domenica, mi saluta. Fa un passo verso l’uscita, il treno aspetta che abbia svoltato. Limatura di ferro calda sulla pelle delle gambe. Si volta ancora. Sono uno dei tanti figli che la ferrovia porta lontano a diventare grande, cammino tra i vivi e fuggo quello che sta per arrivare. Non diventerò mai un prete, penso ma non parlo. Non riuscirà mai a confessarlo. Non diventerò grande. Partiamo: non sopporto più nulla.
Vi lascio, fratelli. Non ci saremmo mai salutati. Mi avete educato all’amore fraterno delle genti, al rispetto reciproco, alla stima della libertà. Non facciamo niente di quello che vogliamo, ma siamo responsabili di quel che siamo. Tutto è pesante, alla fine: la chiarezza delle azioni si specchia nella sua perfetta immobilità. Scivolano nella giornata che avanza, colline, pianure limitate e rettangoli pettinati a grano. Alle spalle, la scenografia delle Alpi che non vedrò mai da vicino, davanti la rotaia si perde nella nebbia. E poi gli Appennini e terra piatta e campi coltivati.
Non conosco la geografia di questa gente. Bologna è grande.

Bianco

Quando ci hanno catturato sfiniti, sotto la volta di mattoni che si sfaldano in silenzio, avevo già visto quella scena. Ho iniziato a viverla in via Galliera. Le case degli studenti a Bologna finiscono per assomigliarsi. Dentro questi confini il mondo rimpicciolisce e trema.
Mentre ogni convinzione diventava certezza e l’entusiasmo provava a mantenere le promesse, c’era la macchia scura della fine. Ho pensato in quanti modi avrebbero potuto tradirci. Ho sempre abbassato le stime: le idee che ti fanno stare sveglio di notte non hanno lo stesso valore per tutti. Io non sono come quelli che mettono insieme l’idea di una patria con quella della moneta sonante. Invece, qualcuno ha valutato la nostra rivolta. Il tradimento è diventato merce di scambio. Bastano cinque nomi, inseriti in una chiacchiera. Prima Zamboni, poi De Rolandis, Gavasetti, Sassoli, e Bambozzi e altri cuori fragili, menti acute, studenti pigri e gente del popolo. Fa pena pensare quanto tradire sia facile. È buffo, anche. Il tradimento si allargava, mascherato da paura delle idee. E non servono a niente i codici da decifrare se c’è una chiave, non scritta, senza corpo e onore, che apre tutto.
In fuga abbiamo passato il confine.
Gli Appennini sono tolleranti con chi non vuole lasciare traccia. Correvamo sulla prima neve della stagione. Il monotono bianco dei valichi ci ha protetto. La Toscana non si accorgerà nulla. Ma non siamo sereni: cambiano volti, colline e accenti. Il vento soffia da una direzione inaspettata. È cambiato anche il colore del vetro dei bicchieri da vino, l’odore del mosto. Qui punge meno. La lingua, poi, è senza dialetti: faccio fatica a parlare italiano così puro.
Ci trattano per quello che non siamo più, studenti, ammorbiditi dalla paura e sporchi. Anche l’ebbrezza del vino qui è diversa. Non slaccia i pensieri, ci costringe a tenderci ancora di più. La luce delle candele si abbassa mentre la notte avanza, dalla strada non arrivano rumori. Non c’è ritmo nei nitriti dei cavalli, le staffe sbattono contro il legno delle stalle. Si spegne la voglia di ridere.
Quando sono entrati gli svizzeri al Covigliaio, tutto è diventato chiaro e immobile. Quando ho riconosciuto la divisa pontificia, la baionetta luccicante che non è mai stata usata, i colori azzardati, gli sbuffi che diventano ingombro nel corpo a corpo, mi sono trovato a ridere. Anche in quella occasione sarebbero rimasti senza macchie. Nessuna lama ne avrebbe intaccato il filo. I soldati del Papa tremavano, più di noi. Camminavano sotto le volte basse, nessuno badava a loro. Tradivano paura e ingratitudine. Sapevano anche dove eravamo seduti.
No, non alzatevi, beviamo, hanno pensato. Non c’è fretta. È una notte inerme, dall’odore pulito.
Si fa strada una percezione chiara.
Alla fine non è l’epilogo a stupirti, ma la sua totale mancanza di senso. Chi può togliere la libertà a un altro uomo? In nome di cosa? Avrei voluto avere qualcosa da sacrificare. Da quando ho lasciato Castell’Alfero, non riesco a stringere in mano nulla. Tremo dal freddo. Scrivo pagine di furori, leggo fino alla febbre, ma non ho edificato nulla. Mangio per non cedere all’inverno. Ho amato le persone poco e senza convinzione. Non trovo una patria a cui immolarsi: Asti, Savoia, Italia. Anche Francia, se servisse. Faccio a fatica a trovare un motivo per radicarmi. Ho diritto alla patria. Io, come tutti gli altri. Voglio un’idea vincente, che sappia imporsi, che sia forte da convincere la gente a essere paziente in attesa del suo inevitabile trionfo. La rivoluzione non ha limiti e non si riconosce nelle linee sghembe o dritte, tracciate sulla mappa, dagli uomini.
La percezione è che la rivoluzione non esiste, esistono le idee che spogliano gli uomini e li fanno rinascere combattenti. Resistono i tradimenti, nelle radici profonde che negheremo sempre. Resistono le delusioni che fingiamo di non vedere. Ci vuole coraggio a mostrarsi deboli. Ogni rivoluzione non è questione di merito, ma di efficacia e c’è molto lavoro da fare. Non diventerò sacerdote, non quello che pensano loro. Nei vangeli ci sono gli stessi concetti nella Carta dei Diritti dell’uomo. Nessuno però li mette in pratica, e quando Cristo ha predicato l’amore, la libertà e l’uguaglianza tra gli uomini l’hanno ucciso subito. Chi predica l’amore desta sempre preoccupazione in chi vuole imporre il potere con la prepotenza e la fede con la paura. Non c’è differenza tra tirannia, disperazione e ateismo.
Abbiamo pianto sotto lo sguardo annacquato degli svizzeri, abbiamo lasciato che il vino stagnasse nei bicchieri. Insieme. I vincoli erano aperti. Non saremmo mai scappati. Lo sapevano.
Non saremmo mai più stati così uguali, fuggitivi stanchi, soldati in imbarazzo e bevitori sonnolenti. Così simili da risultarci oscuri, astiosi e incomprensibili nelle parole della stessa lingua che esiste solo nei libri, da nord a sud, tutti insieme. Non importa se studenti in libera uscita, contadini in rivolta, camminatori delle proprie montagne in lotta, sottotenenti svagati, borghesi riluttanti, operai combattenti, carrettieri, ingegneri, mercenari, diaconi. Noi sentivamo tutti i nostri paesi lontani ed estranei, interrotti solo dallo spessore dei corpi dei nostri pochi amici, delle guarnigioni e della reazione. E, per la prima volta, c’era un buon posto in cui innestare la rivoluzione. Morire fa orrore. Prima di spirare, dobbiamo trovare qualcosa da sbandierare e soffocare. Nel mio abbraccio voglio affondare ciò che ho amato, anche un solo mattino, in un supremo gesto di fedeltà. Devo soccombere a questo ostinato principio che si oppone ai tanti tradimenti.
Quando ci hanno catturato, disillusi, stavo ripassando quello che avremmo dovuto fare. La campagna segnava l’inizio e avrebbe marcato il finale. Tocchi sordi al destino e poi più limpidi. Intanto, dietro il muro della taverna, potevo sentirli marciare. Procedevano verso la porta sul retro, marciavano e io dietro di loro, a immaginare il profilo, proiettandolo sulla calce lurida dei muri. Marciavano, si fermavano, si guardavano alle spalle. E poi tornavano a camminare. La campana li ha sorpresi: nel lungo rintocco della prima si sono scomposti. Dovevamo agire. Sono entrati con troppa enfasi, temendo un agguato. Gli ubriachi dormivano.
L’azione era ricca di dettagli ma priva di data. Avremmo dovuto muoverci una sera certa, chiara a tutti. Era l’altro ieri, ma la decisione è maturata solo a causa della luna vuota e della nebbia spenta. Il 16 di  settembre. Ritrovo a casa di Lorenzo. Lo sapevano tutti, lo sapevano in troppi. Ci voleva un passo in fila all’altro, senza singhiozzi. La punizione di chi rifiutava era continuare a vivere sotto il governo di uomini peggiori di lui. Poi, sarebbe stato tutto facile e tutto in discesa. Doveva essere il 16.

Non si fa nulla, ci disse Saliceti. Ce l’aveva scritto in faccia. Commissario di sventura, esportava oltre il Frejus lo sconforto di una nazione intera. Condannato a continuare a deludere. L’avevano rispedito a Bologna. E lui, ancora una volta, aveva obbedito, con moribonde parole di libertà. 
No, siamo pronti.
I soldi non bastano.
Non serviranno.
Non convincerete nessuno.
Noi lo siamo.
Per muovere la gente dovete pagare. Siete troppo pochi.
Noi ci muoviamo questa notte.
La Francia non vi aiuterà ancora.
Non cederemo.
Aspettate il generale.
Il vostro amato corso ci garantisce una patria?
Parigi è lontana.
L’esercito si ammassa a Barcellonette, non fingete, Saliceti.
Siete troppo pochi.
Lasciateci fare da soli. Non correte nessun rischio. Se riusciamo, il guadagno più grande sarà vostro. E se cadiamo, voi sarete puliti, e potrete anche perseguitare quelli che rimarranno in piedi.
Stanotte per voi c’è solo la forca.
Cercateci dopo, non prima.
Questo vi chiediamo, aggiunge Zamboni.
Se è un’idea è più moderna di un’altra, nessuna delle due è immortale mi sento parlare ho imparato che c’è un limite oscuro che macchia le idee e le storie e le rende sempre lontane dal desiderio. I popoli, una volta rabboniti ad avere padroni, non sono più in grado di farne a meno. Lasciateci fare, abbiamo le idee nel posto della coscienza, le armi incerte e la morte nel cuore. Abbiamo trovato delle stoffe. Abbiamo scelto i colori.
Serve una scusa per farci intervenire. E non avete gli uomini.
Noi abbiamo scelto i colori. Il rosso di Bologna, il bianco di Asti.
Niente blu? chiede Saliceti prima di congedarci.
Verde. Una coccarda italiana e non francese.
Ho imparato a conoscervi, aggiunge ancora detestate tutti, soprattutto me, da stasera fino alla fine. La vostra purezza assomiglia alla morte, e la rivoluzione che sognate non è la nostra: tu non vuoi cambiare il mondo, vuoi farlo saltare. Non sappiamo come reagirà il popolo.
– Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo, sono i governi che dovrebbero temere il popolo. Sarà con noi.
La città è grande e voi siete accecati dalla fretta.
Vi abbiamo dato il codice.
E ve ne siamo grati, Zamboni. Ma non si fa nulla. Non stasera. In primavera.
Non lo meritiamo. Questo paese ha bisogno di qualcosa di più di un sacco d’argento e di due moschetti. Ha bisogno di speranza.

I preparativi ripresero, nonostante tutto.
Venne il 12 di novembre. A casa di Luigi non eravamo arrivati a dieci. Mamma Brigida distribuì biscotti e vino caldo. Con le poche armi dei francesi avremmo voltato in via Strazzacappe. La notte senza stelle avrebbe sconsigliato di cercare rifugio sotto i portici. Senza aspettare il ritorno dell’eco metallica, il manipolo sarebbe scivolato contro i muri, diritto fino al Palazzo del Governo. Destra, due volte a sinistra e poi ancora destra. Il momento esatto era il cambio della guardia. Sorpresi gli svizzeri, avremmo saltato due gradini alla volta sullo scalone, sfondato le grandi porte decorate, ignorato stucchi e opulenza. Occorreva saltare alla gola alle guardie personali del legato pontificio, soffocarne i gemiti. Infine, nella ripetizione estenuata di un piano senza certezza, avremmo trovato il modo per farci aprire le carceri e liberare tutti i compagni, passando per l’armeria per i rifornimenti. E poi di nuovo la campana. Non erano le ore a suonare ma la rivolta.
Dieci rintocchi per chiamare a raccolta tutti quelli che volevano ascoltare, circondare le caserme della città, morire il meno possibile. La mattinata avrebbe visto la riunione d’emergenza del Senato. E ovunque quelle bombe incendiarie che sapevano fare a Marsiglia. Una per ogni nemico del popolo.
Avevamo le nuove leggi da far approvare. Avremmo convocato il Senato di furia, per legiferare con emergenza e rigore, libertà e fraternità. Intanto, si spegneva lontano l’eco della campana. Dietro la porta la gente si ammassava, aspettavano.
Grandinava, uscimmo ancora caldi del vino. Facemmo fatica a finire i miei cinquanta volantini. Non si leggeva più niente. Quattro gendarmi ci misero in fuga.
Sono passati due mesi. Tutti siamo paralizzati dalla paura di trovarci il cuore vuoto. Questa è una storia che serve raccontare ai giovani. Diventeranno quello che vogliono essere: i sogni non condannano. Non possiamo incolpare nessuno. Non possiamo biasimare chi si nasconde. Potranno fare ciò che vogliono: li amerò tutti per quello che sono. Sempre. La passione che li costringe insonni e irrequieti. Il sentimento assoluto che spalanca giorni splendenti e tramonti disperati, la fame d’integrità e la convinzione di non poterne fare a meno, mai. I loro limiti esibiti, le violenze puerili e i vizi sfilacciati e compiaciuti. Amerò la loro voce come quella che non possiamo sollevare adesso, le mani calde che esploreranno corpi liberi, e la loro pelle, la più nuda di tutte le pelli, e il loro sguardo febbrile, e la lotta insensata e, per questo, destinata ad avere successo, che portano a uno a uno contro la morte e l’angoscia. Per me conta il gesto e il pensiero. Conta la morte di tutti quelli che non sono io. Un uomo di più o di meno nel mondo è prezioso. Voi avete dato il primo e più potente grido di rigenerazione. Il cammino per la completezza dell’uomo affianca pensiero e rivoluzione. Il nuovo combattente pensa e si accende, fino a uccidere, se conviene. Oppure a farsi uccidere.

Rosso

De Rolandis, questo Santo tribunale vi chiama a testimoniare. Vostra cura sarà redigere confessione piena e soddisfacente, doviziosa di nomi, complici, cospiratori e collaboratori. Ci direte fino a che punto si è spinta l’immonda ingerenza della Francia. Ci direte tutto, se volete non rimanere giovane per sempre.
Signore, avrete poca soddisfazione.
Avete il Vangelo, ascoltatelo.
Domani la morte sarà qui, di nuovo. Avrà la stessa pietà che ha rapito Zamboni mentre scivolava nel cappio? Fino a oggi, sono qui a ricordare. Domani non sarò più e si perderanno presto gli strascichi del pensiero. La nostra memoria sarà asciutta e sempre più sterile. Rimane solo la profondità di un’idea e la vostra santa insensatezza che si scioglie contro la durezza di cuore. Nessuno rincorre il futuro: aspettiamo e viviamo. È meglio star lontano dalla paralisi che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani? A cosa serve vivere a lungo, se non riusciamo a correggere noi stessi? Morire mette meno paura che rimanere soli con se stessi. Perdoniamo, senza pudore e indulgenza. Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti; anzi spesso accresce maggiormente le colpe. Nessuno dimenticherà più questa notte e il significato che ha avuto per questo paese. Io non dimenticherò il significato che ha avuto per me. Vorrei che la fine arrivasse per un nulla, nel silenzio prima del tramonto, come una tacita, ultima combinazione del pensiero.





Davide Cavagnero, professore e giornalista in pubblico, scrittore in privato.  E’ nato nel 1975 e vive ad Asti. Ha scritto (un paio di libri e qualche racconto), ha sceneggiato (fumetti e graphic novel), ha portato in scena, ha tradotto, ha amato e ama la sua Marianna. Ha scelto di raccontare la storia del suo primo tricolore e del ribelle De Rolandis, nato a dieci chilometri da Asti, in pura aderenza alla sua esterofilia.