giovedì 29 dicembre 2011

Viva la vida!



Miguel Angel chiuse gli occhi e i ricordi gli scorsero davanti. Rivide quel giorno di ottobre del 1936 all’università di Salamanca, quando il Rettore, Miguel de Unamuno in un’aula magna stracolma prese la parola per condannare senza mezzi termini i ribelli falangisti che avevano occupato la città preparandosi a conquistare la Spagna intera. – Vincerete – aveva detto – ma non convincerete. Vincerete, perché avete forza bruta in abbondanza, ma non convincerete, perché convincere significa persuadere. E per persuadere avreste bisogno di qualcosa che non avete: la ragione e il diritto...
Il generale Millan Astray, gli occhi iniettati di sangue lo aveva interrotto con voce forte: – A me la legione, viva la muerte! – dalla sala, si era levato prima un brusio, poi poco a poco un insieme di voci indistinte, in un mormorio crescente, finché su tutte si era alzato un grido – Viva la muerte, abajo l’inteligencia. Miguel Angel aveva provato un senso di  repulsione nell’assistere a quella scena e dal profondo aveva sentito salire un moto di naturale ribellione. – Viva la vida! – aveva replicato il rettore dal suo palco provocando ancora reazioni contrastanti nella sala stipata come non mai. – Viva la vida! – aveva urlato a sua volta a squarciagola Miguel Angel, senza pensare alle conseguenze. Poi si era  alzato in piedi a fronteggiare i legionari che si erano stretti attorno al generale che se ne stava lì, senza ribattere, ma con un sorriso beffardo stampato sul viso, sicuro di essere dalla parte di chi non ha la ragione, ma ha la forza, dalla parte di chi può fartela pagare. – Viva la muerte, abajo l’inteligencia.  Una frase insopportabile, anche in quei giorni in cui si moriva per un nulla, per uno star di qua o di là. Giorni in cui bastava una parola sbagliata per rischiare la pelle. La vita era appesa a un filo e le idee pesavano come macigni. Tutto era così deciso e definitivo senza posto per i dubbi e i ripensamenti. E dubbi non ne aveva avuti neppure lui, Miguel Angel, giovane studente di filosofia, allievo di Unamuno, all’università di Salamanca, in quel giorno di ottobre del 1936. Ripensando a quel momento Miguel Angel sentiva ancora un brivido lungo la schiena, mentre un sottile senso di nausea lo pervadeva. o forse era l’aria fredda del mattino a entrargli nelle ossa? La sfida che aveva lanciato ai legionari nell’aula magna gli era costata cara. Se ne rese conto al termine della lezione, quando un manipolo di uomini in divisa, spalleggiati da un gruppetto di giovani civili, lo aveva aspettato sulla porta dell’ateneo per fargliela pagare. Lo avevano percosso in tutto il corpo intimandogli di gridare – Viva la muerte! – Non lo fece. Più arrivavano i colpi e più si ostinava a ripetere – Viva la vida! – Prima lo gridò, poi, man mano che le forze lo abbandonavano, lo disse sempre più piano, ma con eguale determinatezza: “Viva la vida!”, “Viva la vida!” come una lunga, estenuante giaculatoria. Lo avevano lasciato per morto, ai piedi della scalinata, mentre gli astanti guardavano intimoriti senza intervenire. Quando finalmente il gruppo dei violenti se ne fu andato, qualcuno aveva preso coraggio e si era avvicinato al corpo esanime steso per terra. Non era morto, ma le sue condizioni erano sembrate disperate. Si era risvegliato il giorno dopo su un letto, in una grande camera piena di gente e di voci. Gente che andava e veniva, suore con i grandi cappelloni bianchi inamidati, uomini con il camice, che passavano da un letto all’altro annuendo o scuotendo la testa, a seconda dei casi. Nell’aria, un brusio soffuso e un forte odore di medicinali. Non ci aveva messo molto a rendersi conto di dove si trovava. – Bentornato tra noi – gli aveva detto una voce al suo fianco. Si era voltato a fatica e aveva visto un uomo dal camice bianco, con un sorriso appena accennato sul viso contornato da una barba non rasata da qualche giorno. due occhiali rotondi, di metallo chiaro con le stanghette arrotolate intorno alle orecchie. Miguel Angel aveva cercato di metterlo a fuoco: era un medico, non poteva essere altro che un medico. – Come si sente? – gli aveva chiesto. Come si sentiva? Troppo presto per dirlo. Si era appena risvegliato da un sonno profondo, il corpo appiccicato al lettino con le ossa che parevano sparpagliate senza un ordine preciso. I sensi erano falsati da una specie di vertigine, la testa sembrava scoppiare e un nugolo di calabroni gli ronzava nel cervello. Come si sentiva? Male si sentiva e ancora peggio il suo orgoglio ferito.  Picchiato selvaggiamente da un’orda di violenti. Cominciava a ricordare.
– Coraggio – gli aveva detto il medico, cercando di rincuorarlo – il peggio è passato. – Il peggio deve ancora venire – aveva risposto Miguel Angel con un filo di voce e una smorfia sul volto.
E il peggio era arrivato. Eppure gli eventi non avrebbero potuto andare diversamente. La scelta fatta era per lui obbligata e non avrebbe potuto agire diversamente.  Era uscito dall’ospedale dopo qualche giorno. Non stava ancora bene, ma lo avevano dimesso perché c’era necessità di letti, e in più lui era un paziente scomodo, con quel suo ostinarsi a criticare i nazionalisti che avevano occupato la città. ogni volta che entrava qualche militare nella grande camerata, lui si girava dall’altra parte digrignando i denti e mormorando a mezza voce “banditi!”. 
videoA casa lo aspettava Maria, la madre, con lo scialle nero sulle spalle e le braccia incrociate sul petto. Lo sguardo severo della donna lo fissava negli occhi trasmettendogli un leggero rimprovero, ma solo un poco. – Mi farai morire di crepacuore – gli aveva detto, ma si vedeva che in fondo era fiera di lui. Il marito si era dato alla macchia all’arrivo dei nazionalisti per arruolarsi nelle file dei repubblicani. Chissà dove si trovava in quel momento. A Madrid, forse, o sulla sierra a combattere per la legalità e per il popolo. Era un idealista, uno splendido idealista. Ma lo aveva perso, forse per sempre e non voleva perdere anche il figlio. Miguel Angel, così simile a suo padre, così idealista anche lui, così intransigente da prendersi le botte, così orgoglioso da rischiare la vita pur di non abbassare il capo e sopportare il sopruso. Miguel Angel che fissando un muro di mattoni rossi, straniato da tutto, rivedeva i compagni con i quali si incontrava al bar di Firmin. Era la meta preferita degli studenti, il luogo in cui si respirava ancora aria di libertà. da Firmin, anche se a bassa voce, si poteva ancora discutere di politica senza la paura di essere denunciati. di nascosto si potevano leggere i giornali delle zone libere che venivano portati in città clandestinamente. Era un porto franco, il bar di Firmin, una zattera a cui aggrapparsi nel mare in tempesta della guerra civile. Miguel Angel ci andava tutti i giorni e leggeva tutto quello che poteva, cercando avidamente le notizie. Gli piaceva soprattutto “Militia Popular”, il giornale del “Quinto regimiento”. 
Lo scorreva insaziabile, con ingordigia, sognando un giorno di poter raggiungere gli eroici miliziani di cui narravano le sue pagine. Guardava le fotografie che venivano pubblicate e a volte le ritagliava e se le portava ripiegate per bene nel portafogli. Sulla testata campeggiava un motto che gli martellava nel cervello come un tarlo: Audacia, audacia e sempre audacia. – Ma quale audacia – ripeteva a se stesso e ai suoi compagni – ce ne stiamo qui a discutere senza fare nulla, mentre la Spagna è in fiamme. dobbiamo andarcene da Salamanca.
Passiamo le linee, andiamo a Madrid ad arruolarci. Qui non abbiamo un futuro, ogni giorno che passa è un’umiliazione in più. Persino un uomo come Unamuno è stato ridotto al silenzio dalle squadracce falangiste. – Passare le linee è impossibile – aveva detto Firmin – ma se volete ce n’è da fare anche qui! Gli altri lo avevano guardato increduli, aspettando che completasse il suo pensiero. – Ci vediamo stasera dopo la chiusura – aveva aggiunto guardandoli negli occhi – ci sono manifesti da attaccare e volantini da distribuire, non sarà il fronte, ma è già qualcosa. I ragazzi si erano guardati fra loro con una luce di speranza negli occhi. Quegli occhi, li aveva rivisti tutti, Miguel Angel, mentre guardava il muro sbrecciato davanti a sé: Lorenzo, Carlos, Leon. 
E Carmen, la bella Carmen, dai lunghi capelli neri e dal sorriso gentile, alla quale non aveva mai detto il suo sentimento per lei. E adesso era tardi, troppo tardi. una vena di rimpianto gli era scesa sul cuore. Se ne era andata, assieme agli altri, quando la raffica li aveva sorpresi alle spalle mentre incollavano i manifesti sul muro dell’università. Abajo la muerte, viva la vida! Pueblo llevantate! c’era scritto sopra. Ma la loro vita era fuggita via. Erano stati splendidi compagni, idealisti e sognatori. Come suo padre, come lui stesso. Quanto poco era durata la loro ribellione. Richiuse ancora gli occhi e si rivide in cella, mentre scriveva poche righe a sua madre. Chissà se le avrebbe mai lette! Rivide Firmin, pesto e sanguinante dopo essere stato torturato, mentre lo guardava dal pagliericcio sul quale lo avevano gettato. Aveva il volto tumefatto, ma gli occhi erano vivi e penetranti. – Non ho parlato – aveva detto – glie l’ho fatta vedere a questi qui, gli ho fatto vedere cos’è un uomo. Grande Firmin, era morto il giorno dopo a causa delle percosse, ma non aveva ceduto. E gli occhi erano rimasti vivi fino alla fine. La fine! Eccola che arrivava anche per lui. Come un lampo la scarica partì e colse Miguel Angel quasi di sorpresa, perché era immerso nei suoi ricordi e non aveva udito l’ordine secco dell’ufficiale al plotone di esecuzione.
Caricar, puntar... fuego!

Nell’istante stesso in cui veniva colpito, forte come la rabbia e vivido come i ricordi, un ultimo pensiero, netto e preciso gli attraversò la mente: “Viva la vida, abajo la muerte!”.

© Enzo Macrì, 2008


Tratto dal libro
La Tierra de los Caídos
La Guerra di Spagna:
19 racconti per non dimenticare
A cura di
Enzo Macrì e Angelo Marenzana

Robin Editore
In vendita in libreria
pp.220 - €. 10