mercoledì 6 giugno 2012

La vita davanti


di Enzo Macrì

Per capire le ragioni del mio male bisogna tornare all’inizio, al momento in cui la bestia è arrivata e si è insinuata dentro di me senza quasi che me ne accorgessi. Ero un ragazzo normale, avevo amici, andavo a scuola, ero considerato una persona brillante. Ma ero insoddisfatto, volevo di più. Che cosa esattamente non lo sapevo, ma di più. E così, quasi senza accorgermi  la bestia era già dentro di me. Poco per volta smisi di studiare, abbandonai gli amici, cominciai a fare furtarelli e a taglieggiare piccoli commercianti. Mi misi in vista e un giorno mi presentarono a  Don Francesco Antonio Abbà, detto “Don Ciccio”, l’uomo  che mi cambiò la vita.  Feci il giuramento e diventai  picciotto di rispetto. Da quel giorno tutto quello che facevo si trasformava in oro. Ero temuto e riverito. Entravo al bar e tutti facevano a gara per pagarmi il caffè. “Don Peppino - mi dicevano - vuliti na tazza di café?”  E io mi prendevo il mio caffè, con il sorriso sulle labbra e col dito mignolo alzato, mostrando l’anello con la pietra azzurra del quale andavo così fiero. Vanità di vanità. Avevo solo 18 anni e mi sentivo grande, potente, invincibile. In tasca avevo la mia beretta con il colpo sempre in canna. Era lei che mi dava la forza, la sicurezza di avere sempre ragione. Per conto di Don Ciccio incassavo il pizzo, portavo buste e ne ritiravo altre. Spacciavo sostanze e un poco ne usavo anche io, ma senza esagerare. Non ne avevo bisogno, erano la mia beretta e la mia posizione sociale a darmi soddisfazione. Mi sentivo potente. Mi alzavo la mattina con la voglia e l’intenzione di fare del male. Per il gusto di farlo, perché io ero Peppino Ierace, l’invincibile, diciotto anni appena compiuti, picciotto di rispetto, quello che non ha paura di nessuno. Ma un giorno maledetto  mi trovai tra le mani una busta più grande e più pesante delle altre.

“La vedi questa busta? – mi disse don Ciccio – la devi portare per conto mio a certi amici, su al nord”.

“Sempre agli ordini vostri sono – risposi – voi comandate e io obbedisco”.

“Lo, lo so, Peppinuzzu, un ragazzo come si deve sei! Intelligente e sveglio. Lo sai qual è il posto tuo. E sei giovane,  hai la vita  davanti”. 

Mi diede l’indirizzo e le istruzioni. Era facile come bere un bicchiere d’acqua.  Dovevo prendere la macchina, andare a Milano, cercare un certo Rocco, proprietario di un ristorante del centro e consegnargli la busta. Facile, troppo facile. Misi la busta nel vano portaoggetti sotto all’autoradio dell’alfa 156, ingranai la marcia e feci un cenno di saluto con la mano, come a dire: “state tranquillo, Don Ciccio, ci penso io”. 

E ci pensai per tutto il viaggio. Lo sguardo correva dalla strada alla busta, dalla busta alla strada. Un tarlo mi rodeva. “Che minchia ci sarà di tanto importante in questa busta? – pensavo -  Soldi, sono sicuro che sono soldi”. E soldi c’erano. Tanti. Quando l’aprii non potevo credere ai miei occhi. Venti mazzette da 500 euro e ogni mazzetta era da 100 pezzi. Erano troppi soldi, talmente tanti  che nella mia vita non li avrei forse più rivisti tutti assieme.  Non andai a Milano e non consegnai la busta.  Arrivato a Genova, invece di imboccare lo svincolo, proseguii diritto, verso la Francia. Andai a Marsiglia, città grande e dalle mille possibilità. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Appena cercai di spendere la prima banconota, al grande hotel dove avevo preso alloggio, fui avvicinato da un uomo della sicurezza dell’albergo che mi invitò a seguirlo. Come un lampo nella mia mente si fece strada la verità.  Don Ciccio mi aveva fregato. Aveva voluto mettermi alla prova, per vedere se si poteva fidare di me. I soldi erano falsi e io ci ero cascato come un cretino. E l’uomo della sicurezza mi voleva consegnare  alla polizia,  ma io avevo la mia beretta che non mi abbandonava mai. La impugnai e senza pensarci due volte feci fuoco. Cercai di fuggire, ma una pattuglia di servizio davanti all’ingresso dell’albergo mi bloccò. Mi tolsero la pistola, la busta con i soldi e la libertà. L’uomo della sicurezza rimase ferito gravemente, ma se la cavò e anche io me la cavai, con 15 anni invece che l’ergastolo, perché per fortuna non era morto e l’accusa non fu omicidio, ma tentato omicidio. Sottigliezze che ti cambiano la vita.  Quanto tempo era passato da quel giorno? Tanto. Dodici anni e sei mesi.   Li avevo contati e ricontati i giorni, minuto dopo minuto aspettando il momento in cui sarei uscito.  E quel momento ormai era arrivato.  L’indomani finalmente sarei tornato a respirare l’aria della libertà, lontano da quella cella, lontano dal mio incubo. Già, l’incubo. Perché l’incubo c’era ed  era ricorrente. Ogni notte arrivava, inesorabile. Per quanto mi sforzassi, per quanto lottassi contro me stesso, quando vinto dalla stanchezza mi abbandonavo al sonno, il sogno tornava. Lo sapevo che si trattava di un sogno, eppure lo vivevo, anzi lo “morivo” tutte le notti.

Era  un posto davanti al mare, con un alto muraglione alla sommità del quale c’era un parapetto. Un posto qualunque, davanti a un mare qualunque, un posto mai visto, che non esisteva nella realtà. Esisteva solo nei miei sogni. Era diventato un luogo così famigliare che riuscivo a vederlo nitidamente ormai anche ad occhi aperti. Eppure i sogni svaniscono dalla mente con le prime luci del mattino. Al massimo ci si ricorda di qualche particolare, tasselli di un mosaico spesso difficile da mettere insieme. Ma quel sogno no, rimaneva nitido nella mia mente anche da sveglio, segnandomi le giornate oltre che le notti. Dall’alto del muraglione guardavo  il mare. Una ventina di metri più sotto, gli scogli erano appuntiti,  le onde vi si frangevano con violenza e la risacca faceva un rumore spaventoso.   Il vento soffiava e pareva un urlo continuo, lacerante, che penetrava nelle orecchie e nell’anima. Per contrasto il mare più in là era calmo e quasi immobile. Il sole splendeva rosso e caldo sull’orizzonte. Era sempre  il tramonto. Percepivo perfettamente il contrasto tra la calma piatta del mare al largo e le onde che si infrangevano sulla massicciata, ma non ne capivo la ragione. L’ansia mi assaliva mentre attendevo, perché sapevo  con certezza che l’evento, come al solito si sarebbe compiuto.  Dopo un poco, eccolo arrivare:  un antico veliero che avanzava lentamente  sull’acqua, mentre dal ponte tre personaggi vestiti di nero con i cappelli piumati mi guardavano beffardi e facevano cenni.  Sapevo benissimo chi erano i tre personaggi: erano Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che fondarono le mafie.  Venivano a chiedermi il conto del mio tradimento. Avevo tradito la fiducia del capo, meritavo la punizione. Erano troppo distanti per potere udire ciò che dicevano, ma il movimento delle labbra assieme ai gesti era inequivocabile: “vieni – ripeteva uno di loro – vieni” e accompagnava la parola con un gesto della mano. “Vieni – insisteva un altro – vieni, mostrando il pugno minaccioso”. Vieni qui – intimava il terzo con un cenno imperioso, per intimorirmi. E il terrore puntualmente mi assaliva. Sapevo che si trattava di un sogno, sognato e risognato cento volte, eppure non potevo fare a meno di tremare. Avrei voluto urlare, ma quello che usciva dalla bocca non era che un rantolo indistinto appena percettibile, un urlo silenzioso che gelava le vene. E più cercavo di urlare e più la paura aumentava, più il terrore cresceva, più l’urlo moriva in gola. La disperazione si impadroniva di me. Avrei voluto fuggire, ma non potevo. Avrei voluto svegliarmi, ma non ci riuscivo. Sognavo di sognare e non potevo farci niente. Poi qualcosa mi attraeva,  inspiegabilmente, ma inesorabilmente verso il parapetto. Come i marinai di Ulisse con il canto delle sirene, ero attratto da quello strano veliero e da quegli uomini  in nero e non potevo resistere. Le onde che si infrangevano sulla massicciata e il rumore della risacca avevano un potere ipnotico. Avrei voluto, ma non riuscivo a oppormi. Lo sguardo fisso, i movimenti meccanici, il cuore in tumulto, la mente consapevole, eppure impotente, puntualmente salivo  sul parapetto e mi gettavo nel vuoto. Precipitavo verso gli scogli battuti dalle onde, in un lungo interminabile ralenty che prolungava l’agonia. 
Come un orologio di Salvator Dalì, il tempo era dilatato. Cadevo e urlavo, urlavo e cadevo, in un terribile  crescendo di orrore e disperazione. Il rumore della risacca si fondeva con il ritmo delle onde che si infrangevano sugli scogli diventando un unico suono indistinto, distorto, come un vecchio 45 giri che va a 33. E continuavo a cadere, mentre le orecchie e la mente si riempivano di quel suono assurdo. Poi mi svegliavo, madido di sudore e me ne stavo a guardare il soffitto aspettando un altro giorno, sperando di allontanarmi dall'incubo. Ma le giornate in carcere sono tutte uguali e la mente lavora e sempre là va a parare. Allora per tenermi impegnato mi inventavo di essere cuoco e cucinavo. Era un modo per passare il tempo, per fare qualcosa che non mi facesse pensare. Cucinavo di tutto con il poco che avevo. Un fornello da campeggio, posate e stoviglie di plastica, pochi ingredienti comprati alla casanza o barattati con il compagni delle altre celle.  Avevo un piatto speciale, le polpette, che cucinavo nelle occasioni speciali.
Quella sera guardavo i miei tre compagni  che si mangiano le mie polpette e pensavo che stavo per uscire. Qualche anno di sconto per buona condotta me lo ero meritato, ero ancora giovane. Don Ciccio aveva ragione quando diceva che avevo la vita davanti.
Nell’aria c’era ancora l’odore dell’olio fritto che avevo usato per cuocerle, le polpette. Le avevo cucinate per loro, come avevo fatto qualche tempo prima quando erano stati assegnati alla mia cella. Era un piatto semplice, fatto con  un po’ di pane, uova, acciughe e qualche aroma. Semplice, ma in quella situazione pareva una leccornìa.  Una cenetta per festeggiare la mia uscita, l’indomani. Se le mangiavano di gusto, ma io non mi sentivo, avevo la gola chiusa. Sarà stata l’emozione per la fine pena, sarà stato il mio incubo che mi perseguitava, saranno stati i miei compagni che mi guardavano strano, o almeno così mi pareva, ma di mangiare quella sera non se ne parlava proprio.
“Sono buone le tue polpette – disse uno di loro – mangia anche tu con noi”
“No, grazie, non mi sento”.
“Guarda che avanzano” – disse e così dicendo mi porse il piatto con alcune polpette invitanti.
“No, davvero, non mi sento proprio”
Mangiale – insisté – sono  proprio buone. Il cuoco dovevi fare e non il picciotto d’onore”
E così dicendo schiacciò l’occhio ai suoi compagni.  Ne presi una  e pensai che era l’ultima volta che mangiavo polpette di pane, rinchiuso in una cella. Il giorno dopo sarei stato libero e avrei mangiato cibo buono, cucinato a regola d’arte e chissà, forse lo avrei aperto veramente un ristorante. Ma sì,  avevo davvero la vita davanti. Posai il piatto con le polpette avanzate sul tavolino accostato al muro.  Uno dei compagni si alzò, andò alla scatola di cartone che usavamo per dispensa, tolse il tappo a una bottiglia di plastica che conteneva vino, riempì un bicchiere di carta e me lo porse.
“Se non vuoi finire le polpette almeno bevi un bicchiere di vino, dobbiamo festeggiare”.
“Si grazie, dobbiamo festeggiare la mia uscita – dissi io – ma solo un goccio però, per compagnia”
“Dobbiamo festeggiare, ma non la tua uscita” – disse guardandomi con un sorriso falso stampato sulla faccia.
“A no? – domandai sorpreso – e allora cosa?”
“Il fetuso cornuto che sei” – disse improvvisamente mentre mi si avventava contro.
Fui colto di sorpresa. Mi spinsero in un angolo  e mentre due mi tenevano le braccia e le gambe il terzo estrasse non si sa da dove una lametta. 
“Ma davvero pensavi di poterla fare franca?  – diceva mentre avvicinava la piccola lama scintillante al mio viso – davvero potevi pensare che Don Ciccio ti lasciava vivere tranquillo dopo lo sgarro che gli hai fatto?”
“Ma i soldi erano falsi” – balbettai.
“Don Ciccio se ne fotte se i soldi erano falsi, potevi pensare che ti affidava un milione di euro veri? Era una prova, per vedere se eri fedele. E hai fallito. Quello che conta è l’atto che hai fatto, lo sgarro, il tradimento. E per il tradimento non c’è perdono”.
“Ma come – dissi sempre più spaventato – abbiamo diviso la cella, abbiamo passato tanti giorni insieme, ho anche cucinato per voi… ma… voi chi siete?
“Chi siamo? Non lo hai capito ancora, scimunito? Siamo i tuoi giustizieri. Siamo Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i cavalieri della vendetta e siamo venuti per parte di Don Ciccio a portarti il cappotto di legno per la tua uscita”.
Cercai di divincolarmi, ma fu inutile. La lama,come un lampo mi tranciò la giugulare, senza provocare alcun dolore. Mentre il mio sangue usciva a fiotti sentivo la mia mente allontanarsi. Come un altro da me, mi vedevo salire sulla massicciata e guardare verso il mare. I tre cavalieri erano là e mi chiamavano. Vidi me stesso mentre mi lasciavo cadere verso gli scogli e mi sentii urlare quell’urlo silenzioso e terribile. E cadevo, cadevo, in un tempo sempre più distorto e innaturale. E più cadevo e più l’orrore mi assaliva, in un crescendo incontrollabile. E ancora sto cadendo verso gli scogli, ancora sento il frangersi delle onde e l’ululare della risacca e ancora grido il mio terrore che cresce e cresce e cresce e non finisce mai. Adesso so. Adesso conosco l’eternità.


Tratto dall'antologia Peccati di gola
A cura di Barbara Balbiano e Chiara Bertazzoni 
Perrone Lab 2011
Disponibile in vendita il libreria

mercoledì 25 aprile 2012

Bocca di rosa


di Rossana Massa


Ancora alla fine degli Anni Settanta, per le colleghe seriose, insegnanti elementari, a loro volta formate dalle suore, la bellezza esteriore esaltata dalla vanità, era un po’ demoniaca. “ Chi si guarda spesso allo specchio, vede il Diavolo!”, sosteneva una collega anziana nel redarguire una giovane supplente assai carina. “ Signora, non è poi così brutta come crede!”, rispondeva la sfrontata, riponendo lo specchietto in borsetta. “ Si guardi quanto le pare e non pensi a quel che vede, non si butti giù!” e rincarava la dose, mentre quella, in palandrana nera, correva a chiudersi in aula, dove l’aspettavano dei malcapitati. Il camice nero non mi piaceva, l’avevo comprato azzurro scuro, così sembravo la commessa d’una drogheria. Il grembiule nero, portato con nonchalance alle superiori, per obbligo, aperto su una gonna microscopica, con le mani sempre in tasca fino a sfondarla, si presentava quale strumento indispensabile anche del mio lavoro: la divisa scolastica. A me non incuteva riverenza, non mi dava l’aria da “Signora maestra”. Ero giovane, entrata di ruolo nel giro d’un concorso, senza un giorno di supplenza alle spalle, a disagio dietro alla cattedra alla quale ero stata davanti fino a poco prima. E poi il camice nero mi ricordava Giuanen il vinaio sotto casa, che ne portava uno lunghissimo che me lo faceva rispettare moltissimo, cosa che stupiva mia madre, finché non scoprì che io, bambina, ero convinta che fosse…un prete. Da allora lo chiamammo tra noi, nel lessico familiare, Don Quartino o Padre Cicchetto, a seconda dell’ispirazione. Così che le colleghe impettite, in divisa nera e capelli raccolti con forcine grosse un dito, che ricordavano il forchettone per saggiare la cottura del pollo arrosto, me le vedevo più con il fiasco in mano che con il gesso, per una curiosa, ma inevitabile associazione d’idee. Anche alla santa messa il sacerdote, col calice in mano, mi faceva uno strano “effetto Giuanen” che, da bambina, faticavo a scacciare, dopo la scoperta che il mio prete preferito era invece un commerciante come tanti. Allo specchio io vedevo soltanto accenni di occhiaie al mattino, se alla sera avevo fatto tardi, frullavo via come un passero al lavoro, pensando che l’aria da convento, che si respirava nel mio ambiente di lavoro, poco mi si addiceva, ma molto mi rasserenava. Ora tornerei addirittura al grembiule, con l’età comincio a rivalutare positivamente il rituale dell’indossare un ruolo, perché l’insegnamento come la medicina o la giustizia richiede spesso un distacco da sé per essere onorato. Anche se la gente considera chi insegna un “Giuanen”. Il Giovannino di fiabesca ispirazione : stupido. Con la bellezza il rapporto è sempre stato intenso. A casa mia il mondo era diviso, per mia madre, tra belli e brutti. La bilancia era severissima, perché la bellezza era la sua qualità preferita, tanto da diventar virtù. Era innamorata di ciò che era bello tanto da considerarlo ovviamente buono, perché ciò che splende all’esterno non può che essere illuminato dall’interno. Ciò mi causava un insopprimibile anelito alla bellezza e , nel contempo, un vago senso d’inferiorità quando m’allontanavo dai modelli prescelti, sempre meno vago col passare degli anni e lo sfior d’la blessa ad l’asu. Quando la “signora dalle mille parrucche” venne ad abitare nella casa vicina, non faticammo a capirne l’attività svolta. Entrata indipendente, piano terra…aspetto seducente alla sera quanto fiacco e dimesso di giorno. Mia madre la squadrò: non bella, sentenziò, per cui destinata a morir di fame, considerata la libera professione che aveva scelto. Sottovalutava tuttavia la fame dell’utenza, sulla quale bocca buona è bene stender un velo pietoso, anche se con un certo disgusto, che mi deriverà dal casto mestiere che mi è capitato…L’inquietante presenza, a dispetto delle brave signore del rione, pareva invece essersi ben stabilita. Gli affari andavano bene, le gambotte trottavano leste sotto una testa bionda, rossa, castana, bruna…Le brave donne dell’isolato, alla sera, spiavano tra i gerani la buona donna e commentavano; di giorno s’interrogavano su quali provvedimenti prendere nei confronti dell’indesiderata vicina.Le brave donne, sofferenti d’insonnia, contavano gli avventori e disputavano, il giorno dopo, dal salumiere, sul numero degli uomini visti, accusandosi a vicenda d’imprecisione nel tenere i conti. Intanto si prodigavano per farla cacciar via, coinvolgendo riluttanti mariti, rivolgendosi al titubante parroco ( nera, ma la buona donna era pur sempre pecorella di dio), tirando di mezzo le forze dell’ordine e mettendo in croce il padrone dell’alloggio affittato alla prostituta.Noi ragazze venivamo invitate a non sostare sotto casa la sera e salutare i morsetti con molta fretta, per non dare adito ad equivoci e non “rimorchiare” involontariamente i clienti destinati alla vicina di portone.Ubbidivo, ma mi nascondevo nell’androne di casa per spiare dietro il portone le mosse del fidanzatino per vedere se per caso non s’infilasse nella “porta accanto” completando la serata in modo poco romantico ma più proficuo che con me.La guardavo: assorta, seria senza stucchevoli frivolezze, prestarsi all’andirivieni con un rigore da professionista. Non sorrideva mai, neppure di giorno, non era sfrontata, non assumeva nessun piglio di volgare sfida. Per essere una “donnina allegra”, sembrava un’impiegata del catasto, non nell’aspetto, ma nel comportamento. Un pomeriggio entrò dalla parrucchiera e si sedette, un rapido giro d’occhiate tra massaie stupefatte e fu invitata a lasciare il negozio. Non batté ciglio e se ne andò e la trovai molto dignitosa nel suo fare imperturbabile, tanto da non giustificare il tono tronfio delle signore rimaste, la cui rispettabilità era salvata, avendo respinto la traviata. Traviata che non si riusciva a schiodare, nonostante le forze riunite delle brave signore, a cui mia madre aveva desistito ad aggiungersi quando la crociata s’era fatta cruenta. Per un moto d’improvvisa inconfessata pietà, che la portava a non interferire più di tanto nelle scelte di vita altrui, si ritirò dicendo che “la vettura della signora era la sua e ci faceva salire chi voleva”, ma a me ricordò che se la incontravo per strada dovevo volger lo sguardo altrove, poiché, dovevo ricordarlo, ero pur sempre una maestra di scuola! Della serie: vivi e lascia vivere. Ogni tanto però la divertiva spiare tra i gerani e lo faceva col binocolo da caccia di mio padre, per “guardare in faccia gli sporcaccioni senza i quali le meretrici non campano”. Veramente non aveva detto “meretrici”, ma sorvoliamo. Così che vide tanti bei nomi dell’Alessandria- bene di quei tempi ( nessuno se ne crucci o si spaventi, intanto son passati quasi trent’anni e son già tutti morti) sfilare su belle automobili, tanto da restar basita. Ed anche in questo caso, “basita” è un eufemismo. Quando si seppe, anche le brave signore non commentarono più, chiusero le imposte ed arretrarono ammutolite al cospetto di cotanta protezione “in alto loco”.La prostituta continuava a trafficare, con notabili e sbarbati, con padri di famiglia e vecchietti, con il solito ritmo impersonale, ma sicuramente efficiente, considerati volume e qualità degli affari tra i tigli dello Spalto.Le brave donne non rivolgevano uno sguardo alla buona donna, indispettite e meditabonde su quanto porco fosse il mondo, Alessandria in testa. Lei, di giorno, faceva spesa, con gli occhi vuoti e gelidi di sempre. i bottegai la servivan con due dita, ma i soldi in cassa li mettevano con tutte e dieci.Accadde che il gattone siamese che possedevo allora fece una conquista in una tenerella gatta pezzata, bianca, nera e rossiccia. Graziosa, dolce, giunta chissà da dove, ma non da molto lontano considerato il eplo lucente frutto si una strigliata recente e la pancina tonda di animaletto ben pasciuto. Aveva al collo un fiocco rosa di velluto ed un campanellino. L’adottai per un giorno. Il giorno dopo si fece viva la vicina. Proprio…lei. Aveva le lacrime agli occhi e l’apprensione nella voce, rivoleva la sua gatta, manifestava con parole e gesti tutto il timore di averla perduta per la vendetta di quelle stesse persone di cui reggeva lo sguardo con lo sguardo con imperturbabile freddezza. Restituì subito la gattina alla sua proprietaria, che s’illuminò nel riabbracciarla con una tenerezza che si vedeva dal profondo. Cominciai a pensare che tanti uomini fossero attratti da quel retrogusto di dolcezza nell’assaporare quella donna in vendita. Tenerezza che forse non c’era o non più nelle brave signore loro consorti. Mi balenò nella mente la collega vestita di nero, che vedeva nello specchio il Maligno e ne immaginai il marito, a cui augurai di incontrare la mia vicina abbastanza spesso. Smisi anche di spiare il moroso. Il peccato, se fosse accaduto, mi sembrò meno mortale. Giovane mente. In realtà le brave donne, nel privato, possono essere molto più pepate e scollacciate di quanto non sembri e una persona tenera con un gatto può essere assai dura e impersonale con il genere umano di cui, per mestiere, conosce bene i difetti. I giovani hanno una visione spesso edulcorata dei rapporti tra donne di strada e clienti. Poveri. Hanno appena scoperto il sesso e son convinti che altri non l’abbiano mai fatto prima di loro, se non in modo stanco e condizionato. Ignorano o giustificano la libidine che porta a cercare tramite il sesso, da parte di alcuni…utenti, l’umiliazione femminile, l’abbrutimento lascivo, che non riescono ad ottenere dalle compagne. Hanno una visione letteraria della “buona puttana”. Complice anche il Faber. Ora, se vedessi il moroso uscire da quel portone, gli infilerei un calcione negli zebedei. Bocca di Rosa se ne andò com’era arrivata, cambiò piazza , non si sa se per l’intervento decisivo delle dame della parrocchia presso “ chi - di – dovere”o se semplicemente l’attività cominciava con il render meno. Aveva lasciato la casa ad un’anziana signora ignara e scorbutica, che fu costretta a comprarsi un bastone per picchiare i distratti occasionali clienti disinformati, in cerca, a distanza di mesi, della loro bella.  E’ possibile che il gruzzolo sia servito a cambiar vita, aprendo un negozio di un qualsiasi genere, altrove. Può essere che la donna abbia continuato la vita di sempre e chissà che fine può aver fatto. In giovane età ho pensato ad una fine sentimentale, con il tempo mi sono augurata che fosse riuscita almeno ad avere in gestione una rivendita di pane. Dare pane alla gente e non pane a chi compra gente.


Tratto dal libro Memorie di nebbia selvatica

Diego Dejaco editore, Milano 2009

domenica 15 aprile 2012

Non viene mai buio

di Giorgio Bona



     Sentivo farfalle negli intestini, salite che l’universo non può contenere.
     Potrei iniziare qui a raccontarti della mia vita, o dirti quanto fosse importante per me tracciare una simmetria, non chiedermi cos’è… non saprei spiegarti… se non l’avessi trovata non saprei raccontarti.
     Ho ancora in mente il nostro viaggio di ritorno da Parigi. Ricordo l’hostess annunciare l’imminente atterraggio alla Malpensa. Aveva pregato i passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza e tu ridesti alla battuta di un accompagnatore di una compagnia turistica che disse: attenzione, stiamo atterrando! Passaporto tra i denti per il riconoscimento dei cadaveri!
     Qualcuno ci aveva creduto e si guardò intorno terrorizzato. Anch’io risi ed era una risata che trascinava in sé un sentimento di nostalgia, qualcosa che si andava smarrendo poco a poco, mentre le luci di Parigi restavano un lontano ricordo.

     Tira vento a ottobre tra queste colline. La nebbia trasmette un senso di gelo e bagna i vestiti. Se si alza torna la visuale di un cielo grigio, muto, quasi trasparente.
     A Sante piaceva molto quel paesaggio nei dintorni di Novi. Ricordava molti tratti della campagna toscana: lo stesso odore di terra vergine, lo stesso sfocato tramonto che si schianta contro il basso profilo delle colline. Rimane diversa la tonalità dei colori, più tenue, più delicata.
     In pieno pomeriggio, sempre che possa esserci pomeriggio a ottobre, l’umido che viene dallo Scrivia, foschia densa, fiato di tabacco.
     Il mondo di Via Cavanna 53 sembrava un puntino scuro. Sante stava tornado a casa. Chi l’era nà’ e chi l’auriva sarà i’öğ, mond lader. Un ratto passò vicino ai suoi piedi per andare a nascondersi sotto un cumulo di rifiuti. Guardò intorno. Deserto. L’umidità gli diede uno schiaffo sul viso, costringendolo a inspirare. Si voltò a guardare la strada che aveva percorso. Era come distaccare il passato che soffiava sul collo. Ebbe la sensazione di soffocare, come andare in apnea.

     (l’uomo nero)
     (a un certo punto si girò ed era lì che lo stava osservando, la sua figura scarsamente illuminata, le braccia abbandonate, il volto in ombra)
     (parlò a se stesso Costante mentre pedalava, parlò del suo passato che si allontanava come il gruppo in fuga. C’era da recuperare, raggiungerlo)

     Il suo stradinom era Pollastro, ma mica è così semplice, lü, gram fiò, se le zecche si fanno strada pisciando nel sangue, perché di notte desiderava dromi suta la rosa, sentendosi sicuro ammachi in scossa a sò mà. E quando sò pà gli mise in mano la vanga, per la prima volta provò quanto era bassa la terra e bisognava piegare la schiena.
     A scuola il maestro faceva vedere le lettere dell’alfabeto, la a, la b, alla c Sante aveva già capito che era mica utile tanta istruzione: ognuno dev rangias da sè medesim, al dev fa cul che al vö e il mondo intorno è tutto una finta.

     Avverto un brivido che mi attraversa.
     La nostra casa. Ricordi. Memoria che ho diviso con te, che con la mente ho anche abitato. Il resto lo intravedo nei tuoi occhi che provo a leggere attentamente e che identifico con i colori: il colore della malva vicino alla nostra porta, i campi di colza che si stendono all’infinito e la vita era lì, appesa a un filo, nella lucciola che si accende un attimo nella notte per dirti che esiste, in quelle notti succose e dense come la polpa di un’albicocca.
     Ora non è più così. Forse è colpa di questo tempo sempre più cupo, grigio. Il mio umore è come questo tempo, questo tempo così contrario alla felicità.

     A Sante sarebbe piaciuto diventare corridore professionista come il suo amico Costante. Lo guardava ammirato staccare il gruppo in volata per correre verso il traguardo.
     È così. La vita va presa nel momento stesso in cui gli altri vogliono portartela via. Lui che non ha voluto chinare la schiena su quella zappa perché la terra è bassa e non risparmia nessuno. Nessun diritto a questo mondo. Lo stato è il vero nemico. Fascista o comunista che sia.

     (l’uomo nero)
     (era lì. Sette litri d’aria nei polmoni, con gli occhi che lacrimavano per il freddo e la fatica. Guardò quell’ombra sfilarsi la maglia stropicciata e sudata e quando gliela porse non era più. Un leggero gemito lo colse e una specie di sorriso sulle labbra…)

     Oè fascisti! Brüt e gram, sempre a dargli la caccia, a braccarlo. Lui correva più forte di Costante, sentiva di essere lui il vero campione. Lui che non volle piegare la schiena. Meij stà setà a la piola da la Zena che travajà. Meglio l’osteria a beive curteis e barbera che chinarsi alla terra mangiando polenta e verza. Alla piola della salute si vendeva cancarun ai paisan, ai quader, che erano come le bestie, che alzavano il gomito cercando di fottere la morte giocando a cirulla e alla morra.
     Bestie. Si bestie, animali domestici, can da pajè abituati alla catena. Avevano paura della loro ombra. S’inciuccavano e ringraziavano la Madonna e tutti i santi. Ruscavano, sgobbavano, dicendo sempre sì. Per questo si erano meritati la miseria.

     In quel breve intervallo tra il nostro fu e il mio ora, pedalavo con il busto piegato il avanti e tu eri stretta al mio bacino, al centro di quella che definivi la mia simmetria.

     Sante avvertì dei passi alle sue spalle. Si sentiva una lepre al fiuto del bracco. Deviò dalla strada di casa, cercò rifugio dalla Zena. Lo seguivano, avvertiva la loro banfa addosso. Si appoggiò al banco, chiese un gotto di quello buono. Due degli inseguitori si misero al suo fianco, il terzo occupò posto da solo ad un tavolo libero.
     Sante ordinò alla Zena di versare un altro giro. I tre si mossero. Un colpo andò a conficcarsi sul pavimento. Fu un attimo di panico, quanto bastava per darsi alla fuga. Si buttò contro la finestra, spaccò i vetri e via.
     In quel momento sentì il freddo bussargli le tempie. Lo sparo gli sibilò accanto, gli fece fischiare le orecchie. Subito dopo le facce sgranate degli sbirri lo immobilizzarono, insaccandolo come un maiale. Era una collisione di corpi, uno scambio molecolare che avvenne a forza di colpi. Sentì sangue nella saliva mentre deglutiva e i colpi non si arrestavano. Gli sbirri lo udirono mormorare. Brav i sè stà brav, ma l’è ancura lönga.

     La nostra casa. Ricordi, memoria che ho diviso con te, che con la mente ho anche abitato. C’era la voce del poeta alla radio, una voce che scandiva versi che sembravano dividerci l’anima. Diceva: sventure nel mese di ottobre, quando ,mezzogiorno stabilisce la sua equazione nel cielo.
     Lo ripetevo a voce alta, sempre più forte, mentre salivo la mia ultima vetta.
     Mi voltai indietro ed ero solo. Le mie gambe obbedivano a un ritmo più forte del cuore e della mente.
     Come una mela! A scuola il maestro diceva sempre: provate a immaginare che questo sia l’universo, così, simile in tutto e per tutto a una mela…
     In quella mela ho visto la vetta ed era come la voce del poeta che diceva di vedere l’equazione del cielo.
     Sono salito sempre più su per capire cosa avrei trovato dall’altra parte, perché questo buio che scende davanti ai miei occhi, questo rantolo sempre più forte che vuole rimanere attaccato alla vita, sono la mia simmetria.

     Sante prese la bicicletta e senza una meta precisa imboccò la statale per Alessandria. Verso Marengo il sole sembrava bucare la nebbia e accompagnarlo per qualche tratto.
     Aveva il viso di Costante, la stessa smorfia quando la strada diventa liquida e il catrame sotto le ruote cuoce anche il sangue. Sentì di dover provare a staccarlo, ma lui era lì, sempre al suo fianco.
     Capì tante cose in quell’attimo. Ecco cosa indispone chi corre: vedere qualcuno che ti affianca, vederlo negli occhi, non capire cosa vuol fare, ma essere consapevoli che al primo tornante ti lascia lì, a mangiar polvere.
     Dov’è quel demonio, urlò, mentre il sole si era nuovamente nascosto dietro la nebbia e la pace dei campi sul bordo della strada gli sembrava uno sberleffo, una risata.
     Poi la nebbia si dissolse definitivamente. Il sole era davanti a lui e lo invitava ad andare avanti.
     Potrei superarlo, disse. Restò un attimo a pensarci, tra le parole pronunciate a denti stretti e i pedali che divoravano l’asfalto. In quel momento colse l’ultimo raggio di luce che lo colpì in pieno volto e Costante pedalava formando un vortice nell’aria, fuggiva e colorava le invisibili traiettorie della vita.


  Sante Pollastri (Pollastro Novi L.re 1899-1978) bandito italiano amico di Costante Gilardengo, sconosciuto in ambito nazionale in quanto la censura fascista limitava fortemente la cronaca, divenne una celebrità in ambito locale. Acerrimo nemico dei carabinieri si professava anarchico e deciso oppositore di ogni regime. Fu arrestato a Parigi nel 1929 in seguito a delazione. Si racconta che tra i suoi traditori vi fosse lo stesso Costante Gilardengo. Condannato all’ergastolo, fu inviato a scontare la pena sull’isola di Santo Stefano. Ottenne la grazia nel 1959 e trascorse il resto della sua vita esercitando la professione di ambulante.



martedì 10 aprile 2012

Corleone

di Enzo Macrì


Avevo quindici anni e una gran voglia di andarmene via. Via da Corleone. Via da  quella terra dura, da zappare sotto il sole. Via dal poco cibo e dalle tante ore a lavorare. Tutti i giorni pane e olive e per bere l’acqua della gozza.  La strada per andare all’albeggiare e quella per tornare all’imbrunire, sempre uguale, con il freddo e con il caldo. E camminare scalzo, perché le scarpe erano un lusso della festa e dovevano durare. Ma anche scalzo mi piaceva correre a perdifiato per le strade polverose e tra le vigne  con il passo irregolare zompando da una parte all’altra. Parevo  un grillo, con le gambe magre e nodose, che sembravano fatte apposta per correre e saltare. Ma quello che più spesso mi capitava di saltare  erano i pasti. Quattro figli eravamo, tre sorelle e io, il più piccolo, il più fortunato perché ero maschio e perché ero andato a  scuola. Dal maestro Migliorini, che faceva scuola all’aperto, sotto  un pergolato, tra i grilli e le cicale. Un uomo tutto d'un pezzo, il maestro Migliorini, sapeva a menadito le storie dei Greci e dei Romani, conosceva la grammatica e la geografia, l'aritmetica e la geometria. Un uomo inflessibile, che quando sbagliavi una risposta o non eri pronto, ti picchiava sulle dita con la verga. Per farmi entrare la scienza, diceva lui. E un poco di scienza me la fece entrare, se è vero, come è vero che presi la licenza  elementare e fui il primo della famiglia a saper leggere,  scrivere e far di conto come di deve.  Ma in quella terra arida e ingrata a che poteva servire sapere leggere e scrivere se non a farti comprendere meglio la differenza tra lor signori e noi cafoni, tra la loro vita a cavallo o in carrozza e la nostra vita agra, senza speranza. La mamma, con le mie sorelle, lavorava a giornata, ogni tanto. Raccoglieva le olive, quando era stagione,  e per il resto aiutava mio padre che era a mezzadria. La schiena rotta dalla fatica e il pane sulla tavola che non bastava mai. E io che mi sognavo di andarmene via. Prendere il bastimento, verso l' America, a lavorare in una grande città. E di avere bei vestiti e scarpe di cuoio, di mangiare a sufficienza e mettere su famiglia. E avere dei figli, belli e forti, sani e ben curati. E di tornare un'estate, anzi a settembre, che è più fresco e ci sono i fichi, dolci e succosi,  appena staccati dalla pianta.  E raccontare a tutti la vita, là in America, vantandomi.  Perché in America già lo sapevo, le strade sono tutte più larghe, le case più grandi e il mangiare più buono. E più abbondante.  Ma era giovane, troppo giovane per partire. “A quindici anni chi voi fari? si carusu e lu mundu è accussì grandi!”, mi ripeteva mio padre abbassando la voce per non farsi sentire dalla mamma che questi discorsi, proprio non li voleva ascoltare. “Se te ve vai, ti perdo” diceva lei e lo sguardo si faceva triste. E allora parlavamo piano, tra uomini, guardando fisso davanti, cercando un futuro che non c’era.  E intanto zappavo e sognavo, e mangiavo pane e olive e guardavo Teresa. Quanto era bella Teresa, con quei capelli neri come una notte senza luna. Ogni volta che la guardavo, mi sentivo rimescolare il sangue nelle vene. Quante volte avevamo giocato, assieme, da bambini, quante volte le avevo detto : “quando cresco ti sposo”. Eravamo cresciuti, e i giochi da bambini non li potevamo fare più. Qualche occhiata furtiva, passando per la strada, qualche frase, masticata a bassa voce, mentre gli occhi si incontravano fugaci. Niente più giochi spensierati o dolci promesse, che il tempo dell’infanzia era passato. Ma uomo fatto, ancora non ero, e mi toccava masticare amaro. E vedevo mio padre sempre più curvo con la zappa in mano, a strappare la vita  da quella terra avara. E più zappava e più si incurvava. E al raccolto, arrivava Tano “u ricchiuni”, il gabellotto (1) di don Mimì, il padrone della terra, a fare le parti. Mezzo e mezzo dovevano essere, ma la parte sua  era sempre un po' più metà di quella di mio padre. E poi si prendeva una parte per la semina e un’altra per la protezione. E alla fine, della metà di mio padre non restava quasi niente. Lo chiamavano “u ricchiuni” per via delle orecchie grandi, e per via che quelle orecchie gli servivano per ascoltare tutto quello che c'era da ascoltare e poi riferirlo a don Mimì. Insomma,  la spia faceva. E si faceva forte perchè andava a cavallo e teneva il fucile a tracolla e il frustino di nervo di bue sul fianco. E il tempo passava e io mi sentivo sempre più insofferente di quella vita fatta di umiliazioni e di privazioni. E arrivò la primavera del '93. Io compivo sedici anni. Da tutta la Sicilia si sentiva l’eco di tumulti e ribellioni. Si parlava di spartire le terre dei grandi latifondi e affidarle ai contadini. La terra è di chi la travagghia dicevano emissari venuti da Palermo. Parole nuove, mai sentite e mai neppure pensate. Parole che infiammavano l’anima e la mente . Io mordevo il freno. Avrei voluto agire, spaccare il mondo, ma non sapevo che fare. Ci trovavamo con gli amici sulla piazza della chiesa alla domenica e ci raccontavamo le novità. Si favoleggiava di assalti ai palazzi comunali e alle case dei baroni. Si sussurravano i nomi dei capi delle rivolte come se fossero stati i nomi dei santi: Garibaldi Bosco, Bernardino Verro, Giuseppe Mancuso. “Statti bbonu – diceva mio padre – ca non potimu nenti. Da che mundu è mmundu ci suggnu li patruni di la terra e li contadini chi la travagghianu”. Lo diceva per farmi stare tranquillo, ma in fondo non ci credeva neppure lui. Col passare dei giorni diventava anche lui sempre più irrequieto e insofferente. Finchè un giorno, non ne potè più,  prese Tano per il collo, lo sollevò da terra e lo spinse contro il tronco della vecchia quercia che segnava il confine della proprietà: “Vi ni approfittati pecchì simu poveri e divisi - disse mio padre a muso duro – ma li tempi cangianu e pe’ li patruni e li soi servi la cuccagna sta pe’ finiri”
“Attento a quello che fai e a quello che dici - rispose Tano cercando di divincolarsi – se alzi la cresta ti può costare caro”.
“Attentu a’ttia – rispose mio padre – simu stanchi di sopportari,  mo’ n’di spartimu la terra tra noialtri contadini, pecchì c’appartiene e pe’ li servi com’ attia non c'è futuru”.
“Tu sì pazzu – urlò Tano - la terra è di lu baruni, cu ti misi n'testa chisti cosi? Li socialisti? Ommini senza Dio e senza rispettu!”
“La terra è di chi la travagghia – rispose mio padre – Basta cu lu sfruttamentu. Simu ommini, non simu bestie”.
Intervennero gli sgherri del barone, levando Tano dalle mani forti di mio padre, mentre una piccola folla di braccianti e di jurnatari(2) si stringeva attorno. Imprecazioni e urla si alzarono sempre più forti nei confronti di Tano. E il tumulto cresceva minaccioso, tanto che il gabellotto e i suoi sgherri, vista la mala parata, si fecero largo a spinte e si allontanarono, minacciando a pugno chiuso: “Non finisce qua! Francesco Rizzo, dicu a’ttia’, non finisce qua. Questa la paghi”. La piccola folla si strinse intorno a mio padre dandogli pacche sulle spalle e complimentandosi con lui per il coraggio dimostrato e per come aveva tenuto testa ai prepotenti. Io ero al suo fianco, orgoglioso di lui. “A lu municipu – qualcuno gridò – jamu a lu municipiu” . Ci dirigemmo verso il centro città per manifestare.  Man mano che avanzavamo, la gente si aggiungeva ingrossando le fila. Come per miracolo comparvero anche stracci rossi che dovevano servire per bandiere. Davanti al municipio eravamo una folla. Sembrava il mercato del sabato, con urla, canti, imprecazioni, e mille frasi che si incrociavano. Se ne uscì il sindaco, dicendo che avevamo ragione, che anche lui la pensava come noi, ma che era meglio se andavamo a casa per non provocare incidenti e passare poi dalla parte del torto.  Sapevamo che diceva così per tenerci buoni, ma quel giorno era festa, e fingemmo di credergli. Alla spicciolata la manifestazione si sciolse, ma le mani si stringevano e qualcosa di importante era successo: non avevamo più paura.
La sera, al lume della candela, mio padre mi mostrò un foglio di carta spiegazzato e mi chiese di leggerlo ad alta voce. Era un appello dei Fasci dei lavoratori a ribellarsi ai baroni latifondisti, a fare sciopero e a occupare le terre incolte rivendicandone la proprietà. “La terra ai contadini - diceva quel foglio – occupazione”!  I giorni che seguirono furono giorni febbrili. La gente si riuniva appena poteva, capannelli si formavano ai crocicchi delle strade. La sera nelle stalle, al lume delle lanterne e delle candele, braccianti, mezzadri e jurnatari si ritrovavano discutendo animatamente. Era un fuoco che divampava per tutta la piana e un poco l’aveva acceso anche mio padre con la sua ribellione. La gente si riuniva, discuteva, scioperava e si organizzava. E arrivò il 30 di luglio. Non lo potrò mai dimenticare quel 30 luglio del 1893.  Fin dalle prime ore del mattino erano arrivate a Corleone  le delegazioni dei Fasci dei lavoratori dalle diverse parti della Sicilia.  Era il primo vero congresso della zona. C’era Garibaldi Bosco da Palermo, Giulio Prestigiacomo da San Giuseppe Jato, Nicola Barbato da Piana dei Greci, e  Giuseppe Mancuso da Prizzi. Insomma, c’erano quasi tutti i dirigenti principali e quelli che non erano potuti venire avevano mandato la solidarietà per iscritto.  Era mezzogiorno passato, quando Bernardino Verro, il delegato di Corleone incominciò a parlare infiammando la folla.  Poi Garibaldi Bosco lesse lo Statuto dei Fasci dei Lavoratori.  Parlò di Umana Società divisa in due classi: da una parte il lavoratori sfruttati e oppressi, senza nient’altro che le proprie mani  e nessun diritto e dall’altra i potenti, che hanno le ricchezze, i diritti  e il potere. Parlò di socializzazione delle terre e degli strumenti per lavorarle, parlò di riscatto sociale e di diritti uguali per tutti. Diceva che da soli si perde e insieme si vince. Nasceva, quel giorno a Corleone,  il Fascio dei lavoratori e l'idea   socialista arrivava in Sicilia. Fu dichiarato lo sciopero e si girava di paese in paese per parlare con gli altri contadini e per discutere i “Patti” con i padroni dei fondi. Uniti si vince, diceva Garibaldi Bosco e noi uniti andavamo a contrattare. Da pari a pari con i padroni delle terre, come mai prima era successo. Io ero attaccato ai calzoni di mio padre e mi bevevo tutto quello che diceva. Ero orgoglioso e fiero di essere suo figlio. Un contadino semianalfabeta, un cafone che mangiava pane e olive per togliersi la fame che, assieme agli altri cafoni come lui, teneva testa a fior di signori proprietari e ai loro gabellotti. Sì, uniti si vinceva. Lo sciopero divampava dappertutto, costringendo i padroni a scendere a compromessi, a fare concessioni e a firmare i “Patti”. Ma costringeva anche  i contadini a stringere la cinghia e mangiare pane solo, quando c’era, o fare anche la fame, qualche volta. Ma si vinceva. Finalmente tra i lavoratori e i padroni c’era vero contratto, scritto e firmato. Nero su bianco. Se mezzadria doveva essere, che almeno fosse mezzadria vera e non capriccio del potente. Se “a jurnata” si doveva lavorare, che “jurnata” fosse, con le ore di lavoro e con le ore di riposo. E il rispetto per tutti uguale: per i ricchi e per i poveri. Uguale. Ma vincere le battaglie non significa vincere la guerra. Arrivò  l’autunno e con i primi freddi lo sciopero finì e non tutti i proprietari avevano ancora firmato. Ci furono pressioni, minacce, intimidazioni. Scese in campo la mafia. Molti patti appena firmati vennero disconosciuti.   I baroni ripresero coraggio e si fecero duri. I gabellotti incominciarono di nuovo a correre a cavallo avanti e indietro, per i poderi, con il fucile  a spalla e il frustino sul fianco. E poi, un maledetto giorno,  arrivarono i soldati, mandati da Crispi. Francesco Crispi, il capo del governo di Roma, non si ricordava più chi era stato e da dove veniva. Siciliano e garibaldino, mandava i soldati a sparare sui suoi concittadini  che proprio a Garibaldi inneggiavano.  L’Eroe dei due mondi era morto a Caprera solo qualche anno prima. La Sicilia e l’Italia tutta parevano fatte al contrario. Non era per questo che aveva combattuto Garibaldi, con le sue camicie rosse. Era il 4 gennaio del ‘94 quando venne proclamato lo stato d’assedio e sospesi tutti i diritti civili. I Fasci dei lavoratori vennero sciolti, Garibaldi Bosco e i maggiori attivisti di quei mesi fantastici furono arrestati.  Mio padre, vennero a prenderlo la sera del 5, a casa. Mentre aspettava i carabinieri mi chiamò vicino, mi diede un bicchiere di vino e mi disse: “bivi, Sarvu, bivi cu' mmia, che ormai sei uomo  e da uomo ti devi comportare.  Teni la testa ata e fatti rispettari. Tu studiasti,  poi aviri na vita megghiu di la  mia chi mi spaccu la schina tuttu lu jornu pe' nu tozzu di pani”. Fu allora che glielo dissi. “Padre, me ne voglio andare. Questa terra non è più la mia terra. Con il vostro permesso, io parto per l’America”. Non rispose, ma tirò fuori dalla tasca il suo zufolo, un piccolo strumento che si era fatto lui stesso intagliando una canna, dal quale non si separava mai.   Me lo diede. “Pigghialu – disse – vogghiu ca lu teni tu. Undi vaiu,  non mi servi”.  Lo portarono a Palermo in catene e al processo si presentò con il fazzoletto rosso al collo e guardò i giudici a testa alta. La sua unica difesa fu: “la terra appartiene a cu la travagghia!” Fu condannato a dodici anni di galera e a due di sorveglianza speciale. Mentre lo portavano via si voltò verso di me con uno sguardo che sembrava volermi dire “vai, figlio, vai. Vattene da questa terra ingrata, cerca un’altra vita, diversa dalla mia”.

E ora sono qua, sul ponte di questa nave che mi porta in America. Un altro mondo e un’altra terra. Meno avara della mia, spero. Sono diventato “grande” adesso. Lavorerò e manderò a casa i soldi per sopravvivere all’assenza di mio padre.  Sono già un ricordo la piazza grande di Corleone alle prime luci dell’alba e gli occhi di Teresa che mi guardavano rassegnati e  la carrozza che mi portava via, verso Palermo, al porto, a prendere il vapore per Napoli. E a Napoli un altro vapore, carico di gente. Grande Compagnia Piroscafi Veloci diceva il foglio della pubblicità.  Sono 30 giorni che sto qui, insieme a tanti come me, tra il ponte e il dormitorio a passare il tempo suonando questo zufolo di canna. La nebbia si sta alzando e all'orizzonte vedo la sagoma della statua della libertà. Tra poco troverò le strade grandi e il cibo buono. Tornerò in Sicilia, un giorno. Tornerò a settembre, per mangiare i fichi, dolci e succosi, staccati dalla pianta. Tornerò  forse, quando la Sicilia sarà diversa, quando non ci saranno più baroni e gabellotti. Quando la terra, finalmente,  apparterrà a chi la lavora.



(1) Gabellotto: affittuario di un latifondo, che gestiva al posto del proprietario, subaffittandolo o dandolo in mezzadria in piccoli lotti ai braccianti
(2) Jurnatari: lavoratori a “giornata”. Venivano assoldati di volta in volta secondo le necessità.

domenica 25 marzo 2012

Il mare

di Anna Zucca


Com’è bello vivere al mare!
Io ho la fortuna di vivere in una città di mare. Al mattino, appena apro gli occhi, non vedo l’ora di buttarmi giù dal letto e precipitarmi là, in riva al mare, e vedere com’è…
Mi lavo la faccia in un attimo, lasciando l’asciugamano spiegazzato sul cesto della biancheria, afferro lo zaino e scappo via. Mi scapicollo giù per le scale, e mentre scendo sento la mamma che urla: la colazione!
Giù in strada corro per venti metri, fino al punto in cui il vicolo si congiunge al lungomare. E mentre avanzo veloce cerco già di vedere com’è il mare..
Oggi è nuvolo, il cielo è di piombo, e come mi aspettavo le acque sono scure e opache, mosse e increspate; tra poco si alzeranno onde alte e violente. Guardo fin dove finisce l’erba, dove si spinge il mare…Qui non c’è sabbia, e ci sono pochi scogli, si passa dal prato all’acqua salata.. Arrivano gli spruzzi. Il mare è bello anche così. E’ bello sempre.
Mi siedo sull’erba umida. E’ presto, posso stare a guardare le barche che passano. Ecco al largo la nave che ha salvato la piccola Sara, c’è tutti i giorni, con ogni tempo. Ecco un motoscafo imprudente che fa ritorno in tutta fretta al porticciolo. Non c’è oggi la canoa con il ragazzo e il papà, che sfreccia  veloce quando il mare è piatto.
In questa stagione le acque sono quasi sempre calme. Tutti i giorni mi siedo qualche minuto qui ad osservare l’orizzonte, pensando: chissà dove finisce il mare… E’ il momento più bello della giornata. Poi mi avvio a scuola, costeggiando le aiuole verdi, guardando in giro.
Sembra non succeda mai niente qui, ma non è vero. La storia di Sara è nota, è una bella storia, ma ce ne sono altre. Un giorno la cagnolina nera, Luna, si è addentrata in acqua vedendo qualcosa di colorato galleggiare, e poi ha avuto paura, non sapeva tornare, aveva paura delle barche: e io, che del mare non ho paura, sono corso a salvarla. Tutte le mattine mi fermo a sentire le novità dal marinaio che ripara le reti. Mi fermo poi dal panettiere a prendere la focaccia, specialità di questi posti di mare.
Passo davanti alla chiesa: forse questa è l’unica chiesa che si affaccia direttamente sul mare, enorme imponente chiesa gotica. E il fatto che il mare sia calmo o tumultuoso, azzurro o grigio, deserto o affollato di barche, dà un senso diverso alle preghiere e ai canti. Ospita un dio ora dolce e comprensivo ora arrabbiato con gli uomini, ora allegro per il buon operato dei suoi figli ora triste e sconsolato per  i loro peccati. E non sapete che paura fa questa enorme chiesa quando le onde nere, alte e rumorose, sembrano alzarsi fino alle guglie, per frangersi poi ai suoi piedi, fino a sommergere la scalinata! Sono braccia e pugni sollevati al cielo da un dio cattivo. Un dio forte e muscoloso: volto teso e severo, braccia possenti, grandi mani. La delusione per una debolezza umana diventa rabbia, ira. Mi sembra strano che Dio si arrabbi così: forse non è Dio, è Nettuno.
Ai miei genitori non piace il mare, non so perché, e non vogliono che ne parli. Mia madre dice che le mie sono fantasie, che qui non c’è il mare, che al mattino costeggio nient’altro che una strada trafficata. Che il vecchietto non ripara le reti, è un calzolaio. Che non esiste nessuna canoa, quel che posso aver visto è un tandem, una bici a due posti con il papà e il bambino, che passa di lì ogni mattina. Che Sara esiste sì, ma non è stata salvata da un marinaio, ma da un operaio dell’amiu, che l’ha poi adottata. E il ragazzo trovato esamine in riva al mare non era uno straniero in fuga dal suo paese su un barcone, ma un tossico qualunque. E non c’è Nettuno sulla facciata della chiesa: nessun dio è rappresentato, ha guardato bene….Ed è pericoloso stare in giro quando è buio, c’è brutta gente in giro…E non devo raccontare del mare a tutti perché potrebbero ridere di me.  E non posso inventarmi il mondo: il mondo è questo: un nastro grigio, macchine e persone che corrono indifferenti e frettolose . E non devo diventare  come lo scrittore sotto casa, uno che si inventa la vita… La mamma sembra non  riuscire più a fermarsi quando fa questi discorsi. E quasi quasi si mette e piangere. Così non le parlo più del mare. Ma nei miei giochi in strada continuo a cercare messaggi di naufraghi nelle bottiglie e conchiglie contenenti perle preziose…  
Il tempo per fortuna si è aggiustato, e si è fatta una bella giornata. I pescatori scaricano le casse, è stata una pesca abbondante;  sono allegri, ridono e scherzano. Nettuno è tranquillo al suo posto sulla facciata della chiesa. I ragazzi si baciano.

Il mio sogno è sempre stato trovare una sirena in riva al mare. Ieri sera è successo. Non lo dirò a casa, non lo dirò a nessuno.
Aveva  un bel viso, capelli lunghissimi, occhi chiusi. L’ho trovata coricata sull’erba, vicino all’acqua. Indossava un vestito scollato, sembrava un abito da sera, tutto di scaglie verdi e argentate, lungo fino ai piedi. Fino a dove avrebbero dovuto esserci i piedi e non c’erano. Pensavo alla fiaba, a chi avrebbe salvato la sirena, ma non c’era nessuno in giro. Ho alzato gli occhi a Nettuno per vedere se aveva suggerimenti sul da farsi, ma sembrava inespressivo, anzi forse un po’ contrariato. Avrei voluto baciarla per risvegliarla, ma sono solo un bambino, non avrebbe funzionato. Poi il bacio rianima biancaneve e la bella addormentata, ma non la sirenetta, non mi pare. Mentre ci pensavo si è risvegliata. Ha sbattuto le ciglia come nelle fiabe, ha aperto gli occhi, si è alzata. Mi ha visto e, cosa incredibile, mi ha sorriso. Si è sistemata l’abito alla bell’e meglio e si è allontanata con passo ondeggiante, in equilibrio precario sulle pinne argentate come fosse stata un po’… insomma, un po’ sbronza. Piccola bella dolce elegante sirena ubriaca... Non ha parlato, una sirena non sa parlare. Ma mi ha mandato un bacio, appoggiando una mano sulle labbra. Chissà dov’era diretta. L’ho seguita con gli occhi mentre si immergeva lentamente nell’acqua grigia, scomparendo nel profondo.
Tornerà. Tutti i giorni passo di qui e controllo se ci sono messaggi nelle bottiglie che il mare porta. Hanno odore di birra salata. Le etichette parlano di lei, ma non danno indicazioni precise sul suo ritorno: passione autentica, sogno infinito. Cerveza, Ceres, cosa vorrà dire…
Guardo le barche che passano, cerco i pescatori per sentire le ultime novità, saluto le persone che portano a spasso il cane sul lungomare.
Lei tornerà un giorno, e allora io sarò grande. Quel giorno non ci sarà tempesta, l’acqua sarà calma, limpida e azzurra, e Nettuno se ne starà buono e zitto.
Non sono triste. La aspetto. Solo vorrei poter parlare di lei e di tutte le cose meravigliose che avvengono qui. Vorrei parlarne con tutti quelli che conosco e con quelli che non conosco. Perché sappiano com’è bello vivere ad Alessandria, città di mare.


Altri racconti di Anna Zucca sul blog:

martedì 6 marzo 2012

Il bianco e il nero

di Enzo Macrì


L’acqua cadeva a catinelle e le strade erano un fiume in piena. Il cielo era in tumulto, come la mia anima. La mia ragazza mi aveva dato il benservito e se ne era andata. Cinque anni finiti in un attimo e le sue parole che bruciavano come uno schiaffo.
- Non mi diverto più - mi aveva detto - sei troppo prevedibile, troppo banale, non ha più senso continuare un rapporto così. Voglio altro, voglio emozioni, voglio vita.
Mi aveva girato le spalle come fossi stato nessuno e se ne era andata.  Maledizione, cinque anni della mia vita e tutto era finito così, in un attimo, in fondo senza un vero perché. Cinque anni nei quali avevo investito tutto me stesso, nei quali pensavo di avere trovato l’amore, quello vero, quello che è per sempre. Ma mi ero crogiolato nell’idea che fosse per sempre, mi faceva comodo pensarlo, mi ero illuso. Cinque anni con una persona di cui mi accorgevo all’improvviso di non sapere niente. Cinque anni di abitudine, routine e a pensarci bene,  cinque anni di noia.  E alla fine non mi restava nulla,  se non l’orgoglio ferito, un grande vuoto  dentro e il freddo nelle ossa. E pioveva, come se non avesse piovuto mai. L’acqua che mi scorreva addosso sembrava una lunga, interminabile lacrima di un pianto disperato, come se il tempo capisse e piangesse per me, che non ne ero capace.  Camminavo a testa bassa, senza sapere bene dove andare, inebetito dal mio nuovo stato. Ero solo, ma non ero "preparato" e la cosa mi  atterriva. Camminavo senza meta, facendo un passo dopo l’altro tra rigagnoli e pozzanghere con i piedi bagnati, l’animo a pezzi e  tutta l’acqua del mondo non sarebbe bastata a lavare i miei pensieri. All’improvviso, sopra lo scroscio monotono della pioggia mi parve di sentire una musica e un mormorio indistinto. Vidi il fascio di luce del bar dal quale provenivano i suoni. In fondo perché no, pensai, piove a dirotto, sono bagnato fradicio e non so da quanto tempo sto camminando, qualcosa di forte non può farmi che bene. Entrai. Mi accolse un caldo ovattato, una sensazione buona, di asciutto tepore. Le luci erano basse e infondevano all’ambiente una penombra rossiccia. Qualche coppia ai tavolini, gli altoparlanti diffondevano una bella musica, il banco del bar era ben fornito. Sembrava un buon posto per starsene un po’ in pace e continuare a rimuginare con un bicchiere davanti e i piedi all’asciutto.  Presi  uno sgabello, appoggiai i gomiti al bancone e ordinai un whisky. Come nei film, pensai, portandomi il bicchiere alla bocca. Accesi una sigaretta e nessuno mi disse di spegnerla. Rimasi lì a fissare un punto imprecisato del bancone, bevendo whisky e fumando sigarette per un tempo indefinito. Ero come in un limbo, estraneo a tutto ciò che mi circondava. Finché una voce al mio fianco non mi scosse dal torpore.
- Che fai, bevi da solo?
Voltai il capo lentamente e la vidi. Fu come una scossa. Era bella, ma non fu la sua bellezza che mi colpì. C’era qualcos’altro, qualcosa di particolare in lei. Gli occhi, forse, leggermente a mandorla, come hanno gli orientali, o lo sguardo, che penetrava  come per frugarti dentro, o quel sorriso, appena accennato, un po’ beffardo, o il modo di parlare, con quella voce un po’ roca, che ti metteva il brivido. Rimasi lì, come un cretino, con la bocca aperta e il bicchiere a mezz’aria senza riuscire a pronunciare una parola.
- Che c’è, hai visto un fantasma? -  disse.
- No, no… E’ che …ero qui da solo… sembravo proprio un cretino, incapace di mettere insieme due parole di senso compiuto.
- Beh, lo vedo che sei solo – disse lei – non vuoi che ti faccia un po’ di compagnia?
Avrei potuto dirle no, oppure avrei potuto dirle si. Ma non lo feci. E’ proprio un film, pensai, incapace di rispondere e di reagire in un modo qualunque.
Lei prese uno sgabello e si sedette accanto a me, sfiorandomi il fianco. Sentii come una scossa.
- Hai litigato col mondo? - chiese, con un sorriso.
- No, è che…mi va di star da solo – mentii.
- Nessuno dovrebbe stare solo in una sera come questa – proseguì.
- Ho i miei problemi
-E chi non ne ha!
Prese da bere e cominciò a parlare, calma, serena. Più parlava e più ero affascinato, non potevo staccare gli occhi da lei. Non avevo mai provato nulla di simile.  Il tempo passava e poco alla volta mi sciolsi e cominciai a raccontare anche io. Mi aprii senza riserve, come si fa con  una vecchia amica. Sentivo il calore della sua pelle, il profumo sottile che ne emanava, guardavo il suo viso e ne vedevo trasparire l’empatia.  Era come se l’avessi sempre conosciuta. Passò il tempo e passarono i bicchieri, le parole scorrevano fluide, così come i pensieri. Non c’era più tristezza, in me, non c’era rabbia, né rimpianto per gli anni gettati al vento. C’era solo quel momento e quel posto, c’era solo il banco del bar, la musica e le luci soffuse. C’era solo lei.
- Non piove più – disse a un certo punto – che dici, ce ne andiamo?
- Andiamo – risposi, senza chiedere dove, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Per la strada deserta camminammo lentamente, in silenzio, ascoltando il rumore dei nostri passi. Lei mi prese il braccio e si strinse a me, come se fosse un’abitudine. Mi sentivo leggero, forte, sicuro. Arrivammo a casa sua, un piccolo alloggio in un grande condominio, modesto, ma ben arredato. Mi prese il giaccone ancora umido di pioggia e lo appese all’attaccapanni.
- Mettiti comodo - mi disse, mentre anche lei  si toglieva il soprabito.
Mi misi comodo e cominciai a guardare intorno. Qualche bel poster alle pareti, il divano davanti alla tv, uno scaffale con i libri e qualche cd sparso qua e la. Nulla di eccezionale, una casa come tante, ma calda e accogliente. Una casa vissuta, pensai.
Tornai a lei con lo sguardo e fu come un colpo alla bocca dello stomaco che mi lasciò senza fiato per qualche secondo. Era bellissima. Sopra ai jeans attillati indossava un corpetto damascato di straordinaria fattura. Sembrava di seta. La parte destra era bianca e la parte sinistra era nera. Strano, ma affascinante. Aderiva al suo corpo in modo perfetto evidenziandole il profilo. I seni, esuberanti, pareva volessero uscire dalla scollatura. Ero turbato. Cosa mi stava succedendo?
Mi venne vicino e mi accarezzò i capelli guardandomi fisso negli occhi. Le misi le mani sui fianchi e sentii come un brivido. La seta del corpetto mi dava una sensazione mai provata.
- Strano questo corpetto – le dissi – di due colori così netti, metà bianco e metà nero. Molto bello, ti sta molto bene, ma… è strano.
- Lo amo molto – rispose – ma non lo indosso spesso.  Questa sera sentivo che era la sera giusta, l’ho messo per te.
- Sei proprio  strana – le dissi – come il tuo corpetto.
- Che c’è di strano? Bianco e nero, Yin  e Yang, il giorno e la notte, l’uomo e la donna. La vita, in fondo.
Mi prese la testa tra le mani e mi baciò. Sentii una vampa percorrermi tutto il corpo. Risposi al bacio con una passione che mi era sconosciuta. Non avevo mai provato nulla di simile. Ci abbracciammo furenti facendoci scivolare sul divano. Lei mi tolse la maglia e la camicia, lasciandomi a torso nudo. Poi si voltò di schiena.
- Aiutami a togliere il corpetto – disse.
Cominciai a slegare i lacci che lo chiudevano.  Il fruscio della seta e il calore della pelle mi eccitavano facendomi tremare le dita. Poi si girò verso di me, mostrando i seni nudi. La abbracciai, la baciai, la strinsi a me in un crescendo di emozioni. Ero perso, completamente perso in un labirinto inestricabile di sensazioni mai provate. La mia mano scese ad aprire la cerniera dei suoi jeans. Con le dita alzai l’elastico delle mutandine, spingendomi più in giù. Fu come una scossa elettrica che mi colpì all’improvviso. Quello che trovai era assolutamente inaspettato. Mi staccai, turbato e sorpreso. Lei mi guardò con un sorriso triste.

-  Che c’è, non ti piaccio più?
-  Mi hai ingannato... tu non sei...
- Ingannato? Io non ti ho detto nulla.
- Ecco, appunto, non mi hai detto nulla...
- Che cosa avrei dovuto dirti? Che non ero una donna? Che non ero un uomo? Che cosa?...
- Mi hai abbordato, cazzo, me ne stavo per i fatti miei e tu mi hai abbordato!  dissi pieno di rabbia, ma mentre lo dicevo sentivo già tutta l’assurdità di quelle parole. Mi aveva salvato, non mi aveva abbordato! Dalla disperazione in cui mi trovavo solo poche ore prima, mi aveva riportato alla vita. Ero ingiusto e lo sapevo. Voltò la testa dell’altra parte e non rispose, ma una lacrima le scendeva sulla guancia.
Tacqui, mentre la guardavo piangere in silenzio. Poco a poco la rabbia svanì. Le accarezzai i capelli e la strinsi a me, dolcemente. Non parlammo più per molto tempo. A terra, stropicciato ai piedi del divano c’era il corpetto di seta.   Bianco e nero, lo Yin e lo Yang , l’uomo e la donna. La vita, in fondo.

video


© Enzo Macrì, 2011


Tratto dal volume
TRAME FANTASTICHE
Delmiglio Editore
Disponibile in libreria 

domenica 19 febbraio 2012

Me lo ricordo, Pietro


L’aula magna della scuola era piena di fumo, l’atmosfera surriscaldata, l’assemblea movimentata, come sempre succedeva in quei giorni. Era, credo, il 1968, o forse il 69, insomma, erano i tempi della contestazione. Gente che urlava e si scalmanava nell’approvare o nel contestare l’oratore di turno, pugni alzati e mani aperte, a irridere gli avversari. Lo vidi fare un intervento,  catturando in breve  l’attenzione generale. Era nuovo della scuola, nessuno lo conosceva e le sue parole sgorgavano precise e chiare. In quel salone pieno di fumo e di calore, riuscì a riportare la discussione su rive più tranquille, dove fu di nuovo possibile confrontarsi e discutere. Quella fu la prima volta che vidi Pietro Cammarata. Cominciammo così  a incontrarci in occasione di riunioni, assemblee o manifestazioni e poco a poco, la nostra comunanza di vedute si trasformò in amicizia. Condividemmo, assieme ad altri compagni, come capitava spesso a quelli della nostra generazione, sere e notti in discussioni interminabili davanti a boccali di birra e a pacchetti di sigarette. C’era qualcosa che bruciava dentro e non si spegneva mai. Si parlava di tutto: di politica e di filosofia, di religione e di eguaglianza sociale. Si doveva cambiare il mondo e dovevamo farlo noi. Era uno sforzo continuo alla ricerca della Verità. Sì, con la “V” maiuscola, naturalmente. Eravamo insaziabili, assetati di vita e di conoscenza. Si viveva ogni giorno come se fosse l’ultimo. C’era sempre da fare e da correre. Ci si incontrava e ci si scontrava senza soluzione di continuità. C’erano volantini da stampare e da distribuire, assemblee a cui partecipare, occupazioni da appoggiare e manifestazioni da preparare. Facevamo  parte di una sorta di magma sempre in movimento, nel quale il pubblico e il privato di ciascuno di noi si confondevano e si mischiavano in un flusso continuo di pensieri, parole e azioni.  Poi, passata la grande bufera, poco alla volta le cose della vita ci hanno portato su strade diverse. Il mondo ahinoi,  non siamo stati capaci di cambiarlo e la Verità, quella  con la V maiuscola, ad un certo punto, abbiamo smesso di cercarla. Oggi Pietro non c’è più, portato via qualche anno fa da una brutta malattia, tuttavia molti lo ricordano ancora, un po’ testardo, con una mai sopita curiosità per le cose del mondo e con una piccola fiammella dentro che ha resistito fino alla fine e sembrava non volersi spegnere mai. Fino all’ultimo ha mantenuto la sua eterna, caparbia voglia di capire,  ponendosi in qualche modo ancora controcorrente. Ci ha lasciato un romanzo: “la moglie di legno” di cui pubblico l’incipit.  Non ha fatto in tempo a rifinirlo, correggerlo, affinarlo, come si fa di solito dopo la prima stesura, tuttavia è un’opera in qualche modo  matura,  carica dei temi a lui cari, con i punti fermi sempre ricorrenti nel suo universo: c’è l’impegno e la lotta, con le scelte terribili di quegli anni. C’è chi ha fatto il salto verso il baratro e chi invece ha saputo resistere nonostante i dubbi. C’è Chiara, la protagonista, chissà, forse alter suo ego, che rifiuta la violenza eppure rimane fedele al suo compagno che aveva fatto un’altra scelta. Chiara ci indica una strada, tra scelte estreme e raziocinio, tra voglia di riscatto e senso di responsabilità. Attraverso di lei, Pietro ci parla di amicizia, di vita e di morte, di ricerca di se stessi. Ciascuno ha un destino segnato, ma ha anche una vita da vivere completamente, senza rassegnazione, cercando, se possibile di mutarne in meglio le regole già scritte.  Assieme agli anni di piombo, sempre sullo sfondo e, forse,  protagonisti veri del romanzo, c’è ancora la poesia e la musica, c’è la partenza e c’è il ritorno. C’è la consapevolezza del tempo che passa e del mondo che cambia, non sempre in meglio. C’è la voglia di costruirsi la vita con le proprie mani e l’ineluttabilità del fato, che in qualche modo ti porta dove forse non vorresti essere. C’è ancora la ricerca delle radici, anche se in fondo le radici vere non sono in un luogo preciso, ma  sono dove si è vissuti, assieme agli amici, assieme ai compagni, in una città che non è fatta solo di muri e di case, ma anche e soprattutto di esseri umani. Persone che abbiamo conosciuto e con le quali abbiamo condiviso le speranze, le lotte e, a volte  le delusioni. Chiara,  nel suo peregrinare tra la Milano dei navigli, l’Alessandria della sua infanzia, e gli altri luoghi in cui il destino la porta, in fondo non cerca mai un posto in cui stare, ma le persone che questi luoghi abitano o hanno abitato. Cerca se stessa. Dalle pagine del romanzo  esce evidente la fatica e allo stesso tempo la voglia di vivere.  E  attraverso  Chiara, la fatica di tutti noi esseri umani, piccoli, a volte meschini, insicuri, eppure sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa di meglio. Non è certo rassegnazione questa. Non sarà il fuoco rivoluzionario del 68, ma è certamente ancora voglia di cambiare, quella voglia mai sopita che Pietro si è portata con se, ovunque sia andato.
                                                                                                                                         Enzo Macrì



La moglie di legno
di Pietro Cammarata

Mi chiamavano  Nuvolari perche' sapevo andare forte in automobile. La sera che Luca si ammazzò  eravamo  al circolo della Soms sui navigli  quando arrivò la notizia dell'incidente. Luca si era schiantato, con la sua Benelli, contro un albero di Viale Abruzzi.  Luca, il povero Luca, che sapeva dipingere solo quadri grigi, ormai non avrebbe più fatto niente, neanche mediocremente, come diceva lui, l'amore. L'America cominciava a bruciare nei suoi colleges ed il futuro si  schiudeva, dall'altra parte del mondo, foriero d'avvenimenti la cui onda lunga ci raggiungeva con i romanzi di Keruack, le poesie di Ginsberg e Ferlinghetti, il Vietnam, oltre i confini del cielo,  
video portato dalla musica di Dylan  anche se allora solo Chiara  aveva intuito che la vita per noi era stata semplice fino a lì, quasi elegante, da studenti della piccola borghesia quali eravamo trasferiti dalla provincia  italiana a Milano  in un ambiente  quasi  da scapigliati e vivevamo il giorno  tra manifestazioni di piazza e la ricerca di un modo di essere e pensare  comune  fuori dagli schemi imposti dal vivere in un sistema  capitalista e, come portato dalla morte di Luca, quasi  un senso  vago, di cose vissute  che finiscono per dare spazio a quelle  nuove che stanno per arrivare. Aleggiava  ora su di noi  appoggiati  pigramente  a   quei  tavoli  intenti solo a piegare  e ripiegare in silenzio  gli angoli delle  tovagliette  di rossa, orribile, plastica quadrettata, quasi prigionieri di quel "cric croc" che, in quel silenzio irreale, usciva dalle dita e sembrava avvolgere tutto. Come in un muto accordo evitavamo di guardare il suo posto vuoto al nostro tavolo sapendo, nel cuore e nel cervello, che la prossima pioggia non l'avrebbe  più bagnato, sotto due metri di terra,  ma solo imputridito. Parlavamo di Luca,  nelle  stanze del circolo degli operai, tra bottiglie di vino e vecchi che giocavano a tressette ed il battere per loro le carte sul tavolo, nell'accusare il punto, era come dare uno schiaffo all' esistenza, quasi fosse la  rivincita  di una partita con la vita   ormai persa che li aveva  sfruttati e  battuti, che aveva rubato   loro tutti   i sogni . Dalle pareti le foto di  Di Vittorio e Lenin  guardavano severe   come a cercare ancora il suo volto in mezzo ai nostri .  Il volere Luca vivo faceva  parte, quasi  fosse già l' anniversario della sua morte, di una celebrazione collettiva, una liturgia, come se avessimo consciamente   voluto  fissare  nella memoria  che ancora era  vivo tra la copia del Quarto Stato, quasi che il suo volto si nascondesse in quel quadro, tra quelle facce  delle quali tante volte  aveva ipotizzato i pensieri guardando quei  contadini così coraggiosi e così falsi nello stesso tempo, ed  il fiume che scorreva lento pochi metri là fuori, lungo la Ripa di Porta Ticinese, e  sembrava   aspettarlo lì  con il suo cavalletto, la tela ed i  pennelli secchi del grigio di una Milano non ancora da bere. La consapevolezza della sua morte era vissuta,in quella stanza ancora piena di lui, come fosse insetto fastidioso che ti corre sul braccio e che mandi via con un gesto secco della mano  per poter tornare a pensarlo vivo ed in attesa di noi come  nel tempo in cui lo andavamo a trovare sul fiume, sotto gli archi della Martesana, per curiosare  tra i suoi quadri  per poi ridere di lui nel chiamarlo Van Gogh, ancora una volta insieme, per cambiare  un mondo che volevamo solo più giusto di come ce lo avevano dato.

> Cazzo che sfiga  di merda… Le parole di  Elena mi sorpresero alle spalle mentre guardavo, appoggiato al muretto, il canalone dell'Alzaia, facendo indugiare   lo sguardo tra piccole chiatte  che sfilavano lente  e gente colorata che si muoveva li sotto e che guardava ogni tanto il cielo come se fosse  in attesa di  buone notizie .
>Ma  sei proprio sicura che sia stata una fine del cazzo? Per me, se avesse potuto scegliere, sarebbe stato contento di morire così. Luca,  ogni volta che saliva in moto, sapeva che il  tempo, come l'aveva vissuto fino a quel momento, non gli sarebbe più  appartenuto.
>Le tue solite stronzate Nuvolari… Luca  aveva solo ventidue   anni.  La sua sfiga e' stata  quella di  vivere qui, in una Milano troppo simile all'America con i suoi vialoni fatti per  correre di notte a fari spenti sfidando ogni volta la morte per sentirsi vivo.  Come fosse una scommessa  con il mito di  James Dean che ti attende in agguato tutte le volte che sei sulla  moto e devi dimostrare a te stesso ed agli altri che ti guardano  che saresti dovuto  nascere almeno a Detroit per sentirti "on the road" e che la cicogna era bevuta quando lo ha  scaricato  a Lorenteggio. Se fosse vissuto a Canicattì   Luca  non sarebbe morto così.
>Se parli così e' purché ti sei   fatta una canna…
>Se  rispondi così  e' perché sei solo scemo.

Ora il fiume sotto di noi passava lento come il tempo vissuto in una prigione e le persone che lo  guardavano, fermandosi un attimo nel passare, c'impedivano di vedere l'orizzonte, oltre la Moscova, come fossero montagne da tutte le parti.
>Sai Nuvolari…. Io sono contenta di vivere a Milano, proseguì Elena, di esserci nata anche se ci sono ormai  troppi carabinieri e celerini.
Amo aspettare  carnevale e  festeggiarlo qui quando tutte le altre città sono in quaresima. Milano e' unica e sono da sempre convinta che, quando passa Natale, ci rimanga male .
>Sbagli.  Milano e'  solo un buco con la gente che gli  cammina intorno e che ci  finirà dentro  con troppi bastardi padroni e politici che decidono per lei per essere, in qualche modo, libera di ritrovarsi almeno nei suoi angoli nascosti. Imploderà su se stessa come una stella  schiacciata dal peso del suo mito. Sicuramente a Canicattì,vedendo solo aranceti, qualcuno può desiderare di  vivere  qui : io   che ci sono nato no.  Quando prendo il treno in Centrale,  Milano  mi manca solo fino a Lambrate… poi sono felice  di andarmene .Tu invece vai in stazione senza un viaggio da fare solo per vedere gli altri   partire, per il gusto di sentirla più tua man mano che i treni se ne vanno carichi di gente  . E' come se chi parte   lasciasse il suo  pezzo di Milano, che ha dentro, parcheggiato  sul binario,  nell'attesa del ritorno. E tu lì a prenderlo. Sei  una ladra di ricordi.

Era semplicemente impossibile che qualcuno di noi cinque, ora che Luca era morto, potesse tranquillamente parlare con solo uno di noi alla volta. Magicamente apparivano gli altri, a volte tutti insieme, a volte alla spicciolata, a volte con altri compagni: cercavamo di stare sempre insieme e dividerci il giorno.

......

Incipit del libro  
"La moglie di legno" 
di Pietro Cammarata
Otma Edizioni
Disponibili ancora alcune copie in libreria