sabato 28 gennaio 2012

Elio era mio amico

di Gianpaolo Pio


Elio era mio amico. Compagno di banco. Era una quarta elementare, banchi di formica verde, marmorizzata. Elio era serio, credo di non averlo mai visto ridere di gusto, eravamo i più alti e grossi della classe, relegati nell'ultima fila, quasi gemelli. Elio mi sembrò quel Garrone del Libro Cuore, non appena lo lessi, calmo, altruista, generoso, studioso. La prima volta che andai a casa sua mi sentii pervaso da un senso riverente di misticismo, come quello che si prova entrando in un tempio, era un tempio diverso da quello che conoscevo, ma allo stesso momento famigliare. Vidi un candelabro a 7 bracci, una stella a 6 punte, vecchie foto di uomini con lunghe barbe e cappelli neri sul capo. Osservavo tutto, forse avevo un espressione interrogativa, forse anche stupita. Elio, quasi avesse capito, mi disse: "Siamo Ebrei". L'unico indizio che avevo erano strani discorsi a mezza voce, fatti dai grandi o dalle suore che si presero cura della mia istruzione per i primi due  anni delle elementari, delle quali avevo un pessimo ricordo per maltrattamenti subiti, causa del mio passaggio alla scuola pubblica. Ebrei.... Giudei.... Gli assassini di Cristo! Elio era mio amico. Non mi sembrava un assassino, ne tantomeno così vecchio da essere uno dell'epoca di Gesù. Giocammo coi puzzle dell'Italia, si dovevano posizionare le regioni in una tavoletta nel minor tempo possibile. Ad un certo punto ricordo solo che Elio,  in un certo senso mi redarguì, per aver detto una bugia. Restai colpito, ma non mi sentii a disagio, gli volevo molto bene, emanava come un'alone, da adulto posso definirlo carisma, ed era molto diverso dagli altri amici che avevo, ero fiero di frequentarlo anche fuori della scuola. All'ora della merenda sua mamma mi chiese se avessi  gradito un panino col salame d'oca, subito Elio mi spiegò che gli ebrei non mangiano salumi di maiale e il pane é senza sale e lievito. Poco prima di tornare a casa mi presentarono il nonno, gli strinsi la mano che mi offrì, ma notai che sull'altro braccio c'erano scritti dei numeri un po sbiaditi. Qusta fu la prima volta che sentii parlare di deportazioni, di campi di sterminio, di nazismo, entrai così nel mondo reale, dalla porta principale, i miei perché di bambino persero l'innocenza, volevo sapere, la storia di Elio, il mio amico.

mercoledì 25 gennaio 2012

Il bosco dei baci spenti

incipit del libro "Il bosco dei baci spenti"
di Giorgio Bona



Piccolo mondo, l’abbondanza 

Era stato un inverno mite. Di solito, su queste alture,
l’inverno non passa più, ma quest’anno ci aveva risparmiato
i gelidi silenzi carichi di neve e di galaverna.
Ad aprile si pensava che ormai il peggio fosse volto al
termine, ma ricordo nonno Pipin dire sempre “l’invern ‘l
mangia nent ‘l luv” e aveva ragione.
La tramontana ci colse in pieno. Vidi lo sgomento negli
occhi di Lorenzo. Sapeva bene cosa significava trovarsi nel
mezzo di una bufera. Lo sapevo anch’io.
Nevicava fitto. In pochi minuti il paesaggio parve
trasformarsi. Sul terreno ghiacciato riprese a posarsi la neve,
asciutta, delicata, leggera come un talco. In poco tempo
scomparve la visuale, cancellando i sentieri.
A ogni passo la terra sembrava franarci sotto i piedi.
Avevamo capito subito che non era giornata, accompagnati
da quelle nuvolaglie che non promettevano nulla di buono.
Forse era venerdì. Anno ’49. Un giorno di magra, per
tutti, quando la fame salta agli occhi. La stagione della
caccia era chiusa da poco, ma il bracconaggio non si
fermava. Tanti, qui a Salbertrand, avevano la pignatta che
piangeva sul fuoco. Bisognava evitare il corpo forestale,
anche se in questo periodo della stagione il rischio maggiore era rappresentato dal tempo impervio. 
Non era necessario fare molta strada. Lepri e camosci si portavano vicino alle case, dove era più facile trovare un po’ di cibo. In quel caso non dovevi sparare. I colpi avrebbero richiamato curiosi non desiderati. Era più comoda una tagliola, anche se a volte ci finivano volpi e cani. In alcuni casi trovavi solo la zampetta. Le volpi rosicchiavano fino a staccare l’arto di netto per liberarsi. Era una crudeltà inaudita. Più utile un colpo secco, preciso, soprattutto agli esemplari maschi. Le femmine meglio lasciarle alla riproduzione. Cercammo di riportarci sul sentiero maestro per non rischiare. La neve aveva già coperto tutto. Lasciammo andare Milan, il nostro segugio da seguito, in libertà. I cani solitamente hanno nell’istinto un senso d’orientamento che difficilmente sbaglia. Invece notammo che anche il cane era in difficoltà. A un certo punto cominciò ad abbaiare. Pensammo a un camoscio, ma nevicava fitto e la visuale si restringeva. Lorenzo provò a chiamarlo indietro. Niente, stranamente non dava retta. Uscimmo immediatamente dal bosco, percorrendo un sentiero interrotto dai detriti di una valanga, masse informi di neve, pietre e tronchi sradicati.
Raggiungemmo il sentiero maestro nel giro di un quarto d’ora. Tirai un profondo sospiro di sollievo. Finalmente eravamo usciti dalla buriana e l’umore tornò quello dei giorni migliori. Ci fermammo a prendere fiato. Da lì potevamo ammirare montagne e boschi ricoperti di neve e le rosse pianure. La dorsale sotto di noi era percorribile, come avevamo sperato. La luce si schiantava sulla discesa ripida che scintillava come un drappeggio di tessuto bianco ornato di brillantini. Staccammo le racchette da neve e le pulimmo con cura, prima di riporle dentro gli zaini. Si era alzata una brezza fredda. Ci infilammo le giacche a vento e sedemmo
su uno spuntone di roccia a mangiare le ultime gallette che rimanevano.
Riprendemmo il cammino dopo quella brevissima sosta, ma pochi passi servirono a farci capire che il pericolo non era ancora passato. Il sentiero non era più visibile, perché la neve stava alzando il suo manto e tutto sembrava una distesa di coltre bianca. Percorremmo circa duecento o trecento metri con gran fatica, finché decidemmo di comune accordo di rimettere le racchette nei piedi. Improvvisamente vidi Lorenzo scivolare davanti ai miei occhi. Il corpo barcollò mentre cercava di recuperare l’equilibrio e le braccia si agitavano nella caduta, falciando l’aria. Mentre rotolava, mi accorsi della sua espressione di sofferenza che gli impulsi del terreno ghiacciato trasmettevano al suo corpo. Poi cadde all’indietro, sbatté con forza sul fianco, imprecando come un ossesso. Per un attimo mi balenò nella mente l’idea che dovevo fermare quella caduta in qualche modo, o almeno cercare di rallentarla, ma, nel momento in cui lo pensai, era troppo tardi. Lorenzo aveva preso velocità. Una racchetta la perse subito, l’altra si staccò nel capitombolo.
Cercai di raggiungerlo, attento a dove poggiavo i piedi. Il pendio scivolava ripido verso una valletta in ombra. Lo chiamai e Lorenzo mi rispose con un brontolio che sembrava una smorfia di patimento. Sentivo le gambe tremare e avevo la mente così annebbiata dal panico che non riuscivo più ad andare avanti. Si udiva il rumore di qualche ruscello che doveva scorrere da qualche parte. Controllai le racchette prima di procedere, tastando la neve a ogni passo. Aspettavo da un momento all’altro che la terra si aprisse per
inghiottirmi. Impiegai circa venti minuti per raggiungere il luogo dove si trovava il mio compagno. Quando giunsi, mi accorsi che perdeva sangue da un orecchio ma, per il resto, sembrava abbastanza in salute. Appena fui vicino, si mise seduto e mi sorrise. Era ancora muto per lo spavento, ma notai che era in grado di riprendere il cammino. In quel punto il terreno sembrava compatto e quando spazzai un po’ di neve soffice,
vidi che eravamo appoggiati su una solida e spessa lastra di ghiaccio.
Lorenzo si tirò in piedi con una smorfia di dolore. Cercò per prima cosa di recuperare il suo zaino, perché il
contenuto si era sparso. Mentre si chinava a raccoglierlo, emise un grido strozzato che richiamò la mia attenzione. C’era una figura nella trasparenza del ghiaccio. Una mano con dita aperte, il palmo rivolto verso l’alto. Lorenzo rimase per qualche istante con gli occhi sbarrati sull’immagine che aveva davanti, poi rimosse un po’ di neve finché non rese più visibile la parte inferiore del braccio. Ci guardammo. In quell’istante sembrammo scordarci la situazione per cui eravamo precipitati dentro questo tempo impervio. Poi, senza dire una parola, ci mettemmo al lavoro, rimuovendo la neve e aprendo una finestra sul ghiaccio, per portare
alla luce quella nostra macabra scoperta. Piegato sotto l’avambraccio ci apparve il viso così sfigurato da presentarsi irriconoscibile. Lorenzo mi fece segno di guardare e io colsi un silenzio ancor più freddo del freddo, da tagliare il respiro. Lo sfiorai leggermente con la piccozza. Nonostante la decomposizione che stava iniziando, era stranamente rigido. Era coperto di terra e muschio, forse avevano provato a sotterrarlo.
Vedemmo comparire un viso che sembrava fissarci timidamente dal basso verso l’alto. C’erano ancora le forcine che tenevano raccolti i capelli e ciò faceva pensare a una donna piuttosto avanti con l’età.
I carabinieri di Susa impiegarono parecchie ore a rimuovere il cadavere. La bufera si era calmata, ma bisognava considerare il pericolo di slavine. Il corpo era quasi irriconoscibile e fu coperto immediatamente da un lenzuolo bianco per tenere lontano i curiosi e per un comune senso del pudore verso i bambini.
Certamente era rimasto in quel crepaccio per diverso tempo, poi il freddo e la neve lo avevano in parte conservato. L’epidermide cominciava appena a macerarsi nelle parti più esposte, come il viso e le mani.
Il caso fu affidato a un giudice che veniva dal capoluogo. Si presentò al comando dei carabinieri in largo anticipo. Il morto doveva ancora arrivare. Per sicurezza si era fatto accompagnare da un medico legale. Questi, appena giunse il cadavere, prese tempo. Viste le condizioni, disse che occorreva trasferirlo a Torino dove si trovavano le strumentazioni adatte per fare i rilievi necessari. Infatti non vi erano elementi sicuri per stabilire se si trattava di suicidio o omicidio, se era scivolato accidentalmente, se era stato spinto o ucciso prima e condotto sul posto per occultarne il corpo. 
Sulla piazza si affollavano i paisan, tenuti a debita distanza dall’appuntato Romanato e da due agenti. Fissavano il telo bianco sotto il quale si celava il cadavere e intanto si maceravano dalla curiosità di sapere. Poi la voce si sparse di bocca in bocca, la curiosità stava riempiendo un cratere intorno all’evento: chi, come, quando, cosa? 
Verso l’autunno già inoltrato erano scomparsi dalla valle un uomo e una donna. Scomparsi nello stesso periodo, senza lasciare traccia, improvvisamente. Erano legati da un grado di parentela. Genero e suocera.
Giuseppe Lecco faceva il pastore, mestiere tramandato da diverse generazioni, un tipo solitario, taciturno, poco socievole, tornato dalla campagna di Russia qualche tempo prima. Aveva ereditato da suo padre il gregge di capre e di pecore e una baita d’alpeggio ad alta quota. Durante l’inverno viveva a Salbertrand, a casa della suocera con tutta la famiglia. L’altra scomparsa era proprio la suocera. Su quella doppia
sparizione si era fatto un gran parlare, ma le indagini erano a un punto morto. Romanato non aveva fatto molti passi in avanti e non si era prodigato più di tanto, nonostante le insistenze quasi quotidiane della moglie di Lecco, rimasta sola al mondo con un figlio di quattro anni da crescere. Giuseppe aveva ventiquattro anni, era di corporatura asciutta e gurigna. La vita in montagna lo aveva temprato nel fisico, ma lui era solito trascurare l’aspetto, presentandosi sempre un po’ trasandato. Il profilo del viso metteva in luce dei lineamenti duri e decisi, con due occhi azzurri che ingentilivano il portamento. Gisella, cinquantotto anni portati male, non molto alta, grassoccia, in carne come dicono da queste parti, era una donna ben in vista a Salbertrand. Era suo costume tagliare colletti e cucire su misura, per dirla breve interessarsi dei fatti di tutti, quello che si può dire una persona poco amata e poco apprezzata.
Quel corpo poteva essere suo, ma chi poteva dirlo con certezza? Sembrava difficile dare un senso logico alla loro scomparsa. E per di più contemporaneamente. Che il cadavere fosse quello di Gisella si poteva
sospettare. Poteva anche essere un’escursionista scivolata accidentalmente e che non faceva quasi notizia.
Se fosse stata Gisella, in ogni caso, restava il dilemma di Giuseppe. Che fine aveva fatto? Avremmo trovato a distanza di tempo anche il suo corpo o era lui l’artefice di un omicidio?
Per quale motivo? L’ultima volta che Giuseppe fu visto a Salbertrand era la fine dell’estate Aveva fatto il giro da alcune famiglie per vendere le tome che lui medesimo faceva ad alta quota. Aveva intascato quello che gli spettava e aveva fatto una capatina al circolo a farsi un gotto di quello buono. 
Poi aveva ripreso la strada dell’alpeggio.
........



Il bosco dei baci spenti
Besa Editrice
€ 14.00
In libreria

Giorgio Bona, classe 1956, vive a Frascaro, un piccolo paese del Monferrato tra Alessandria e Acqui Terme. Ha tradotto dall’inglese autori come Lee, Muir e Hamburger e dal russo la raccolta antologica Fiabe dei Balcani a Vladivostock (Besa, 1999).
Con Besa ha inoltre pubblicato Chiedi alla nuvole chi sono (2008) e Ciao, Trotzkij 


martedì 17 gennaio 2012

Prima del colpo di grazia


Uno

Mezzogiorno e non un’anima in giro. Nell’aria il ritmo ovattato delle voci del coro della Sainth Paul Church distante un mezzo isolato. Vincent D’Amore passeggiava in Milwaukee Avenue pensando all’invito a pranzo di sua sorella e a cosa regalare al nipotino, quando lo stridio dei freni di una macchina che inchiodava poco distante lo fece voltare di scatto. Non fece altro. Venne travolto dal boato lacerante di un gruppo di bocche da fuoco che esplodevano fuori dalla vettura e vomitavano piombo rovente contro di lui. Rimase in equilibrio, come un pupazzo disarticolato mentre i proiettili lo trapassavano da parte a parte e facevano saltare in aria pezzi di calcinacci sul muro alle sue spalle lasciando buchi grandi come palle da baseball.
Crollò a terra solo quando si placò il rumore delle armi.
L’odore di polvere da sparo gli fece strizzare il naso. Sono duro a morire, pensò mentre stramazzava con l’abito stracciato dai colpi sul marciapiede viscido del suo stesso sangue. Poggiò un gomito a terra, e fece forza su di lui per trascinarsi fino al muro, perché l’altro braccio e le gambe ormai non rispondevano più ai suoi ordini. Sollevò la schiena e si appoggiò contro lo spigolo tra il muro di un palazzo in stile e una vetrina di scarpe.
Riconobbe Moran, dai contorni sfocati, come una pellicola stampata male. Il vecchio “Bugsy” Moran, pensò senza nemmeno avere la forza di stupirsi. Lo guardò aprire la portiera della Cadillac, piegare leggermente la schiena per non urtare il cappello contro il tettuccio della vettura e mettere la testa fuori. Lo seguì con lo sguardo opaco mentre scendeva dalla macchina e si avvicinava facendo riecheggiare il suono secco dei tacchi sul selciato. Passo dopo passo. Lentamente.
Fu questione ancora di un istante, poi nella testa di Vincent tutto si fece ovattato. Sparirono i rumori. E svanì la puzza di zolfo. Aveva la sensazione di essere completamente immerso in una vasca di acqua tiepida, e di galleggiare nel vapore. Si nutriva di una leggerezza mai provata e sorrideva con un taglio della bocca che gli apriva il viso in due.
Pensò che quella volta non poteva raccontarsi delle fesserie. Stava per morire davvero. L’energia scivolava via da lui, e i suoi santi protettori si erano voltati dall’altra parte.
Era arrivato il momento di mantenere fede alla parola.
Allungò il braccio e prese il Borsalino caduto poco distante, quello bianco sporco con la fascia marrone, quello che spazzolava tutte le mattine e che si toccava di lato specchiandosi prima di uscire dalla porta. Quello che gli aveva regalato Sonny “Smile” Cardona sette anni prima, e che lui in tutti quegli anni aveva conservato per amicizia. Lo prese stringendolo tra le dita con l’ultima energia rimasta, e quando Moran fu su di lui con la canna del revolver in mezzo agli occhi disse soltanto …da quanto tempo che non ti facevi vivo… merdoso polacco… con fiotti di sangue che gli sbavavano fuori, e impastavano la bocca soffocandone le parole.
L’altro armò il revolver. Poi spostò un lembo del cappotto di Vincent e gli prese il pacchetto di sigarette con due dita. Ne salvò una dal diluvio di sangue e gliela infilò in bocca.
“Fumati l’ultima, come i condannati a morte.”
Vincent gorgogliò uno sbotto di sangue e sputò via la sigaretta. Poi si coprì la faccia con il cappello, e nel vuoto del feltro respirò per l’ultima volta il profumo fresco della lavanda del suo barbiere mescolato a lampi che gli attraversavano la mente…
…come i flash da paparazzo in cerca di scandali per il Tribune…
…prima del colpo di grazia.


Chicago, 17 gennaio…
“Vince, sono stanco.”
“Questa non è la serata giusta per avere delle preoccupazioni.” Vincent D’Amore si fece di lato per far entrare Sonny “Smile” nel suo locale preferito. Insieme al boss filtrò uno spiffero di aria gelida.
“Questa guerra deve finire, una volta per tutte, ormai non dormo più di notte, e devo stare sempre con gli occhi aperti, non mi posso più fidare nemmeno dei ragazzi… - si infilò due dita in tasca del cappotto e tirò fuori un mezzo sigaro. Lo fissò mentre una luce spenta si impadroniva dei suoi occhi - loro devono pensare a proteggermi e invece sono i primi a spararmi addosso come al tiro a segno, capisci che qualcosa non quadra?”
“E’ stata una brutta storia, ma adesso è acqua passata. Chi doveva pagare ha pagato. Qui sei a casa mia e sei al sicuro.”
“Sei stato gentile a organizzare tutto questo per me.”
“Stasera devi solo pensare a goderti la tua festa, capo… gli amici sono già tutti di là, manchi solo tu… “
Erano in piedi sulla soglia del locale, a guardarsi dritti negli occhi. Poi Cardona allungò le braccia verso Vincent e lo strinse nelle spalle. Lo sfregio tra la bocca e lo zigomo dilatò il suo sorriso da pescecane in una smorfia.
“Uno dei due deve sparire dalla circolazione per sempre…  e quell’uno non voglio essere io.”
“Il compleanno arriva puntuale tutti gli anni, ma i trenta una volta sola… è una data importante… non ci pensare proprio oggi.”
Vincent aiutò il capo a sfilarsi il cappotto e lo porse ad un cameriere.
“Hey tu! – gli fece eco Sonny puntandogli contro un dito - ... trattalo bene… è roba italiana.”
Il ritmo di un pezzo di Fats Waller, I ain’t mis bellavin’, suonato da una band di musicisti bianchi, faceva da sottofondo alla vita del Blue Turale. La sala era piena del via vai di camerieri tutto inchino che entravano e uscivano da salette private e ragazze pronte a far divertire chi aveva soldi da spendere. E da perdere a qualche tavolo verde.
“Tu e Frank mi dovete togliere il problema, una volta per tutte… hai capito Vince? Sono io che voglio decidere a Chicago chi vive e chi muore.”
“Abbiamo trovato gli uomini giusti… gente che ci sa fare… devi solo avere pazienza un mesetto e poi non sentirai più parlare di “Bugs” Moran, e del suo whiskey puzzolente… “
“Merda che sa solo di petrolio bruciato come quello che vendevano agli indiani nel wild west.”
“A Chicago ci sarà solo la legge di Sonny Cardona.”
“Dicono anche delle brutte cose su di me… dicono che sono solo un magnaccia da quattro soldi.”
“Ti giuro che la lingua gliela taglio di persona…”
“Vince… una volta per tutte: io non voglio più problemi.”
“Lo so, capo… stai tranquillo…”
“Non voglio che quel lurido figlio di una troia polacca tocchi più i nostri camion, i nostri magazzini… la merce è nostra e né lui né nessun altro si deve più permettere di metterci gli occhi sopra… e voglio che nelle bische e nei bordelli di North Side si beva solo il mio di alcool, e basta.”
“Noi siamo i più forti ….”
“Dimostrami quanto sei abile Vince, e io ti sarò riconoscente.”
“Io ti sono amico. Non voglio altro.” E lo disse con quel misto di rispetto, ammirazione, e sicurezza di sé da non sembrare il solito leccaculo che cercava favori dal boss.
“Grazie Vince… - rispose l’altro guardandolo come si guarda una persona intelligente, e a Vince questa cosa piaceva - adesso andiamo dagli amici a goderci la festa.”



Due

“Bugsy” Moran guardò il Borsalino che copriva il volto di Vincent D’Amore. Era immacolato nonostante la pioggia di piombo e sangue che lo aveva investito. D’istinto a Moran venne da voltarsi con le orecchie in allerta. Aveva come l’impressione che qualcosa di strano e di imprevisto potesse succedere da un momento all’altro. Mantenne il braccio teso con la pistola puntata contro l’italiano, ma al tempo stesso fece un passo indietro, quasi scaramantico. Poi un secondo, con l’inquietudine che gli si leggeva in viso. Si allontanò di qualche metro come per scongiurare il rischio di dover fare i conti con un avversario invisibile che si era messo tra lui e il suo nemico.
 Sparò. Sparò con il timore che gli contraeva il dito sul grilletto. E l’esplosione disegnò un lampo, e il proiettile tagliò il tessuto del Borsalino con la rapidità di un rasoio. Ma subito dopo il tempo sembrò modificare la sua dimensione conosciuta, quasi a rallentare la palla di piombo nel suo percorso, fino a concedere un intervallo a Vincent  per veder sfilare davanti a se le facce dei quattro professionisti che lui stesso aveva arruolato, due italiani e due irlandesi, criminali venuti da fuori, gente che aveva conosciuto la galera ma che nell’Illinois non aveva debiti da scontare con nessuno, men che meno con la giustizia.
“Tutta gente che Moran non  riconoscerà mai.” Aveva detto Vincent a Sonny, cercando con lo sguardo l’approvazione di Franky seduto vicino a lui.
“Quattro sono pochi se devono stenderne una dozzina tutti insieme… i polacchi non sono dei fessi.” Aveva commentato Sonny “Smile” senza capire fino in fondo che razza di piano era passato per la testa di Vincent D’Amore.
“Quattro non sono pochi se sono vestiti da sbirri.”
“Sbirri?”
“Questa è la ciliegina… Sonny”
Con il viso nascosto dal cappello, A Vincent pareva di rivivere la stessa scena di quel giorno di sette anni prima, e di rivedere lo stesso sfregio sulla faccia del capo dilatarsi in un ghigno. Sentiva anche il suo stesso odore, quello del suo orgoglio che si mescolava al sudore che aumentava mano a mano che la tensione cresceva insieme alle parole che gli uscivano come un fiume in piena. Vincent parlava del piano che aveva ideato per eliminare la concorrenza di “Bugsy” Moran dagli affari di Sonny, ma in realtà la testa viaggiava per i fatti suoi e pensava che aveva ragione il suo capo a dirgli che lui era abile. Eccolo il colpo d’ingegno. Quello che rende un piano perfetto: i suoi uomini si sarebbero travestiti da sbirri usando delle false uniformi e sarebbero arrivati al garage di “Bugsy” Moran a bordo di una Cadillac identica a quella usata dal Dipartimento di Polizia, riverniciata ad hoc, con le insegne e con tutto quanto quello che serviva, grazie ad un vecchio mago della truffa che gli doveva qualche favore. E per “Bugsy” Moran e i suoi tirapiedi non ci sarebbe più stato un filo d’aria per i loro polmoni.
“Non si preoccuperanno di vedere arrivare quattro divise. Ci passano spesso gli sbirri dalle parti del loro garage… come i barboni, con la mano tesa a prendere qualche spicciolo d’elemosina. Moran non sospetterà nulla… - aveva concluso Vincent – la sorpresa, Sonny,  è questo il nostro punto di forza… come i grandi generali”
“E quando ce ne vogliamo sbarazzare?”
“Il giorno decidilo tu, Sonny.”
“Fra sette giorni è San Valentino. Mi sembra una buona occasione per fare gli auguri a Moran, e per sbarazzarmi in fretta di questo problema… - e al volante della Cadillac voglio te, Vince, e nessun altro.”


Chicago, 14 febbraio,  appena dopo mezzanotte…
 “Allora possiamo essere sicuri che ci sarà anche “Bugsy” Moran nel suo garage?” chiese ancora Vincent. Ma era solo un’ulteriore rassicurazione, perché dentro di sé era ormai del tutto convinto che la trappola fosse pronta a scattare.
“Si sono mossi gli amici di Detroit… - disse Franky “Tango” Latella parlando dall’altro capo del telefono – e questa è una garanzia. Hanno promesso al polacco un carico di liquori per domani mattina alle dieci nel suo quartier generale, gli hanno pure detto che se quelle casse di alcool non le ritira lui siamo già pronti noi a pagare il tutto con dollari sonanti… E così possiamo stare sicuri che ci sarà anche Moran che non ha voglia di farsi scappare un’occasione del genere.”
 “E’ troppo avido quel cane rognoso.” E mise giù il telefono, sicuro che l’ultimo tassello, quello più importante, era stato incastonato nel mosaico. Il polacco si stava infilando in trappola da solo. E Vincent aveva voglia di ubriacarsi all’idea di essere lui la mente che aveva architettato un piano così ingegnoso. E quel cane bastardo di Moran avrebbe addentato al volo il suo boccone avvelenato. Guardò l’orologio, era mezzanotte appena passata, ed era sicuro che non avrebbe dormito nemmeno un minuto. Meglio bere domani, si disse, e accese la radio. Il suono gracchiante di West End Blues e la voce roca di Louis Armstrong si dispersero nella stanza.
Si mise comodo in poltrona e stese le gambe. Accanto a lui il telefono. Meglio farsi trovare pronto per ogni evenienza. Non era nemmeno il caso di scendere sotto, in una saletta del Blue Turtle, per farsi una partita a carte. Se la serata girava male rischiava solo di rovinarsi l’umore, e di non essere lucido per il giorno dopo. Una notte senza fine lo stava aspettando. Era l’ultima notte prima del suo successo. Prima del delirio. Dell’onnipotenza. Vincent trascorse il resto delle ore sonnecchiando, con un occhio sempre in allerta, come quando era più giovane e faceva la guardia ai suoi vecchi boss.

 ore 8
Vincent D’Amore uscì di casa puntuale. Mangiò uova strapazzate con pane bianco e bevve caffè nero come tutte le mattine al banco di Hector, un argentino con la faccia da italiano che voleva entrare nel giro della carne e che si diceva ben disposto ad accettare la protezione dell’italoamericano. Con la carne si potevano fare buoni affari, e ne parlava spesso con Sonny. Poteva occuparsene lui. Anche se il Blue Turtle rendeva bene, di bordelli e alcool si era quasi stufato. Quella mattina Vincent, prima di uscire dal locale, bevve dell’altro caffè, e per la prima volta strizzò l’occhio al proprietario e gli disse ci sto pensando, Hector… non è ancora detta l’ultima parola.
Fuori, respirò l’aria fresca di febbraio. Un sole tiepido stuzzicava la pelle. Guardò il cielo per qualche secondo, poi, con il solito passo deciso, puntò dritto davanti a se, con gli occhi coperti da un paio di lenti rotonde e scure come inchiostro. Non pensava ad altro se non che alle dieci i suoi uomini sarebbero entrati in azione. Senza più alcun dubbio su come sarebbero andate le cose. “Bugsy” Moran avrebbe aspettato invano. Non sarebbe arrivato nessun camion carico di casse di liquori ma una macchina della polizia che con la polizia non aveva nulla a che fare. E da quel momento la faccia del North Side sarebbe cambiata. Sonny messo le mani su tutto e gli affari sarebbero dilagati. A gonfie vele. Soldi per tutti quelli che sarebbero stati dei veri amici. Piombo e paura per i nemici. Forte di un potere che nessuno si sarebbe messo in testa di discutere.

ore 9.55
“Fermati qui Ted. - Disse Moran rivolgendosi alla sua guardia del corpo. E l’altro posteggiò una cinquantina di metri prima dell’ingresso del garage. - Ho visto una macchina degli sbirri fermarsi proprio lì davanti.”
“Normale amministrazione, capo. Sai come sono le regole degli sbirri. Una visita di cortesia, dicono loro, solo per portarsi via una manciata di dollari... così si tengono buona la moglie con un bel regalino…” Disse ridacchiando Willie, l’altro gorilla seduto dietro.
“Lo so. Ma è sempre meglio se ci teniamo alla larga… non si sa mai… quando le cose girano storte per loro, gli sbirri diventano peggio dei serpenti a sonagli, e non vorrei incontrarne uno con la luna di traverso.”
“Come vuoi capo.”
“Aspettiamo solo che finiscano con la loro stupida ispezione. Non dobbiamo neanche dimenticarci che stiamo aspettando un bel carico di roba… e non voglio guai proprio oggi.”

Ore 10.00
Dentro il garage al 2122 di North Clark Street erano in undici senza nulla da fare. Quando videro entrare i poliziotti con i mitra in mano quasi non li degnarono di uno sguardo.
“Che c’è sergente – disse Albert, il contabile – questo mese ci siamo dimenticati di ungere la serratura?”
Gli altri risero.
“Faccia contro il muro… avanti senza fare storie…”
“Calma, calma… ok ragazzi fate come dicono loro…”
“Oggi abbiamo trovato degli sbirri cattivi…”
“Se volevate vedermi il culo bastava dirlo… per togliermi certe soddisfazioni con uno sbirro non me lo faccio ripetere due volte ad abbassarmi pantaloni…”
Le risate coprirono la prima raffica. Poi il baccano che venne fuori subito dopo fu tale che nessuno dei vicini se ne preoccupò.

Ore 23.10
Vincent D’Amore e Franky “Tango” Latella posteggiarono prima dell’ingresso posteriore della villa di Sonny “Smile”. Fecero a piedi l’ultimo pezzo di strada. Su fondo il profilo delle colline, e nell’aria leggeri fiocchi di neve gelata. Al cancello i ragazzi di guardia si fecero di lato, e Vincent e Franky proseguirono senza nemmeno rispondere ai saluti. A ridosso della grande vetrata panoramica si resero conto che c’era un sacco di gente al ricevimento organizzato dal loro capo.
“Una roba in grande stile.” disse Franky che aveva modificato il passo cercando di stare dietro al ritmo di uno swing che arrivava dall’interno della villa.
“Già… lo vedranno tutti… Sonny si è creato un alibi perfetto, così gli sbirri non avranno modo di rompergli le scatole.”
Entrarono nel salone con molto garbo, cercando di passare quasi inosservati tra la folla di invitati. Agli angoli della sala gruppi di uomini di Sonny addetti alla sicurezza, e al centro del salone un grande buffet con alcolici e pietanze. Salirono lo scalone di marmo tirato a lucido seguendo gli ordini del capo. Li avrebbe aspettati lì, entro la mezzanotte.
“Questa guerra l’abbiamo vinta noi…” disse Sonny allargando le braccia per accogliere i due luogotenenti.
“Moran è ancora vivo.” Disse subito Vincent.
“Vivo e vegeto… lo so… ma non ti preoccupare Vince, se lo vuoi salutare puoi scendere di sotto. Lo puoi trovare mentre butta giù champagne francese come se fosse acqua fresca.”
“E’ qui?”
“Certo… ha capito la lezione, e la prima cosa che ha fatto dopo che il suo avvocato lo ha tolto dalle grinfie degli sbirri è stata di venire a chiedermi scusa. Sembra un agnello. Si è inchinato, e io gli ho detto che poteva ubriacarsi in mio onore questa sera, però da domani deve fare le valige e sparire dalla città con tutti i suoi stracci, altrimenti può incominciare a ordinarsi un bel funerale.”
“E lui?”
“E lui ha detto di si… che doveva fare secondo te. Non ha più un uomo, i suoi ultimi due scagnozzi sono spariti dopo un’ora, la polizia gli sta con i denti nel collo, e nessuno per un bel po’ di tempo avrà il coraggio di fare affari con lui… è bruciato… e questo è tutto merito tuo Vince… sedetevi… ho un regalo per tutti e due… un regalo speciale…”

Vince aveva preso in mano il cappello. Era morbido. Come un gatto che sta bene. Disse solo grazie. Mentre il boss diceva: è prezioso, e sarà il tuo compagno giorno dopo giorno, l’unico di cui ti potrai fidare… perché dentro c’è anche un pezzo della mia anima e della nostra amicizia …stringilo forte il giorno che starai per morire… ti aiuterà a ricordare come hai vissuto… quando arriverà il tuo momento prova a stringerlo con una mano, Vince… con l’ultima forza che ti resta in corpo, con l’ultimo respiro che hai a disposizione… e copriti la faccia, dentro ci vedrai passare tutta la tua vita… in un attimo… quello che serve alla morte a portarsi via la vita… giuramelo che lo farai Vince… giuralo al tuo amico Sonny…





© Angelo Marenzana, 2007



Tratto da:
Borsalino, un diavolo per cappello

a cura di Angelo Marenzana

Robin Editore
In vendita in libreria
pp.240 - €. 10


Il libro,  raccoglie i racconti di 17 scrittori. Dietro, anzi sotto, ogni Borsalino c’è una storia. Storie avvincenti, storie crudeli, storie d’amore. Drammi piccoli e grandi. Guerre, rivolte. Storie di speranza. E di erotismo. Atmosfere magiche, fantastiche, a volte torbide. Storie di uomini, di ruoli sociali ben precisi, di ambienti, di atteggiamenti. Gli autori qui raccolti hanno voluto a modo loro ricostruire l’atmosfera che sfuma attorno a ogni tesa più o meno larga, all’ombra di un modello che aiuta a fissare un’esistenza. Uomini e donne dal Borsalino facile. Poliziotti e gangster, affaristi e magnati d’industria, gigolò, femmes fatales, signore al passeggio, ma anche migranti verso un mondo nuovo carichi di speranze, e operai dalle facce nere e mani callose. Tutte storie narrate con identico sacrificio e con la stessa fantasiosa morbidezza con cui la famiglia Borsalino ha saputo inventare e cucire il suo prodotto.


lunedì 9 gennaio 2012

Un cappello di feltro grigio

di Enzo Macrì

Adesso o mai più, si disse, e l’azione accompagnò il pensiero. In un lampo si staccò dalla fila che si trascinava sotto gli occhi dei tedeschi e si gettò a capofitto in una stradina che incrociava trasversalmente. La raffica partì altrettanto improvvisa, accompagnata dalle voci sgraziate dei soldati colti di sorpresa:

-  aktung, fermare!! - Rattattatatà!!... 

Sentì le urla  lancinanti di quelli che, come per un riflesso condizionato,  si erano staccati anch’essi dalla fila, seguendolo, e furono tranciati. Ma lui no, non fu colpito. Pochi passi e scomparve dalla vista. A pochi metri dall’incrocio c’era un portone, un vecchio portone di legno, sempre aperto che dava su  un cortile, in fondo al quale c’era una porticina. E poi un’altra strada, un altro portone, ancora un  cortile con al fondo una rampa di scale. Corse, Michele, corse come non aveva mai fatto nella sua vita, mentre le raffiche gli esplodevano nelle orecchie e nel cuore. Superò il portone,  attraversò il cortile e in fondo trovò la porticina aperta. Gli pareva di avere tutto l’esercito tedesco alle calcagna, ma non si voltò. Passò la porticina, attraversò la strada, superò l’altro portone, volò sul selciato del secondo cortile e imboccò alla fine la scala. Salì su per i gradini, un piano, due piani, tre piani. Una porta semichiusa, un solaio. Entrò e si nascose dietro un mucchio di masserizie abbandonate da chissà quanto tempo. Il cuore gli scoppiava, le tempie battevano e le mani tremavano irrefrenabili, ma riuscì a non respirare e a non emettere alcun rumore per un tempo interminabile. Ce l’aveva fatta. Forse. Era riuscito a sfuggire ai soldati tedeschi che lo stavano portando alla stazione, assieme a centinaia di altri disgraziati. 

- Tutti gli uomini abili delle classi ’23, ‘24, ’25 devono presentarsi al comando per essere arruolati nel nuovo esercito repubblicano – diceva il manifesto affisso sul muro - i renitenti saranno considerati disertori e passati per le armi. 

Non lo aveva fatto, non si era presentato. Non gli andava di tornare a combattere con una divisa addosso. Se l’era tolta qualche mese prima,  l’otto settembre del ’43 e non aveva intenzione di rimettersela. E poi combattere! Per chi? Per il Duce e per il Re? Ma il Duce era l’ombra di se stesso in mano ai tedeschi occupanti. Non era più l’uomo del credere, obbedire, combattere, l’uomo della Provvidenza, se mai lo era stato. E il Re era scappato e se ne stava al sud, al sicuro. Già, il sud! Chissà se lo avrebbe più rivisto il suo sud. Quel sud che aveva lasciato qualche anno  prima per partire soldato, diretto al nord, in quella città piena di nebbia che prima lo aveva accolto e che ora sentiva nemica. Chissà se avrebbe più rivisto il suo paese, con la sua terra scura e dura. Suo padre, sua madre, la casa, troppo piccola per tanti fratelli,  eppure sempre casa. Chissà se avrebbe rivisto gli amici e avrebbe ancora scherzato con loro, bighellonando per le strade, nelle lunghe giornate d’estate. Chissà se avrebbe rivisto Lei. Gli ritornavano alla mente le parole del padre, quando, prima di partire, con l’urgenza disperata di chi sa che potrebbe non avere un’altra occasione, si era dichiarato. 

- Ti puzza ancora la bocca di latte e già ti vuoi sposare? Sei troppo giovane.

- Se non sono troppo giovane per partire soldato – gli rispose – non lo sono neanche per sposarmi. Vuol dire che quando la bocca non mi puzzerà più di latte, ma di vino,  tornerò e me la sposerò vostra figlia.

Tornare. In quei giorni terribili era impossibile, con l’Italia tagliata in due e la sua situazione di ex soldato che aveva scambiato la divisa con un male assortito vestito “civile”.

I pensieri gli si affollavano nella mente e la sua vita scorreva come un film, quasi avesse dovuto ricordare tutto in pochi momenti, come se fosse stata l’ultima volta. 

I minuti passavano e nessun rumore veniva dalle scale. Sì, ce l’aveva fatta. Era sfuggito ai tedeschi.

Non sarebbe partito su quel treno maledetto. Non lo avevano ucciso, come minacciava il bando affisso sul muro,  ma lo avrebbero caricato su un treno piombato che lo avrebbe portato chissà dove.  Per questa volta gli era andata bene. A poco a poco prese coscienza della situazione e cominciò a calmarsi. Il cuore tornò a ritmi più normali e le mani smisero di tremare. 

- E adesso che faccio? – pensò - Me ne starò nascosto fino a sera e poi uscirò a dare un’occhiata. 

Ma dove andrò? Se mi riprendono, questa volta mi fucilano. 

Si accucciò in un angolo e si mise di buon grado ad aspettare il buio. Dall’abbaino sopra la sua testa la luce vivida del sole di primavera gli diceva che mancavano ancora alcune ore. I nervi si allentarono, la tensione calò, una grande stanchezza lo avvolse. Appoggiò la testa sulle ginocchia e quasi senza rendersene conto si appisolò. 

Lo svegliò un frusciare di ali, facendolo sussultare. Un pipistrello, con il calare delle tenebre, cominciava la sua quotidiana caccia per la sopravvivenza.  Un brivido gli attraversò la schiena, ma non si mosse. Si stropicciò gli occhi, tese le orecchie e restò fermo nella stessa posizione. Guardò l’abbaino che lasciava filtrare la luce tenue di uno spicchio di luna. Dopo alcuni minuti la vista si adattò alla penombra che ormai aveva avvolto il suo rifugio. Tese ancora le orecchie cercando di captare un rumore qualunque, ma il silenzio era tornato assoluto. 

- E’ ora di muoversi – pensò. 

Si alzò in piedi, si stiracchiò un po’,  si diresse guardingo verso la porta che dava sulle scale. Cominciò a scendere, misurando i passi, cercando di non fare rumore. Nel cortile non c’era nessuno. Lo attraversò e raggiunse la strada.  In lontananza un fischiettare sommesso intonava le note malinconiche di Lily Marlene. Si incamminò, senza sapere dove andare. Nel silenzio della notte il rumore dei suoi passi veniva amplificato, dandogli la strana sensazione di essere seguito. Fece il giro dell’isolato, ma ad ogni angolo il cuore gli saltava in gola per il timore di essere visto. Era troppo giovane e troppo malvestito, con quell’abito improbabile che aveva scambiato con la sua divisa qualche mese prima. Troppo stretta la giacca e troppo larghi i pantaloni per poter essere creduto un libero cittadino a passeggio per le vie della città. Da dove veniva? Cosa faceva? Se lo avesse incontrato una pattuglia, vedendolo così male in arnese  non avrebbe potuto fare a meno di chiederselo. Era troppo pericoloso. Tornò al cortile, riprese le scale cercando ancora di non far rumore e si rifugiò nuovamente in soffitta. Che brutta situazione, come avrebbe potuto uscirne? Aprì l’abbaino, si accese una sigaretta e guardò le stelle. La notte sarebbe stata lunga.




Il sole che filtrava dall’abbaino lo colpì agli occhi, svegliandolo. Ci mise qualche tempo a realizzare dove si trovasse e quale fosse la sua situazione. Era di nuovo accoccolato a terra, appoggiato a una colonna, forse un vecchio camino. Poi, poco a poco, si guardò intorno e cercò di essere lucido. L’ambiente era tutto in disordine e pieno di masserizie abbandonate. Vecchi mobili, un materasso arrotolato, qualche scatolone pieno di cianfrusaglie; dovunque oggetti in disuso di cui non capiva bene l’utilità e pagine di giornali sparse qua e là. Su tutto uno spesso strato di polvere e ragnatele. Fece per alzarsi, ma con il gomito urtò qualcosa di fianco. Uno sgabello. Sopra, una bottiglia di vino e un tovagliolo rigonfio con i quattro angoli annodati insieme. Scattò in piedi, mentre il cuore cominciò a battere all’impazzata. 

- C’è qualcuno?- bisbigliò, quasi avesse paura di udire la risposta. 

Ma nessuno rispose. Si aggirò per lo spazio angusto in preda al panico, frugò dietro i vecchi mobili, si guardò alle spalle con uno scatto, si appoggiò alla colonna e tese ancora le orecchie. Silenzio. Qualche rumore in lontananza, segno della vita che scorreva fuori, nel cortile e sulla strada, ma nulla nella soffitta o sulle scale. Aspettò qualche minuto, tendendo le orecchie e poi si decise. Con cautela, quasi che l’inaspettato involucro potesse rappresentare una minaccia, si avvicinò, disfece il nodo del tovagliolo e guardò il contenuto. 

Un pezzo di pane nero, una fetta di formaggio, una mela. Assieme al vino avevano tutta l’aria di essere un pasto. 

Si avvicinò alla porta, la socchiuse e guardò sulle scale. Nessuno. Riaccostò, cercando un chiavistello o un  gancio, ma non c’era. Non era possibile chiudere dal di dentro. 

Tornò al cibo e la fame fu più forte della paura. 

Prese il pane, ne mangiò un pezzo lentamente assieme al formaggio. Bevve un po’di vino, che lo scaldò, togliendogli quel senso di vuoto che si sentiva addosso. Si mise in tasca la mela e si apprestò ad uscire. Non poteva certo stare tutto il giorno nella soffitta. Qualcuno avrebbe potuto salire e scoprirlo. E poi chi era il suo misterioso soccorritore? Perché non si era fatto vedere quando gli aveva portato da mangiare? No, non poteva stare lì tutto il giorno. Per strada si sarebbe mescolato alla gente, si sarebbe mimetizzato, avrebbe cercato qualcuno per farsi aiutare. Scese le scale guardingo. Nessuno. In cortile alcune donne parlavano animatamente tra loro e non gli fecero attenzione mentre con passo deciso, le mani in tasca e lo sguardo fisso davanti a se per il timore di incrociarne lo sguardo, guadagnò la strada.  Un sudore freddo gli bagnava la fronte. 

Pensò di evitare il centro città di andare verso il parco,  frequentato da mamme con i bambini e da qualche vecchietto.  Meno pericoloso.

Il fiume, più in basso, scorreva lento, trascinando con sé tronchi d’albero e rami secchi strappati alla montagna. Le voci dei bambini che giocavano facevano da sottofondo ai suoi pensieri mentre guardava l’acqua scorrere. Ne ascoltava lo sciacquio. Un uccello cinguettava su un ramo sopra la sua testa. Un’automobile in lontananza suonava un clacson stonato. Due donne discutevano animatamente di tessera annonaria e di furfanti che non facevano la fila per il pane. Un rumore sordo, ritmato, martellante salì  a poco a poco. Quando li vide erano vicini, troppo vicini. Un drappello di camicie nere si avvicinava a passo di marcia proprio nella sua direzione. Si gettò giù per la scarpata, con il cuore in gola e una parolaccia in bocca. In breve raggiunse gli  arbusti, e il canneto sulla riva. Si accovacciò, trattenendo il respiro e disse una preghiera. Il drappello non lo vide e passò oltre. 

Si sedette sulla sabbia, la testa tra le mani, cercando di riprendere il controllo di se stesso. Guardò verso il fiume, mentre un ramo galleggiante si impigliava tra gli arbusti.

- In montagna – mormorò, fissando l’acqua che scorreva – andrò in montagna… Con i partigiani.




Rimase nascosto tra le canne. Più ci pensava e più l’idea della montagna gli sembrava giusta.  Si sentiva quasi sollevato, dopo i mesi che aveva passato a nascondersi, mimetizzandosi tra la gente, aspettando che succedesse qualcosa. Non avrebbe più aspettato. Si alzò, rassettandosi il vestito e la mano incontrò la forma arrotondata della mela che aveva in tasca. La prese, la guardò sorridendo, facendola rotolare tra le dita e poi la mangiò. 

Tornò sulla strada, abbandonando il fiume e il parco,  camminando per ore, cercando di non farsi notare, mentre con la coda dell’occhio scrutava i movimenti di tutti coloro che incrociava. Arrivò la sera e tornò al suo rifugio. Tutto era rimasto come la mattina. Ispezionò ogni angolo, cercando qualche segno di una  presenza.  Si preparò un giaciglio e si mise in attesa senza perdere d’occhio la porta, tendendo le orecchie per captare il minimo rumore.  Finché si addormentò. 

Sognò soldati in marcia, soldati strani, senza divisa. Qualcuno aveva i pantaloni corti con i calzettoni e gli scarponi da montagna. Qualcun altro i pantaloni alla zuava con spessi maglioni di lana grezza. Altri ancora portavano la giacca, con la camicia e il gilè.  Tutti  cantavano e ridevano, come se stessero andando a una  festa.  

- Dove siamo diretti? -  chiese a un giovane che camminava di fianco a lui. 

- Ma come , non lo sai? – gli rispose – andiamo in montagna.

- In montagna? Io sono nato in campagna, non conosco la montagna!

-Eh, la conoscerai. Vedrai. 

- Cosa ci andiamo a fare?

- A combattere, per liberare l’Italia dai tedeschi e dai fascisti. Abbiamo dormito per troppo tempo. E’ ora di svegliarsi. Sveglia…Sveglia… 

Aprì gli occhi mentre una mano lo scrollava e una voce soffusa gli diceva – Sveglia, sveglia…

Un giovane più o meno della sua età, con un leggero sorriso sulle labbra lo riportava alla realtà.

- Chi sei? – gli disse, mentre cercava di capire se stava ancora sognando o era sveglio - Cosa vuoi da me? - E intanto cercava con gli occhi una via di fuga.

- Tranquillo – gli rispose – non aver paura, non ti faccio niente.

-Chi sei?– continuò  Michele  guardandolo negli occhi.

- Mi chiamo Luca, abito qui, al piano di sotto. Ti ho visto ieri mentre scappavi dai tedeschi. Li hai seminati bene! Ti hanno inseguito, ma non ti hanno visto entrare nel cortile e salire le scale. Sei stato bravo a far perdere le tracce. 

- Sono stato fortunato – disse  Michele guardandolo con sospetto – che vuoi da me, perché non mi hai denunciato? 

- Perché avrei dovuto denunciarti? 

- Chi  aiuta i renitenti viene arrestato.

- Stai tranquillo, ho il tuo stesso problema. Passo il mio tempo in casa per non rischiare di essere fermato dalla milizia. Se mi arrestano sono spacciato e se mi presento devo arruolarmi e non ne ho nessuna voglia.

Parlarono a lungo, mentre i giorni trascorrevano tra soffitta e brevi passeggiare liberatorie per le vie della città.  Luca portava a Michele acqua e sapone per lavarsi, lamette per la barba, cibo, vino e sigarette. Si confidarono i pensieri più nascosti. Erano fatti allo stesso modo. Desideravano entrambi le  stesse cose: un futuro sereno, un lavoro, una famiglia. Ma in mezzo alla tempesta, erano miraggi, sogni, utopie. Parlarono della montagna e della decisione di andare con i partigiani. Alzare la testa, guardare al futuro con un po’ di speranza, senza abbandonarsi alla rassegnazione. Tornare a vivere. 

Un giorno Luca arrivò trafelato. 

- Ho notizie – disse 

- Che notizie? – domandò Michele

- Notizie dalla montagna….

- Ho saputo che sui monti intorno a Ovada  si stanno raccogliendo alcune bande di partigiani.

- Alla buonora! – esclamò Michele

L’amico tacque, abbassando lo sguardo.

- Che c’è - chiese Michele 

- Io non vengo – rispose Luca.- Non me la sento.

- E allora tutti i discorsi che abbiamo fatto? 

- Non ho cambiato idea, ma… Non posso. Per te è più facile. Sei solo qui. La tua famiglia è lontana. Devi rendere conto solo a te stesso. Io invece ho mio padre e mia madre. Li metterei in pericolo. I genitori vengono arrestati al posto dei figli. 

- Allora mi fai andare da solo…

- Scusami, ma non posso fare altrimenti. Non sai quanto mi costi dirti questo. 

- E tu, allora che farai?

Tacque, Luca e abbassò gli occhi. Poi andò all’abbaino e guardò il cielo.

- Mi arruolerò -  disse con un filo di voce.

Nella soffitta scese un silenzio di piombo. Per lunghi, interminabili minuti i due amici tacquero senza guardarsi in faccia. 

Poi Michele pronunciò la frase che tutti e due pensavano, ma non avevano il coraggio di dire.

- E se ci incontriamo, lassù in montagna, uno contro l’altro… 



Passarono l’ultima notte insieme bevendo vino, fumando e parlando. Rinnovarono i loro propositi per il futuro. Né la guerra, né la distanza, né il tempo e neppure i fronti contrapposti su cui si sarebbero trovati  avrebbero potuto incrinare la loro amicizia. Parlarono, parlarono, senza prendere sonno, perché non potevano sprecare il poco tempo che rimaneva dormendo. All’alba, mentre la prima luce del giorno filtrava dal vetro dell’abbaino - E’ ora di andare – disse Michele 

- Aspetta – disse  Luca – scendo a casa a prepararti un po’ di roba  per il viaggio. Qualcosa da mangiare e un vestito pulito. Conciato come sei rischi di farti fermare prima di arrivare all’autobus. 

Tornò poco dopo con del cibo, un paio di pantaloni, una camicia pulita, una giacca, un paio di scarpe robuste, di cuoio vero, e un cappello. Un bel cappello di feltro grigio, con una fascia di raso scuro e una piccola piuma sul fianco. 

- Che fai – disse Michele – questi abiti sono troppo belli, roba di lusso, scarpe di cuoio! E poi il cappello, anche il cappello. E’ un Borsalino. Vado in montagna, mica a sposarmi – scherzò.

- Appunto – disse Luca – vai in montagna, a combattere, per l’Italia e per tutti noi.  Non ci vorrai andare come un mendicante? Devi andarci vestito bene, come si va  a una festa. 



***


- Maledetta guerra - rimuginava tra se e se Luca mentre il camion arrancava su per la salita.  Aveva addosso una divisa di panno scuro, gli scarponi ai piedi e tra le mani un moschetto. Era autunno, e il tempo non prometteva niente di buono. Di fianco a lui altri uomini in divisa come la sua, gli sguardi fissi, silenziosi.  Aveva  la gola serrata e una leggera nausea che gli impediva di respirare bene.  - E’ il fumo di scarico- pensava, mentre giocherellava con il suo moschetto. 

- Che ci faccio qui - si diceva – a caccia di “ribelli”.  Ogni tanto guardava sconfortato il paesaggio intorno: case crollate, buchi per terra, alberi bruciati. 

Improvvisa, come una bestemmia, a squarciare il silenzio, giunse la raffica.  Fu come uno schiaffo violento in pieno viso. 

- Giù dal camion! – qualcuno gridò, mentre tutto intorno esplodevano i colpi. Si gettarono a terra riparandosi dietro il cassone, mentre dall’alto li tenevano sotto tiro. I minuti passavano senza che si potesse distinguere con precisione dove fossero gli assalitori, protetti dagli alberi e dal fogliame. La situazione era disperata, quando a valle, all’imbocco della strada, apparve una colonna. Erano camion tedeschi, protetti dai blindati. Avevano armi pesanti. In pochi minuti raggiunsero gli assaliti. Cominciarono a sparare verso la cima, dove si nascondevano gli assalitori. Raffiche di mitragliatrice e colpi di cannoncino da 105.  In breve, dall’alto non arrivarono più colpi. Cominciò il contrattacco. Violento, inesorabile, spietato. Ogni tanto qualche partigiano in fuga avvistato tra le foglie, veniva falciato senza pietà. Luca restava nella retroguardia, assieme ai suoi compagni. Il lavoro sporco lo facevano i tedeschi, meglio armati e più determinati. Avanzarono per quasi un’ora, ricacciando indietro i sopravvissuti, finché arrivarono a uno spiazzo, sulla sommità della montagna. C’era un vecchio casolare di mattoni e pietra, con il tetto sfondato e le finestre senza vetri. Doveva essere stato, un tempo,  una stalla per il riparo delle mucche durante l’alpeggio. Quel giorno serviva da rifugio ad un gruppo di uomini che si preparavano ad opporre resistenza a un nemico che li sovrastava.  Li circondarono e li sommersero in un diluvio di fuoco. Colpi di cannone, raffiche di mitragliatrice e bombe a mano.  Dall’interno qualche colpo, via, via sempre più raro. Poi fu silenzio. Irreale, più assordante ancora delle esplosioni. Poco a poco i tedeschi si avvicinarono con circospezione a quel che restava del casolare seguiti dagli italiani. Entrarono. Pure Luca si spinse oltre la soglia, anche se avrebbe voluto scappare via. Il fumo acre della polvere da sparo gli bruciava gli occhi e gli toglieva il fiato. Si aggirò tra quei poveri corpi, mentre dentro di se qualcosa si spezzava, irreparabilmente. All’improvviso lo vide, in un angolo, per terra. Era un po’ sgualcito e impolverato, ma non c’era alcun dubbio, era un cappello. Un cappello di feltro grigio, con una  fascia di raso scuro e una piccola piuma sul fianco.



© Enzo Macrì, 2007



Tratto da:
Borsalino, un diavolo per cappello

a cura di Angelo Marenzana

Robin Editore
In vendita in libreria
pp.240 - €. 10


Il libro,  raccoglie i racconti di 17 scrittori. Dietro, anzi sotto, ogni Borsalino c’è una storia. Storie avvincenti, storie crudeli, storie d’amore. Drammi piccoli e grandi. Guerre, rivolte. Storie di speranza. E di erotismo. Atmosfere magiche, fantastiche, a volte torbide. Storie di uomini, di ruoli sociali ben precisi, di ambienti, di atteggiamenti. Gli autori qui raccolti hanno voluto a modo loro ricostruire l’atmosfera che sfuma attorno a ogni tesa più o meno larga, all’ombra di un modello che aiuta a fissare un’esistenza. Uomini e donne dal Borsalino facile. Poliziotti e gangster, affaristi e magnati d’industria, gigolò, femmes fatales, signore al passeggio, ma anche migranti verso un mondo nuovo carichi di speranze, e operai dalle facce nere e mani callose. Tutte storie narrate con identico sacrificio e con la stessa fantasiosa morbidezza con cui la famiglia Borsalino ha saputo inventare e cucire il suo prodotto.