domenica 19 febbraio 2012

Me lo ricordo, Pietro


L’aula magna della scuola era piena di fumo, l’atmosfera surriscaldata, l’assemblea movimentata, come sempre succedeva in quei giorni. Era, credo, il 1968, o forse il 69, insomma, erano i tempi della contestazione. Gente che urlava e si scalmanava nell’approvare o nel contestare l’oratore di turno, pugni alzati e mani aperte, a irridere gli avversari. Lo vidi fare un intervento,  catturando in breve  l’attenzione generale. Era nuovo della scuola, nessuno lo conosceva e le sue parole sgorgavano precise e chiare. In quel salone pieno di fumo e di calore, riuscì a riportare la discussione su rive più tranquille, dove fu di nuovo possibile confrontarsi e discutere. Quella fu la prima volta che vidi Pietro Cammarata. Cominciammo così  a incontrarci in occasione di riunioni, assemblee o manifestazioni e poco a poco, la nostra comunanza di vedute si trasformò in amicizia. Condividemmo, assieme ad altri compagni, come capitava spesso a quelli della nostra generazione, sere e notti in discussioni interminabili davanti a boccali di birra e a pacchetti di sigarette. C’era qualcosa che bruciava dentro e non si spegneva mai. Si parlava di tutto: di politica e di filosofia, di religione e di eguaglianza sociale. Si doveva cambiare il mondo e dovevamo farlo noi. Era uno sforzo continuo alla ricerca della Verità. Sì, con la “V” maiuscola, naturalmente. Eravamo insaziabili, assetati di vita e di conoscenza. Si viveva ogni giorno come se fosse l’ultimo. C’era sempre da fare e da correre. Ci si incontrava e ci si scontrava senza soluzione di continuità. C’erano volantini da stampare e da distribuire, assemblee a cui partecipare, occupazioni da appoggiare e manifestazioni da preparare. Facevamo  parte di una sorta di magma sempre in movimento, nel quale il pubblico e il privato di ciascuno di noi si confondevano e si mischiavano in un flusso continuo di pensieri, parole e azioni.  Poi, passata la grande bufera, poco alla volta le cose della vita ci hanno portato su strade diverse. Il mondo ahinoi,  non siamo stati capaci di cambiarlo e la Verità, quella  con la V maiuscola, ad un certo punto, abbiamo smesso di cercarla. Oggi Pietro non c’è più, portato via qualche anno fa da una brutta malattia, tuttavia molti lo ricordano ancora, un po’ testardo, con una mai sopita curiosità per le cose del mondo e con una piccola fiammella dentro che ha resistito fino alla fine e sembrava non volersi spegnere mai. Fino all’ultimo ha mantenuto la sua eterna, caparbia voglia di capire,  ponendosi in qualche modo ancora controcorrente. Ci ha lasciato un romanzo: “la moglie di legno” di cui pubblico l’incipit.  Non ha fatto in tempo a rifinirlo, correggerlo, affinarlo, come si fa di solito dopo la prima stesura, tuttavia è un’opera in qualche modo  matura,  carica dei temi a lui cari, con i punti fermi sempre ricorrenti nel suo universo: c’è l’impegno e la lotta, con le scelte terribili di quegli anni. C’è chi ha fatto il salto verso il baratro e chi invece ha saputo resistere nonostante i dubbi. C’è Chiara, la protagonista, chissà, forse alter suo ego, che rifiuta la violenza eppure rimane fedele al suo compagno che aveva fatto un’altra scelta. Chiara ci indica una strada, tra scelte estreme e raziocinio, tra voglia di riscatto e senso di responsabilità. Attraverso di lei, Pietro ci parla di amicizia, di vita e di morte, di ricerca di se stessi. Ciascuno ha un destino segnato, ma ha anche una vita da vivere completamente, senza rassegnazione, cercando, se possibile di mutarne in meglio le regole già scritte.  Assieme agli anni di piombo, sempre sullo sfondo e, forse,  protagonisti veri del romanzo, c’è ancora la poesia e la musica, c’è la partenza e c’è il ritorno. C’è la consapevolezza del tempo che passa e del mondo che cambia, non sempre in meglio. C’è la voglia di costruirsi la vita con le proprie mani e l’ineluttabilità del fato, che in qualche modo ti porta dove forse non vorresti essere. C’è ancora la ricerca delle radici, anche se in fondo le radici vere non sono in un luogo preciso, ma  sono dove si è vissuti, assieme agli amici, assieme ai compagni, in una città che non è fatta solo di muri e di case, ma anche e soprattutto di esseri umani. Persone che abbiamo conosciuto e con le quali abbiamo condiviso le speranze, le lotte e, a volte  le delusioni. Chiara,  nel suo peregrinare tra la Milano dei navigli, l’Alessandria della sua infanzia, e gli altri luoghi in cui il destino la porta, in fondo non cerca mai un posto in cui stare, ma le persone che questi luoghi abitano o hanno abitato. Cerca se stessa. Dalle pagine del romanzo  esce evidente la fatica e allo stesso tempo la voglia di vivere.  E  attraverso  Chiara, la fatica di tutti noi esseri umani, piccoli, a volte meschini, insicuri, eppure sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa di meglio. Non è certo rassegnazione questa. Non sarà il fuoco rivoluzionario del 68, ma è certamente ancora voglia di cambiare, quella voglia mai sopita che Pietro si è portata con se, ovunque sia andato.
                                                                                                                                         Enzo Macrì



La moglie di legno
di Pietro Cammarata

Mi chiamavano  Nuvolari perche' sapevo andare forte in automobile. La sera che Luca si ammazzò  eravamo  al circolo della Soms sui navigli  quando arrivò la notizia dell'incidente. Luca si era schiantato, con la sua Benelli, contro un albero di Viale Abruzzi.  Luca, il povero Luca, che sapeva dipingere solo quadri grigi, ormai non avrebbe più fatto niente, neanche mediocremente, come diceva lui, l'amore. L'America cominciava a bruciare nei suoi colleges ed il futuro si  schiudeva, dall'altra parte del mondo, foriero d'avvenimenti la cui onda lunga ci raggiungeva con i romanzi di Keruack, le poesie di Ginsberg e Ferlinghetti, il Vietnam, oltre i confini del cielo,  
video portato dalla musica di Dylan  anche se allora solo Chiara  aveva intuito che la vita per noi era stata semplice fino a lì, quasi elegante, da studenti della piccola borghesia quali eravamo trasferiti dalla provincia  italiana a Milano  in un ambiente  quasi  da scapigliati e vivevamo il giorno  tra manifestazioni di piazza e la ricerca di un modo di essere e pensare  comune  fuori dagli schemi imposti dal vivere in un sistema  capitalista e, come portato dalla morte di Luca, quasi  un senso  vago, di cose vissute  che finiscono per dare spazio a quelle  nuove che stanno per arrivare. Aleggiava  ora su di noi  appoggiati  pigramente  a   quei  tavoli  intenti solo a piegare  e ripiegare in silenzio  gli angoli delle  tovagliette  di rossa, orribile, plastica quadrettata, quasi prigionieri di quel "cric croc" che, in quel silenzio irreale, usciva dalle dita e sembrava avvolgere tutto. Come in un muto accordo evitavamo di guardare il suo posto vuoto al nostro tavolo sapendo, nel cuore e nel cervello, che la prossima pioggia non l'avrebbe  più bagnato, sotto due metri di terra,  ma solo imputridito. Parlavamo di Luca,  nelle  stanze del circolo degli operai, tra bottiglie di vino e vecchi che giocavano a tressette ed il battere per loro le carte sul tavolo, nell'accusare il punto, era come dare uno schiaffo all' esistenza, quasi fosse la  rivincita  di una partita con la vita   ormai persa che li aveva  sfruttati e  battuti, che aveva rubato   loro tutti   i sogni . Dalle pareti le foto di  Di Vittorio e Lenin  guardavano severe   come a cercare ancora il suo volto in mezzo ai nostri .  Il volere Luca vivo faceva  parte, quasi  fosse già l' anniversario della sua morte, di una celebrazione collettiva, una liturgia, come se avessimo consciamente   voluto  fissare  nella memoria  che ancora era  vivo tra la copia del Quarto Stato, quasi che il suo volto si nascondesse in quel quadro, tra quelle facce  delle quali tante volte  aveva ipotizzato i pensieri guardando quei  contadini così coraggiosi e così falsi nello stesso tempo, ed  il fiume che scorreva lento pochi metri là fuori, lungo la Ripa di Porta Ticinese, e  sembrava   aspettarlo lì  con il suo cavalletto, la tela ed i  pennelli secchi del grigio di una Milano non ancora da bere. La consapevolezza della sua morte era vissuta,in quella stanza ancora piena di lui, come fosse insetto fastidioso che ti corre sul braccio e che mandi via con un gesto secco della mano  per poter tornare a pensarlo vivo ed in attesa di noi come  nel tempo in cui lo andavamo a trovare sul fiume, sotto gli archi della Martesana, per curiosare  tra i suoi quadri  per poi ridere di lui nel chiamarlo Van Gogh, ancora una volta insieme, per cambiare  un mondo che volevamo solo più giusto di come ce lo avevano dato.

> Cazzo che sfiga  di merda… Le parole di  Elena mi sorpresero alle spalle mentre guardavo, appoggiato al muretto, il canalone dell'Alzaia, facendo indugiare   lo sguardo tra piccole chiatte  che sfilavano lente  e gente colorata che si muoveva li sotto e che guardava ogni tanto il cielo come se fosse  in attesa di  buone notizie .
>Ma  sei proprio sicura che sia stata una fine del cazzo? Per me, se avesse potuto scegliere, sarebbe stato contento di morire così. Luca,  ogni volta che saliva in moto, sapeva che il  tempo, come l'aveva vissuto fino a quel momento, non gli sarebbe più  appartenuto.
>Le tue solite stronzate Nuvolari… Luca  aveva solo ventidue   anni.  La sua sfiga e' stata  quella di  vivere qui, in una Milano troppo simile all'America con i suoi vialoni fatti per  correre di notte a fari spenti sfidando ogni volta la morte per sentirsi vivo.  Come fosse una scommessa  con il mito di  James Dean che ti attende in agguato tutte le volte che sei sulla  moto e devi dimostrare a te stesso ed agli altri che ti guardano  che saresti dovuto  nascere almeno a Detroit per sentirti "on the road" e che la cicogna era bevuta quando lo ha  scaricato  a Lorenteggio. Se fosse vissuto a Canicattì   Luca  non sarebbe morto così.
>Se parli così e' purché ti sei   fatta una canna…
>Se  rispondi così  e' perché sei solo scemo.

Ora il fiume sotto di noi passava lento come il tempo vissuto in una prigione e le persone che lo  guardavano, fermandosi un attimo nel passare, c'impedivano di vedere l'orizzonte, oltre la Moscova, come fossero montagne da tutte le parti.
>Sai Nuvolari…. Io sono contenta di vivere a Milano, proseguì Elena, di esserci nata anche se ci sono ormai  troppi carabinieri e celerini.
Amo aspettare  carnevale e  festeggiarlo qui quando tutte le altre città sono in quaresima. Milano e' unica e sono da sempre convinta che, quando passa Natale, ci rimanga male .
>Sbagli.  Milano e'  solo un buco con la gente che gli  cammina intorno e che ci  finirà dentro  con troppi bastardi padroni e politici che decidono per lei per essere, in qualche modo, libera di ritrovarsi almeno nei suoi angoli nascosti. Imploderà su se stessa come una stella  schiacciata dal peso del suo mito. Sicuramente a Canicattì,vedendo solo aranceti, qualcuno può desiderare di  vivere  qui : io   che ci sono nato no.  Quando prendo il treno in Centrale,  Milano  mi manca solo fino a Lambrate… poi sono felice  di andarmene .Tu invece vai in stazione senza un viaggio da fare solo per vedere gli altri   partire, per il gusto di sentirla più tua man mano che i treni se ne vanno carichi di gente  . E' come se chi parte   lasciasse il suo  pezzo di Milano, che ha dentro, parcheggiato  sul binario,  nell'attesa del ritorno. E tu lì a prenderlo. Sei  una ladra di ricordi.

Era semplicemente impossibile che qualcuno di noi cinque, ora che Luca era morto, potesse tranquillamente parlare con solo uno di noi alla volta. Magicamente apparivano gli altri, a volte tutti insieme, a volte alla spicciolata, a volte con altri compagni: cercavamo di stare sempre insieme e dividerci il giorno.

......

Incipit del libro  
"La moglie di legno" 
di Pietro Cammarata
Otma Edizioni
Disponibili ancora alcune copie in libreria

domenica 5 febbraio 2012

L'attesa


di Enzo Macrì

Le dieci di sera. La luce fioca di una lampada da tavolo da’ alla stanza una penombra ovattata. Silenzio. Si ode solo il tic tac della pendola in corridoio. L’ uomo alla finestra sposta la tenda e guarda in strada. Nessuno.
Una sottile inquietudine gli serra il petto.  Fissa un punto lontano.  C’è un bambino, là in fondo. Un bambino di tanti anni fa.
Un cortile assolato, una palla contro il muro. Gli amici che non arrivano. La mamma che chiama.
            – Leooo! Vieni in casa, Leooo! Cosa fai in cortile tutto solo? Tanto ormai i tuoi amichetti non vengono più!
Chiude la tenda, si volta,  va’ alla scrivania e accende il computer.
Nello schermo ancora buio,  un ragazzo in pantaloncini corti e maglietta é seduto su una panchina in un campo di calcio. Aspetta. Forse l’allenatore lo chiamerà e lo farà giocare. Ma non lo chiama e lui aspetta. Paziente.
Lo schermo si accende. Videate di routine. Un ragazzo, in inverno, con il bavero alzato cammina avanti e indietro aspettando una ragazza che non arriva. Guarda a destra, a sinistra. Aspetta. Paziente.
L’orologio in corridoio batte le undici.  Apre la posta elettronica. Nessun messaggio.
Un giovane in divisa attende il suo turno per il rancio. In fila, ordinato, in silenzio.
Torna alla finestra. Sposta la tenda e guarda ancora la strada.
Non è più in divisa,  scrive lettere, tante lettere: domande di assunzione, iscrizioni a concorsi, test di ammissione. Scrive, scrive e aspetta le risposte.
In strada nessuno.
Chiude la tenda. Il silenzio è pesante. Va’ allo stereo, prende un cd e lo fa suonare. La voce che esce è calda e avvolgente.

video



It's four in the morning, the end of December
I'm writing you now just to see if you're better

….


Torna al computer, riapre la posta e comincia a scrivere.
- Caro amico, scusa se ti scrivo, lo so che non dovrei farlo, ma non posso farne a meno. Lei è lì con te? Ma perché lo chiedo, lo so che è con te. L’altro giorno è tornata con una luce negli occhi che non le avevo mai visto. Le hai offerto una parte della tua vita e lei l’ha presa. Non te ne voglio. Lei è così bella e tu  sembravi così solo e indifeso. Credo di averti perdonato. Ma ora falla tornare. Questa notte, subito. L’aspetterò sveglio. Quando arriverà non le dirò nulla. Mi basterà parlarle, vederla, sentirla vicino….
La pendola batte mezzanotte.
Rimane per un lungo istante con il dito alzato sulla tastiera, mentre vede se stesso vestito da sposo, davanti alla chiesa. Le campane suonano, i bambini corrono, la gente applaude, sul sagrato. Lui,  con i fiori in mano, aspetta.
Il dito scende e preme “invio”.
Sposta la tastiera, apre un cassetto e ne estrae un album di fotografie. Lo sfoglia lentamente, fermandosi a ogni pagina.
Il tempo passa, la pendola batte le ore.  E lui aspetta.
- Ho passato la vita ad aspettare – pensa - Il mondo mi è girato intorno, gli anni sono trascorsi. Quante  vite si sono incrociate con la mia e io, sempre ad aspettare.
Il lavoro, la casa, un po’ di tv, qualche gita alla domenica. Unico sprazzo di luce, lei.
Guarda le foto. I momenti passati insieme. Il mare, la montagna, quella volta a Natale… Le immagini di una vita. Ricordi un po’ sbiaditi, un velo di tristezza.

Sono le tre.
- Finalmente sente girare la chiave nella toppa della serratura. Lei entra, più bella che mai. Lo guarda, senza parlare. Si abbracciano.

-         Perché? – sussurra lui.
-         Perché! Forse non c’è un perché. E’ successo.
-         Ma io ti amo.
-         Anche io ti amo. Quello che è accaduto, in fondo, non è così importante, ma…abbiamo una vita così piatta, con i giorni tutti uguali. Forse volevo solo evadere dalla monotonia della quotidianità.
-         Ma io ti amo.
-         Si, lo so, ma tu…sei sempre così…, preciso, tranquillo. Tu aspetti sempre. Sei come quell’uomo che ha passato la vita sotto un albero carico di frutti pensando come sarebbe stato bello poterli mangiare. Li desiderava, ma non provava mai a raccoglierli, credendo di non poterci arrivare. Quando,  ormai vecchio, alzò una mano, li prese con facilità. Ma era ormai troppo tardi. Di lì a poco, morì, rimpiangendo fino alla fine i frutti non raccolti.
-         Che c’entra adesso questo discorso?
-         Tu sei come quel vecchio. Aspetti sempre che succeda qualcosa e non ti accorgi di ciò che ti gira intorno. Forse mi ero  stancata di questa situazione, forse volevo di più. Qualcosa doveva accadere.
-         Ed è accaduto….
Cala il silenzio. Insopportabile. Mentre lei lentamente si spoglia, lui va  allo stereo e mette un altro disco. La musica avvolge la stanza, la voce del cantante taglia l’aria come un rasoio.
video 
I stepped into an avalanche,
It covered up my soul…

La guarda, mentre appoggia gli indumenti sullo schienale del divano. Le sue curve sinuose gli scaldano il cuore, come sempre. Le si avvicina, la accarezza dolcemente mentre un velo di tristezza gli attraversa il viso. Lei sorride, con una piega amara ai lati della bocca. Non sente quasi dolore, mentre la lama le entra nel fianco cercandole la carne. Solo sorpresa. Poi buio.
Lui va al telefono, alza la cornetta e compone il numero. Poche parole, asciutte, incolori. Poi si siede, lo sguardo fisso su un punto nel muro. Aspetta. Questa volta l’attesa sarà  breve.



© Enzo Macrì, 2007



Tratto dal libro
Colpi di testa
Ed. NOBUS