domenica 25 marzo 2012

Il mare

di Anna Zucca


Com’è bello vivere al mare!
Io ho la fortuna di vivere in una città di mare. Al mattino, appena apro gli occhi, non vedo l’ora di buttarmi giù dal letto e precipitarmi là, in riva al mare, e vedere com’è…
Mi lavo la faccia in un attimo, lasciando l’asciugamano spiegazzato sul cesto della biancheria, afferro lo zaino e scappo via. Mi scapicollo giù per le scale, e mentre scendo sento la mamma che urla: la colazione!
Giù in strada corro per venti metri, fino al punto in cui il vicolo si congiunge al lungomare. E mentre avanzo veloce cerco già di vedere com’è il mare..
Oggi è nuvolo, il cielo è di piombo, e come mi aspettavo le acque sono scure e opache, mosse e increspate; tra poco si alzeranno onde alte e violente. Guardo fin dove finisce l’erba, dove si spinge il mare…Qui non c’è sabbia, e ci sono pochi scogli, si passa dal prato all’acqua salata.. Arrivano gli spruzzi. Il mare è bello anche così. E’ bello sempre.
Mi siedo sull’erba umida. E’ presto, posso stare a guardare le barche che passano. Ecco al largo la nave che ha salvato la piccola Sara, c’è tutti i giorni, con ogni tempo. Ecco un motoscafo imprudente che fa ritorno in tutta fretta al porticciolo. Non c’è oggi la canoa con il ragazzo e il papà, che sfreccia  veloce quando il mare è piatto.
In questa stagione le acque sono quasi sempre calme. Tutti i giorni mi siedo qualche minuto qui ad osservare l’orizzonte, pensando: chissà dove finisce il mare… E’ il momento più bello della giornata. Poi mi avvio a scuola, costeggiando le aiuole verdi, guardando in giro.
Sembra non succeda mai niente qui, ma non è vero. La storia di Sara è nota, è una bella storia, ma ce ne sono altre. Un giorno la cagnolina nera, Luna, si è addentrata in acqua vedendo qualcosa di colorato galleggiare, e poi ha avuto paura, non sapeva tornare, aveva paura delle barche: e io, che del mare non ho paura, sono corso a salvarla. Tutte le mattine mi fermo a sentire le novità dal marinaio che ripara le reti. Mi fermo poi dal panettiere a prendere la focaccia, specialità di questi posti di mare.
Passo davanti alla chiesa: forse questa è l’unica chiesa che si affaccia direttamente sul mare, enorme imponente chiesa gotica. E il fatto che il mare sia calmo o tumultuoso, azzurro o grigio, deserto o affollato di barche, dà un senso diverso alle preghiere e ai canti. Ospita un dio ora dolce e comprensivo ora arrabbiato con gli uomini, ora allegro per il buon operato dei suoi figli ora triste e sconsolato per  i loro peccati. E non sapete che paura fa questa enorme chiesa quando le onde nere, alte e rumorose, sembrano alzarsi fino alle guglie, per frangersi poi ai suoi piedi, fino a sommergere la scalinata! Sono braccia e pugni sollevati al cielo da un dio cattivo. Un dio forte e muscoloso: volto teso e severo, braccia possenti, grandi mani. La delusione per una debolezza umana diventa rabbia, ira. Mi sembra strano che Dio si arrabbi così: forse non è Dio, è Nettuno.
Ai miei genitori non piace il mare, non so perché, e non vogliono che ne parli. Mia madre dice che le mie sono fantasie, che qui non c’è il mare, che al mattino costeggio nient’altro che una strada trafficata. Che il vecchietto non ripara le reti, è un calzolaio. Che non esiste nessuna canoa, quel che posso aver visto è un tandem, una bici a due posti con il papà e il bambino, che passa di lì ogni mattina. Che Sara esiste sì, ma non è stata salvata da un marinaio, ma da un operaio dell’amiu, che l’ha poi adottata. E il ragazzo trovato esamine in riva al mare non era uno straniero in fuga dal suo paese su un barcone, ma un tossico qualunque. E non c’è Nettuno sulla facciata della chiesa: nessun dio è rappresentato, ha guardato bene….Ed è pericoloso stare in giro quando è buio, c’è brutta gente in giro…E non devo raccontare del mare a tutti perché potrebbero ridere di me.  E non posso inventarmi il mondo: il mondo è questo: un nastro grigio, macchine e persone che corrono indifferenti e frettolose . E non devo diventare  come lo scrittore sotto casa, uno che si inventa la vita… La mamma sembra non  riuscire più a fermarsi quando fa questi discorsi. E quasi quasi si mette e piangere. Così non le parlo più del mare. Ma nei miei giochi in strada continuo a cercare messaggi di naufraghi nelle bottiglie e conchiglie contenenti perle preziose…  
Il tempo per fortuna si è aggiustato, e si è fatta una bella giornata. I pescatori scaricano le casse, è stata una pesca abbondante;  sono allegri, ridono e scherzano. Nettuno è tranquillo al suo posto sulla facciata della chiesa. I ragazzi si baciano.

Il mio sogno è sempre stato trovare una sirena in riva al mare. Ieri sera è successo. Non lo dirò a casa, non lo dirò a nessuno.
Aveva  un bel viso, capelli lunghissimi, occhi chiusi. L’ho trovata coricata sull’erba, vicino all’acqua. Indossava un vestito scollato, sembrava un abito da sera, tutto di scaglie verdi e argentate, lungo fino ai piedi. Fino a dove avrebbero dovuto esserci i piedi e non c’erano. Pensavo alla fiaba, a chi avrebbe salvato la sirena, ma non c’era nessuno in giro. Ho alzato gli occhi a Nettuno per vedere se aveva suggerimenti sul da farsi, ma sembrava inespressivo, anzi forse un po’ contrariato. Avrei voluto baciarla per risvegliarla, ma sono solo un bambino, non avrebbe funzionato. Poi il bacio rianima biancaneve e la bella addormentata, ma non la sirenetta, non mi pare. Mentre ci pensavo si è risvegliata. Ha sbattuto le ciglia come nelle fiabe, ha aperto gli occhi, si è alzata. Mi ha visto e, cosa incredibile, mi ha sorriso. Si è sistemata l’abito alla bell’e meglio e si è allontanata con passo ondeggiante, in equilibrio precario sulle pinne argentate come fosse stata un po’… insomma, un po’ sbronza. Piccola bella dolce elegante sirena ubriaca... Non ha parlato, una sirena non sa parlare. Ma mi ha mandato un bacio, appoggiando una mano sulle labbra. Chissà dov’era diretta. L’ho seguita con gli occhi mentre si immergeva lentamente nell’acqua grigia, scomparendo nel profondo.
Tornerà. Tutti i giorni passo di qui e controllo se ci sono messaggi nelle bottiglie che il mare porta. Hanno odore di birra salata. Le etichette parlano di lei, ma non danno indicazioni precise sul suo ritorno: passione autentica, sogno infinito. Cerveza, Ceres, cosa vorrà dire…
Guardo le barche che passano, cerco i pescatori per sentire le ultime novità, saluto le persone che portano a spasso il cane sul lungomare.
Lei tornerà un giorno, e allora io sarò grande. Quel giorno non ci sarà tempesta, l’acqua sarà calma, limpida e azzurra, e Nettuno se ne starà buono e zitto.
Non sono triste. La aspetto. Solo vorrei poter parlare di lei e di tutte le cose meravigliose che avvengono qui. Vorrei parlarne con tutti quelli che conosco e con quelli che non conosco. Perché sappiano com’è bello vivere ad Alessandria, città di mare.


Altri racconti di Anna Zucca sul blog:

martedì 6 marzo 2012

Il bianco e il nero

di Enzo Macrì


L’acqua cadeva a catinelle e le strade erano un fiume in piena. Il cielo era in tumulto, come la mia anima. La mia ragazza mi aveva dato il benservito e se ne era andata. Cinque anni finiti in un attimo e le sue parole che bruciavano come uno schiaffo.
- Non mi diverto più - mi aveva detto - sei troppo prevedibile, troppo banale, non ha più senso continuare un rapporto così. Voglio altro, voglio emozioni, voglio vita.
Mi aveva girato le spalle come fossi stato nessuno e se ne era andata.  Maledizione, cinque anni della mia vita e tutto era finito così, in un attimo, in fondo senza un vero perché. Cinque anni nei quali avevo investito tutto me stesso, nei quali pensavo di avere trovato l’amore, quello vero, quello che è per sempre. Ma mi ero crogiolato nell’idea che fosse per sempre, mi faceva comodo pensarlo, mi ero illuso. Cinque anni con una persona di cui mi accorgevo all’improvviso di non sapere niente. Cinque anni di abitudine, routine e a pensarci bene,  cinque anni di noia.  E alla fine non mi restava nulla,  se non l’orgoglio ferito, un grande vuoto  dentro e il freddo nelle ossa. E pioveva, come se non avesse piovuto mai. L’acqua che mi scorreva addosso sembrava una lunga, interminabile lacrima di un pianto disperato, come se il tempo capisse e piangesse per me, che non ne ero capace.  Camminavo a testa bassa, senza sapere bene dove andare, inebetito dal mio nuovo stato. Ero solo, ma non ero "preparato" e la cosa mi  atterriva. Camminavo senza meta, facendo un passo dopo l’altro tra rigagnoli e pozzanghere con i piedi bagnati, l’animo a pezzi e  tutta l’acqua del mondo non sarebbe bastata a lavare i miei pensieri. All’improvviso, sopra lo scroscio monotono della pioggia mi parve di sentire una musica e un mormorio indistinto. Vidi il fascio di luce del bar dal quale provenivano i suoni. In fondo perché no, pensai, piove a dirotto, sono bagnato fradicio e non so da quanto tempo sto camminando, qualcosa di forte non può farmi che bene. Entrai. Mi accolse un caldo ovattato, una sensazione buona, di asciutto tepore. Le luci erano basse e infondevano all’ambiente una penombra rossiccia. Qualche coppia ai tavolini, gli altoparlanti diffondevano una bella musica, il banco del bar era ben fornito. Sembrava un buon posto per starsene un po’ in pace e continuare a rimuginare con un bicchiere davanti e i piedi all’asciutto.  Presi  uno sgabello, appoggiai i gomiti al bancone e ordinai un whisky. Come nei film, pensai, portandomi il bicchiere alla bocca. Accesi una sigaretta e nessuno mi disse di spegnerla. Rimasi lì a fissare un punto imprecisato del bancone, bevendo whisky e fumando sigarette per un tempo indefinito. Ero come in un limbo, estraneo a tutto ciò che mi circondava. Finché una voce al mio fianco non mi scosse dal torpore.
- Che fai, bevi da solo?
Voltai il capo lentamente e la vidi. Fu come una scossa. Era bella, ma non fu la sua bellezza che mi colpì. C’era qualcos’altro, qualcosa di particolare in lei. Gli occhi, forse, leggermente a mandorla, come hanno gli orientali, o lo sguardo, che penetrava  come per frugarti dentro, o quel sorriso, appena accennato, un po’ beffardo, o il modo di parlare, con quella voce un po’ roca, che ti metteva il brivido. Rimasi lì, come un cretino, con la bocca aperta e il bicchiere a mezz’aria senza riuscire a pronunciare una parola.
- Che c’è, hai visto un fantasma? -  disse.
- No, no… E’ che …ero qui da solo… sembravo proprio un cretino, incapace di mettere insieme due parole di senso compiuto.
- Beh, lo vedo che sei solo – disse lei – non vuoi che ti faccia un po’ di compagnia?
Avrei potuto dirle no, oppure avrei potuto dirle si. Ma non lo feci. E’ proprio un film, pensai, incapace di rispondere e di reagire in un modo qualunque.
Lei prese uno sgabello e si sedette accanto a me, sfiorandomi il fianco. Sentii come una scossa.
- Hai litigato col mondo? - chiese, con un sorriso.
- No, è che…mi va di star da solo – mentii.
- Nessuno dovrebbe stare solo in una sera come questa – proseguì.
- Ho i miei problemi
-E chi non ne ha!
Prese da bere e cominciò a parlare, calma, serena. Più parlava e più ero affascinato, non potevo staccare gli occhi da lei. Non avevo mai provato nulla di simile.  Il tempo passava e poco alla volta mi sciolsi e cominciai a raccontare anche io. Mi aprii senza riserve, come si fa con  una vecchia amica. Sentivo il calore della sua pelle, il profumo sottile che ne emanava, guardavo il suo viso e ne vedevo trasparire l’empatia.  Era come se l’avessi sempre conosciuta. Passò il tempo e passarono i bicchieri, le parole scorrevano fluide, così come i pensieri. Non c’era più tristezza, in me, non c’era rabbia, né rimpianto per gli anni gettati al vento. C’era solo quel momento e quel posto, c’era solo il banco del bar, la musica e le luci soffuse. C’era solo lei.
- Non piove più – disse a un certo punto – che dici, ce ne andiamo?
- Andiamo – risposi, senza chiedere dove, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Per la strada deserta camminammo lentamente, in silenzio, ascoltando il rumore dei nostri passi. Lei mi prese il braccio e si strinse a me, come se fosse un’abitudine. Mi sentivo leggero, forte, sicuro. Arrivammo a casa sua, un piccolo alloggio in un grande condominio, modesto, ma ben arredato. Mi prese il giaccone ancora umido di pioggia e lo appese all’attaccapanni.
- Mettiti comodo - mi disse, mentre anche lei  si toglieva il soprabito.
Mi misi comodo e cominciai a guardare intorno. Qualche bel poster alle pareti, il divano davanti alla tv, uno scaffale con i libri e qualche cd sparso qua e la. Nulla di eccezionale, una casa come tante, ma calda e accogliente. Una casa vissuta, pensai.
Tornai a lei con lo sguardo e fu come un colpo alla bocca dello stomaco che mi lasciò senza fiato per qualche secondo. Era bellissima. Sopra ai jeans attillati indossava un corpetto damascato di straordinaria fattura. Sembrava di seta. La parte destra era bianca e la parte sinistra era nera. Strano, ma affascinante. Aderiva al suo corpo in modo perfetto evidenziandole il profilo. I seni, esuberanti, pareva volessero uscire dalla scollatura. Ero turbato. Cosa mi stava succedendo?
Mi venne vicino e mi accarezzò i capelli guardandomi fisso negli occhi. Le misi le mani sui fianchi e sentii come un brivido. La seta del corpetto mi dava una sensazione mai provata.
- Strano questo corpetto – le dissi – di due colori così netti, metà bianco e metà nero. Molto bello, ti sta molto bene, ma… è strano.
- Lo amo molto – rispose – ma non lo indosso spesso.  Questa sera sentivo che era la sera giusta, l’ho messo per te.
- Sei proprio  strana – le dissi – come il tuo corpetto.
- Che c’è di strano? Bianco e nero, Yin  e Yang, il giorno e la notte, l’uomo e la donna. La vita, in fondo.
Mi prese la testa tra le mani e mi baciò. Sentii una vampa percorrermi tutto il corpo. Risposi al bacio con una passione che mi era sconosciuta. Non avevo mai provato nulla di simile. Ci abbracciammo furenti facendoci scivolare sul divano. Lei mi tolse la maglia e la camicia, lasciandomi a torso nudo. Poi si voltò di schiena.
- Aiutami a togliere il corpetto – disse.
Cominciai a slegare i lacci che lo chiudevano.  Il fruscio della seta e il calore della pelle mi eccitavano facendomi tremare le dita. Poi si girò verso di me, mostrando i seni nudi. La abbracciai, la baciai, la strinsi a me in un crescendo di emozioni. Ero perso, completamente perso in un labirinto inestricabile di sensazioni mai provate. La mia mano scese ad aprire la cerniera dei suoi jeans. Con le dita alzai l’elastico delle mutandine, spingendomi più in giù. Fu come una scossa elettrica che mi colpì all’improvviso. Quello che trovai era assolutamente inaspettato. Mi staccai, turbato e sorpreso. Lei mi guardò con un sorriso triste.

-  Che c’è, non ti piaccio più?
-  Mi hai ingannato... tu non sei...
- Ingannato? Io non ti ho detto nulla.
- Ecco, appunto, non mi hai detto nulla...
- Che cosa avrei dovuto dirti? Che non ero una donna? Che non ero un uomo? Che cosa?...
- Mi hai abbordato, cazzo, me ne stavo per i fatti miei e tu mi hai abbordato!  dissi pieno di rabbia, ma mentre lo dicevo sentivo già tutta l’assurdità di quelle parole. Mi aveva salvato, non mi aveva abbordato! Dalla disperazione in cui mi trovavo solo poche ore prima, mi aveva riportato alla vita. Ero ingiusto e lo sapevo. Voltò la testa dell’altra parte e non rispose, ma una lacrima le scendeva sulla guancia.
Tacqui, mentre la guardavo piangere in silenzio. Poco a poco la rabbia svanì. Le accarezzai i capelli e la strinsi a me, dolcemente. Non parlammo più per molto tempo. A terra, stropicciato ai piedi del divano c’era il corpetto di seta.   Bianco e nero, lo Yin e lo Yang , l’uomo e la donna. La vita, in fondo.

video


© Enzo Macrì, 2011


Tratto dal volume
TRAME FANTASTICHE
Delmiglio Editore
Disponibile in libreria