mercoledì 25 aprile 2012

Bocca di rosa


di Rossana Massa


Ancora alla fine degli Anni Settanta, per le colleghe seriose, insegnanti elementari, a loro volta formate dalle suore, la bellezza esteriore esaltata dalla vanità, era un po’ demoniaca. “ Chi si guarda spesso allo specchio, vede il Diavolo!”, sosteneva una collega anziana nel redarguire una giovane supplente assai carina. “ Signora, non è poi così brutta come crede!”, rispondeva la sfrontata, riponendo lo specchietto in borsetta. “ Si guardi quanto le pare e non pensi a quel che vede, non si butti giù!” e rincarava la dose, mentre quella, in palandrana nera, correva a chiudersi in aula, dove l’aspettavano dei malcapitati. Il camice nero non mi piaceva, l’avevo comprato azzurro scuro, così sembravo la commessa d’una drogheria. Il grembiule nero, portato con nonchalance alle superiori, per obbligo, aperto su una gonna microscopica, con le mani sempre in tasca fino a sfondarla, si presentava quale strumento indispensabile anche del mio lavoro: la divisa scolastica. A me non incuteva riverenza, non mi dava l’aria da “Signora maestra”. Ero giovane, entrata di ruolo nel giro d’un concorso, senza un giorno di supplenza alle spalle, a disagio dietro alla cattedra alla quale ero stata davanti fino a poco prima. E poi il camice nero mi ricordava Giuanen il vinaio sotto casa, che ne portava uno lunghissimo che me lo faceva rispettare moltissimo, cosa che stupiva mia madre, finché non scoprì che io, bambina, ero convinta che fosse…un prete. Da allora lo chiamammo tra noi, nel lessico familiare, Don Quartino o Padre Cicchetto, a seconda dell’ispirazione. Così che le colleghe impettite, in divisa nera e capelli raccolti con forcine grosse un dito, che ricordavano il forchettone per saggiare la cottura del pollo arrosto, me le vedevo più con il fiasco in mano che con il gesso, per una curiosa, ma inevitabile associazione d’idee. Anche alla santa messa il sacerdote, col calice in mano, mi faceva uno strano “effetto Giuanen” che, da bambina, faticavo a scacciare, dopo la scoperta che il mio prete preferito era invece un commerciante come tanti. Allo specchio io vedevo soltanto accenni di occhiaie al mattino, se alla sera avevo fatto tardi, frullavo via come un passero al lavoro, pensando che l’aria da convento, che si respirava nel mio ambiente di lavoro, poco mi si addiceva, ma molto mi rasserenava. Ora tornerei addirittura al grembiule, con l’età comincio a rivalutare positivamente il rituale dell’indossare un ruolo, perché l’insegnamento come la medicina o la giustizia richiede spesso un distacco da sé per essere onorato. Anche se la gente considera chi insegna un “Giuanen”. Il Giovannino di fiabesca ispirazione : stupido. Con la bellezza il rapporto è sempre stato intenso. A casa mia il mondo era diviso, per mia madre, tra belli e brutti. La bilancia era severissima, perché la bellezza era la sua qualità preferita, tanto da diventar virtù. Era innamorata di ciò che era bello tanto da considerarlo ovviamente buono, perché ciò che splende all’esterno non può che essere illuminato dall’interno. Ciò mi causava un insopprimibile anelito alla bellezza e , nel contempo, un vago senso d’inferiorità quando m’allontanavo dai modelli prescelti, sempre meno vago col passare degli anni e lo sfior d’la blessa ad l’asu. Quando la “signora dalle mille parrucche” venne ad abitare nella casa vicina, non faticammo a capirne l’attività svolta. Entrata indipendente, piano terra…aspetto seducente alla sera quanto fiacco e dimesso di giorno. Mia madre la squadrò: non bella, sentenziò, per cui destinata a morir di fame, considerata la libera professione che aveva scelto. Sottovalutava tuttavia la fame dell’utenza, sulla quale bocca buona è bene stender un velo pietoso, anche se con un certo disgusto, che mi deriverà dal casto mestiere che mi è capitato…L’inquietante presenza, a dispetto delle brave signore del rione, pareva invece essersi ben stabilita. Gli affari andavano bene, le gambotte trottavano leste sotto una testa bionda, rossa, castana, bruna…Le brave donne dell’isolato, alla sera, spiavano tra i gerani la buona donna e commentavano; di giorno s’interrogavano su quali provvedimenti prendere nei confronti dell’indesiderata vicina.Le brave donne, sofferenti d’insonnia, contavano gli avventori e disputavano, il giorno dopo, dal salumiere, sul numero degli uomini visti, accusandosi a vicenda d’imprecisione nel tenere i conti. Intanto si prodigavano per farla cacciar via, coinvolgendo riluttanti mariti, rivolgendosi al titubante parroco ( nera, ma la buona donna era pur sempre pecorella di dio), tirando di mezzo le forze dell’ordine e mettendo in croce il padrone dell’alloggio affittato alla prostituta.Noi ragazze venivamo invitate a non sostare sotto casa la sera e salutare i morsetti con molta fretta, per non dare adito ad equivoci e non “rimorchiare” involontariamente i clienti destinati alla vicina di portone.Ubbidivo, ma mi nascondevo nell’androne di casa per spiare dietro il portone le mosse del fidanzatino per vedere se per caso non s’infilasse nella “porta accanto” completando la serata in modo poco romantico ma più proficuo che con me.La guardavo: assorta, seria senza stucchevoli frivolezze, prestarsi all’andirivieni con un rigore da professionista. Non sorrideva mai, neppure di giorno, non era sfrontata, non assumeva nessun piglio di volgare sfida. Per essere una “donnina allegra”, sembrava un’impiegata del catasto, non nell’aspetto, ma nel comportamento. Un pomeriggio entrò dalla parrucchiera e si sedette, un rapido giro d’occhiate tra massaie stupefatte e fu invitata a lasciare il negozio. Non batté ciglio e se ne andò e la trovai molto dignitosa nel suo fare imperturbabile, tanto da non giustificare il tono tronfio delle signore rimaste, la cui rispettabilità era salvata, avendo respinto la traviata. Traviata che non si riusciva a schiodare, nonostante le forze riunite delle brave signore, a cui mia madre aveva desistito ad aggiungersi quando la crociata s’era fatta cruenta. Per un moto d’improvvisa inconfessata pietà, che la portava a non interferire più di tanto nelle scelte di vita altrui, si ritirò dicendo che “la vettura della signora era la sua e ci faceva salire chi voleva”, ma a me ricordò che se la incontravo per strada dovevo volger lo sguardo altrove, poiché, dovevo ricordarlo, ero pur sempre una maestra di scuola! Della serie: vivi e lascia vivere. Ogni tanto però la divertiva spiare tra i gerani e lo faceva col binocolo da caccia di mio padre, per “guardare in faccia gli sporcaccioni senza i quali le meretrici non campano”. Veramente non aveva detto “meretrici”, ma sorvoliamo. Così che vide tanti bei nomi dell’Alessandria- bene di quei tempi ( nessuno se ne crucci o si spaventi, intanto son passati quasi trent’anni e son già tutti morti) sfilare su belle automobili, tanto da restar basita. Ed anche in questo caso, “basita” è un eufemismo. Quando si seppe, anche le brave signore non commentarono più, chiusero le imposte ed arretrarono ammutolite al cospetto di cotanta protezione “in alto loco”.La prostituta continuava a trafficare, con notabili e sbarbati, con padri di famiglia e vecchietti, con il solito ritmo impersonale, ma sicuramente efficiente, considerati volume e qualità degli affari tra i tigli dello Spalto.Le brave donne non rivolgevano uno sguardo alla buona donna, indispettite e meditabonde su quanto porco fosse il mondo, Alessandria in testa. Lei, di giorno, faceva spesa, con gli occhi vuoti e gelidi di sempre. i bottegai la servivan con due dita, ma i soldi in cassa li mettevano con tutte e dieci.Accadde che il gattone siamese che possedevo allora fece una conquista in una tenerella gatta pezzata, bianca, nera e rossiccia. Graziosa, dolce, giunta chissà da dove, ma non da molto lontano considerato il eplo lucente frutto si una strigliata recente e la pancina tonda di animaletto ben pasciuto. Aveva al collo un fiocco rosa di velluto ed un campanellino. L’adottai per un giorno. Il giorno dopo si fece viva la vicina. Proprio…lei. Aveva le lacrime agli occhi e l’apprensione nella voce, rivoleva la sua gatta, manifestava con parole e gesti tutto il timore di averla perduta per la vendetta di quelle stesse persone di cui reggeva lo sguardo con lo sguardo con imperturbabile freddezza. Restituì subito la gattina alla sua proprietaria, che s’illuminò nel riabbracciarla con una tenerezza che si vedeva dal profondo. Cominciai a pensare che tanti uomini fossero attratti da quel retrogusto di dolcezza nell’assaporare quella donna in vendita. Tenerezza che forse non c’era o non più nelle brave signore loro consorti. Mi balenò nella mente la collega vestita di nero, che vedeva nello specchio il Maligno e ne immaginai il marito, a cui augurai di incontrare la mia vicina abbastanza spesso. Smisi anche di spiare il moroso. Il peccato, se fosse accaduto, mi sembrò meno mortale. Giovane mente. In realtà le brave donne, nel privato, possono essere molto più pepate e scollacciate di quanto non sembri e una persona tenera con un gatto può essere assai dura e impersonale con il genere umano di cui, per mestiere, conosce bene i difetti. I giovani hanno una visione spesso edulcorata dei rapporti tra donne di strada e clienti. Poveri. Hanno appena scoperto il sesso e son convinti che altri non l’abbiano mai fatto prima di loro, se non in modo stanco e condizionato. Ignorano o giustificano la libidine che porta a cercare tramite il sesso, da parte di alcuni…utenti, l’umiliazione femminile, l’abbrutimento lascivo, che non riescono ad ottenere dalle compagne. Hanno una visione letteraria della “buona puttana”. Complice anche il Faber. Ora, se vedessi il moroso uscire da quel portone, gli infilerei un calcione negli zebedei. Bocca di Rosa se ne andò com’era arrivata, cambiò piazza , non si sa se per l’intervento decisivo delle dame della parrocchia presso “ chi - di – dovere”o se semplicemente l’attività cominciava con il render meno. Aveva lasciato la casa ad un’anziana signora ignara e scorbutica, che fu costretta a comprarsi un bastone per picchiare i distratti occasionali clienti disinformati, in cerca, a distanza di mesi, della loro bella.  E’ possibile che il gruzzolo sia servito a cambiar vita, aprendo un negozio di un qualsiasi genere, altrove. Può essere che la donna abbia continuato la vita di sempre e chissà che fine può aver fatto. In giovane età ho pensato ad una fine sentimentale, con il tempo mi sono augurata che fosse riuscita almeno ad avere in gestione una rivendita di pane. Dare pane alla gente e non pane a chi compra gente.


Tratto dal libro Memorie di nebbia selvatica

Diego Dejaco editore, Milano 2009

domenica 15 aprile 2012

Non viene mai buio

di Giorgio Bona



     Sentivo farfalle negli intestini, salite che l’universo non può contenere.
     Potrei iniziare qui a raccontarti della mia vita, o dirti quanto fosse importante per me tracciare una simmetria, non chiedermi cos’è… non saprei spiegarti… se non l’avessi trovata non saprei raccontarti.
     Ho ancora in mente il nostro viaggio di ritorno da Parigi. Ricordo l’hostess annunciare l’imminente atterraggio alla Malpensa. Aveva pregato i passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza e tu ridesti alla battuta di un accompagnatore di una compagnia turistica che disse: attenzione, stiamo atterrando! Passaporto tra i denti per il riconoscimento dei cadaveri!
     Qualcuno ci aveva creduto e si guardò intorno terrorizzato. Anch’io risi ed era una risata che trascinava in sé un sentimento di nostalgia, qualcosa che si andava smarrendo poco a poco, mentre le luci di Parigi restavano un lontano ricordo.

     Tira vento a ottobre tra queste colline. La nebbia trasmette un senso di gelo e bagna i vestiti. Se si alza torna la visuale di un cielo grigio, muto, quasi trasparente.
     A Sante piaceva molto quel paesaggio nei dintorni di Novi. Ricordava molti tratti della campagna toscana: lo stesso odore di terra vergine, lo stesso sfocato tramonto che si schianta contro il basso profilo delle colline. Rimane diversa la tonalità dei colori, più tenue, più delicata.
     In pieno pomeriggio, sempre che possa esserci pomeriggio a ottobre, l’umido che viene dallo Scrivia, foschia densa, fiato di tabacco.
     Il mondo di Via Cavanna 53 sembrava un puntino scuro. Sante stava tornado a casa. Chi l’era nà’ e chi l’auriva sarà i’öğ, mond lader. Un ratto passò vicino ai suoi piedi per andare a nascondersi sotto un cumulo di rifiuti. Guardò intorno. Deserto. L’umidità gli diede uno schiaffo sul viso, costringendolo a inspirare. Si voltò a guardare la strada che aveva percorso. Era come distaccare il passato che soffiava sul collo. Ebbe la sensazione di soffocare, come andare in apnea.

     (l’uomo nero)
     (a un certo punto si girò ed era lì che lo stava osservando, la sua figura scarsamente illuminata, le braccia abbandonate, il volto in ombra)
     (parlò a se stesso Costante mentre pedalava, parlò del suo passato che si allontanava come il gruppo in fuga. C’era da recuperare, raggiungerlo)

     Il suo stradinom era Pollastro, ma mica è così semplice, lü, gram fiò, se le zecche si fanno strada pisciando nel sangue, perché di notte desiderava dromi suta la rosa, sentendosi sicuro ammachi in scossa a sò mà. E quando sò pà gli mise in mano la vanga, per la prima volta provò quanto era bassa la terra e bisognava piegare la schiena.
     A scuola il maestro faceva vedere le lettere dell’alfabeto, la a, la b, alla c Sante aveva già capito che era mica utile tanta istruzione: ognuno dev rangias da sè medesim, al dev fa cul che al vö e il mondo intorno è tutto una finta.

     Avverto un brivido che mi attraversa.
     La nostra casa. Ricordi. Memoria che ho diviso con te, che con la mente ho anche abitato. Il resto lo intravedo nei tuoi occhi che provo a leggere attentamente e che identifico con i colori: il colore della malva vicino alla nostra porta, i campi di colza che si stendono all’infinito e la vita era lì, appesa a un filo, nella lucciola che si accende un attimo nella notte per dirti che esiste, in quelle notti succose e dense come la polpa di un’albicocca.
     Ora non è più così. Forse è colpa di questo tempo sempre più cupo, grigio. Il mio umore è come questo tempo, questo tempo così contrario alla felicità.

     A Sante sarebbe piaciuto diventare corridore professionista come il suo amico Costante. Lo guardava ammirato staccare il gruppo in volata per correre verso il traguardo.
     È così. La vita va presa nel momento stesso in cui gli altri vogliono portartela via. Lui che non ha voluto chinare la schiena su quella zappa perché la terra è bassa e non risparmia nessuno. Nessun diritto a questo mondo. Lo stato è il vero nemico. Fascista o comunista che sia.

     (l’uomo nero)
     (era lì. Sette litri d’aria nei polmoni, con gli occhi che lacrimavano per il freddo e la fatica. Guardò quell’ombra sfilarsi la maglia stropicciata e sudata e quando gliela porse non era più. Un leggero gemito lo colse e una specie di sorriso sulle labbra…)

     Oè fascisti! Brüt e gram, sempre a dargli la caccia, a braccarlo. Lui correva più forte di Costante, sentiva di essere lui il vero campione. Lui che non volle piegare la schiena. Meij stà setà a la piola da la Zena che travajà. Meglio l’osteria a beive curteis e barbera che chinarsi alla terra mangiando polenta e verza. Alla piola della salute si vendeva cancarun ai paisan, ai quader, che erano come le bestie, che alzavano il gomito cercando di fottere la morte giocando a cirulla e alla morra.
     Bestie. Si bestie, animali domestici, can da pajè abituati alla catena. Avevano paura della loro ombra. S’inciuccavano e ringraziavano la Madonna e tutti i santi. Ruscavano, sgobbavano, dicendo sempre sì. Per questo si erano meritati la miseria.

     In quel breve intervallo tra il nostro fu e il mio ora, pedalavo con il busto piegato il avanti e tu eri stretta al mio bacino, al centro di quella che definivi la mia simmetria.

     Sante avvertì dei passi alle sue spalle. Si sentiva una lepre al fiuto del bracco. Deviò dalla strada di casa, cercò rifugio dalla Zena. Lo seguivano, avvertiva la loro banfa addosso. Si appoggiò al banco, chiese un gotto di quello buono. Due degli inseguitori si misero al suo fianco, il terzo occupò posto da solo ad un tavolo libero.
     Sante ordinò alla Zena di versare un altro giro. I tre si mossero. Un colpo andò a conficcarsi sul pavimento. Fu un attimo di panico, quanto bastava per darsi alla fuga. Si buttò contro la finestra, spaccò i vetri e via.
     In quel momento sentì il freddo bussargli le tempie. Lo sparo gli sibilò accanto, gli fece fischiare le orecchie. Subito dopo le facce sgranate degli sbirri lo immobilizzarono, insaccandolo come un maiale. Era una collisione di corpi, uno scambio molecolare che avvenne a forza di colpi. Sentì sangue nella saliva mentre deglutiva e i colpi non si arrestavano. Gli sbirri lo udirono mormorare. Brav i sè stà brav, ma l’è ancura lönga.

     La nostra casa. Ricordi, memoria che ho diviso con te, che con la mente ho anche abitato. C’era la voce del poeta alla radio, una voce che scandiva versi che sembravano dividerci l’anima. Diceva: sventure nel mese di ottobre, quando ,mezzogiorno stabilisce la sua equazione nel cielo.
     Lo ripetevo a voce alta, sempre più forte, mentre salivo la mia ultima vetta.
     Mi voltai indietro ed ero solo. Le mie gambe obbedivano a un ritmo più forte del cuore e della mente.
     Come una mela! A scuola il maestro diceva sempre: provate a immaginare che questo sia l’universo, così, simile in tutto e per tutto a una mela…
     In quella mela ho visto la vetta ed era come la voce del poeta che diceva di vedere l’equazione del cielo.
     Sono salito sempre più su per capire cosa avrei trovato dall’altra parte, perché questo buio che scende davanti ai miei occhi, questo rantolo sempre più forte che vuole rimanere attaccato alla vita, sono la mia simmetria.

     Sante prese la bicicletta e senza una meta precisa imboccò la statale per Alessandria. Verso Marengo il sole sembrava bucare la nebbia e accompagnarlo per qualche tratto.
     Aveva il viso di Costante, la stessa smorfia quando la strada diventa liquida e il catrame sotto le ruote cuoce anche il sangue. Sentì di dover provare a staccarlo, ma lui era lì, sempre al suo fianco.
     Capì tante cose in quell’attimo. Ecco cosa indispone chi corre: vedere qualcuno che ti affianca, vederlo negli occhi, non capire cosa vuol fare, ma essere consapevoli che al primo tornante ti lascia lì, a mangiar polvere.
     Dov’è quel demonio, urlò, mentre il sole si era nuovamente nascosto dietro la nebbia e la pace dei campi sul bordo della strada gli sembrava uno sberleffo, una risata.
     Poi la nebbia si dissolse definitivamente. Il sole era davanti a lui e lo invitava ad andare avanti.
     Potrei superarlo, disse. Restò un attimo a pensarci, tra le parole pronunciate a denti stretti e i pedali che divoravano l’asfalto. In quel momento colse l’ultimo raggio di luce che lo colpì in pieno volto e Costante pedalava formando un vortice nell’aria, fuggiva e colorava le invisibili traiettorie della vita.


  Sante Pollastri (Pollastro Novi L.re 1899-1978) bandito italiano amico di Costante Gilardengo, sconosciuto in ambito nazionale in quanto la censura fascista limitava fortemente la cronaca, divenne una celebrità in ambito locale. Acerrimo nemico dei carabinieri si professava anarchico e deciso oppositore di ogni regime. Fu arrestato a Parigi nel 1929 in seguito a delazione. Si racconta che tra i suoi traditori vi fosse lo stesso Costante Gilardengo. Condannato all’ergastolo, fu inviato a scontare la pena sull’isola di Santo Stefano. Ottenne la grazia nel 1959 e trascorse il resto della sua vita esercitando la professione di ambulante.



martedì 10 aprile 2012

Corleone

di Enzo Macrì


Avevo quindici anni e una gran voglia di andarmene via. Via da Corleone. Via da  quella terra dura, da zappare sotto il sole. Via dal poco cibo e dalle tante ore a lavorare. Tutti i giorni pane e olive e per bere l’acqua della gozza.  La strada per andare all’albeggiare e quella per tornare all’imbrunire, sempre uguale, con il freddo e con il caldo. E camminare scalzo, perché le scarpe erano un lusso della festa e dovevano durare. Ma anche scalzo mi piaceva correre a perdifiato per le strade polverose e tra le vigne  con il passo irregolare zompando da una parte all’altra. Parevo  un grillo, con le gambe magre e nodose, che sembravano fatte apposta per correre e saltare. Ma quello che più spesso mi capitava di saltare  erano i pasti. Quattro figli eravamo, tre sorelle e io, il più piccolo, il più fortunato perché ero maschio e perché ero andato a  scuola. Dal maestro Migliorini, che faceva scuola all’aperto, sotto  un pergolato, tra i grilli e le cicale. Un uomo tutto d'un pezzo, il maestro Migliorini, sapeva a menadito le storie dei Greci e dei Romani, conosceva la grammatica e la geografia, l'aritmetica e la geometria. Un uomo inflessibile, che quando sbagliavi una risposta o non eri pronto, ti picchiava sulle dita con la verga. Per farmi entrare la scienza, diceva lui. E un poco di scienza me la fece entrare, se è vero, come è vero che presi la licenza  elementare e fui il primo della famiglia a saper leggere,  scrivere e far di conto come di deve.  Ma in quella terra arida e ingrata a che poteva servire sapere leggere e scrivere se non a farti comprendere meglio la differenza tra lor signori e noi cafoni, tra la loro vita a cavallo o in carrozza e la nostra vita agra, senza speranza. La mamma, con le mie sorelle, lavorava a giornata, ogni tanto. Raccoglieva le olive, quando era stagione,  e per il resto aiutava mio padre che era a mezzadria. La schiena rotta dalla fatica e il pane sulla tavola che non bastava mai. E io che mi sognavo di andarmene via. Prendere il bastimento, verso l' America, a lavorare in una grande città. E di avere bei vestiti e scarpe di cuoio, di mangiare a sufficienza e mettere su famiglia. E avere dei figli, belli e forti, sani e ben curati. E di tornare un'estate, anzi a settembre, che è più fresco e ci sono i fichi, dolci e succosi,  appena staccati dalla pianta.  E raccontare a tutti la vita, là in America, vantandomi.  Perché in America già lo sapevo, le strade sono tutte più larghe, le case più grandi e il mangiare più buono. E più abbondante.  Ma era giovane, troppo giovane per partire. “A quindici anni chi voi fari? si carusu e lu mundu è accussì grandi!”, mi ripeteva mio padre abbassando la voce per non farsi sentire dalla mamma che questi discorsi, proprio non li voleva ascoltare. “Se te ve vai, ti perdo” diceva lei e lo sguardo si faceva triste. E allora parlavamo piano, tra uomini, guardando fisso davanti, cercando un futuro che non c’era.  E intanto zappavo e sognavo, e mangiavo pane e olive e guardavo Teresa. Quanto era bella Teresa, con quei capelli neri come una notte senza luna. Ogni volta che la guardavo, mi sentivo rimescolare il sangue nelle vene. Quante volte avevamo giocato, assieme, da bambini, quante volte le avevo detto : “quando cresco ti sposo”. Eravamo cresciuti, e i giochi da bambini non li potevamo fare più. Qualche occhiata furtiva, passando per la strada, qualche frase, masticata a bassa voce, mentre gli occhi si incontravano fugaci. Niente più giochi spensierati o dolci promesse, che il tempo dell’infanzia era passato. Ma uomo fatto, ancora non ero, e mi toccava masticare amaro. E vedevo mio padre sempre più curvo con la zappa in mano, a strappare la vita  da quella terra avara. E più zappava e più si incurvava. E al raccolto, arrivava Tano “u ricchiuni”, il gabellotto (1) di don Mimì, il padrone della terra, a fare le parti. Mezzo e mezzo dovevano essere, ma la parte sua  era sempre un po' più metà di quella di mio padre. E poi si prendeva una parte per la semina e un’altra per la protezione. E alla fine, della metà di mio padre non restava quasi niente. Lo chiamavano “u ricchiuni” per via delle orecchie grandi, e per via che quelle orecchie gli servivano per ascoltare tutto quello che c'era da ascoltare e poi riferirlo a don Mimì. Insomma,  la spia faceva. E si faceva forte perchè andava a cavallo e teneva il fucile a tracolla e il frustino di nervo di bue sul fianco. E il tempo passava e io mi sentivo sempre più insofferente di quella vita fatta di umiliazioni e di privazioni. E arrivò la primavera del '93. Io compivo sedici anni. Da tutta la Sicilia si sentiva l’eco di tumulti e ribellioni. Si parlava di spartire le terre dei grandi latifondi e affidarle ai contadini. La terra è di chi la travagghia dicevano emissari venuti da Palermo. Parole nuove, mai sentite e mai neppure pensate. Parole che infiammavano l’anima e la mente . Io mordevo il freno. Avrei voluto agire, spaccare il mondo, ma non sapevo che fare. Ci trovavamo con gli amici sulla piazza della chiesa alla domenica e ci raccontavamo le novità. Si favoleggiava di assalti ai palazzi comunali e alle case dei baroni. Si sussurravano i nomi dei capi delle rivolte come se fossero stati i nomi dei santi: Garibaldi Bosco, Bernardino Verro, Giuseppe Mancuso. “Statti bbonu – diceva mio padre – ca non potimu nenti. Da che mundu è mmundu ci suggnu li patruni di la terra e li contadini chi la travagghianu”. Lo diceva per farmi stare tranquillo, ma in fondo non ci credeva neppure lui. Col passare dei giorni diventava anche lui sempre più irrequieto e insofferente. Finchè un giorno, non ne potè più,  prese Tano per il collo, lo sollevò da terra e lo spinse contro il tronco della vecchia quercia che segnava il confine della proprietà: “Vi ni approfittati pecchì simu poveri e divisi - disse mio padre a muso duro – ma li tempi cangianu e pe’ li patruni e li soi servi la cuccagna sta pe’ finiri”
“Attento a quello che fai e a quello che dici - rispose Tano cercando di divincolarsi – se alzi la cresta ti può costare caro”.
“Attentu a’ttia – rispose mio padre – simu stanchi di sopportari,  mo’ n’di spartimu la terra tra noialtri contadini, pecchì c’appartiene e pe’ li servi com’ attia non c'è futuru”.
“Tu sì pazzu – urlò Tano - la terra è di lu baruni, cu ti misi n'testa chisti cosi? Li socialisti? Ommini senza Dio e senza rispettu!”
“La terra è di chi la travagghia – rispose mio padre – Basta cu lu sfruttamentu. Simu ommini, non simu bestie”.
Intervennero gli sgherri del barone, levando Tano dalle mani forti di mio padre, mentre una piccola folla di braccianti e di jurnatari(2) si stringeva attorno. Imprecazioni e urla si alzarono sempre più forti nei confronti di Tano. E il tumulto cresceva minaccioso, tanto che il gabellotto e i suoi sgherri, vista la mala parata, si fecero largo a spinte e si allontanarono, minacciando a pugno chiuso: “Non finisce qua! Francesco Rizzo, dicu a’ttia’, non finisce qua. Questa la paghi”. La piccola folla si strinse intorno a mio padre dandogli pacche sulle spalle e complimentandosi con lui per il coraggio dimostrato e per come aveva tenuto testa ai prepotenti. Io ero al suo fianco, orgoglioso di lui. “A lu municipu – qualcuno gridò – jamu a lu municipiu” . Ci dirigemmo verso il centro città per manifestare.  Man mano che avanzavamo, la gente si aggiungeva ingrossando le fila. Come per miracolo comparvero anche stracci rossi che dovevano servire per bandiere. Davanti al municipio eravamo una folla. Sembrava il mercato del sabato, con urla, canti, imprecazioni, e mille frasi che si incrociavano. Se ne uscì il sindaco, dicendo che avevamo ragione, che anche lui la pensava come noi, ma che era meglio se andavamo a casa per non provocare incidenti e passare poi dalla parte del torto.  Sapevamo che diceva così per tenerci buoni, ma quel giorno era festa, e fingemmo di credergli. Alla spicciolata la manifestazione si sciolse, ma le mani si stringevano e qualcosa di importante era successo: non avevamo più paura.
La sera, al lume della candela, mio padre mi mostrò un foglio di carta spiegazzato e mi chiese di leggerlo ad alta voce. Era un appello dei Fasci dei lavoratori a ribellarsi ai baroni latifondisti, a fare sciopero e a occupare le terre incolte rivendicandone la proprietà. “La terra ai contadini - diceva quel foglio – occupazione”!  I giorni che seguirono furono giorni febbrili. La gente si riuniva appena poteva, capannelli si formavano ai crocicchi delle strade. La sera nelle stalle, al lume delle lanterne e delle candele, braccianti, mezzadri e jurnatari si ritrovavano discutendo animatamente. Era un fuoco che divampava per tutta la piana e un poco l’aveva acceso anche mio padre con la sua ribellione. La gente si riuniva, discuteva, scioperava e si organizzava. E arrivò il 30 di luglio. Non lo potrò mai dimenticare quel 30 luglio del 1893.  Fin dalle prime ore del mattino erano arrivate a Corleone  le delegazioni dei Fasci dei lavoratori dalle diverse parti della Sicilia.  Era il primo vero congresso della zona. C’era Garibaldi Bosco da Palermo, Giulio Prestigiacomo da San Giuseppe Jato, Nicola Barbato da Piana dei Greci, e  Giuseppe Mancuso da Prizzi. Insomma, c’erano quasi tutti i dirigenti principali e quelli che non erano potuti venire avevano mandato la solidarietà per iscritto.  Era mezzogiorno passato, quando Bernardino Verro, il delegato di Corleone incominciò a parlare infiammando la folla.  Poi Garibaldi Bosco lesse lo Statuto dei Fasci dei Lavoratori.  Parlò di Umana Società divisa in due classi: da una parte il lavoratori sfruttati e oppressi, senza nient’altro che le proprie mani  e nessun diritto e dall’altra i potenti, che hanno le ricchezze, i diritti  e il potere. Parlò di socializzazione delle terre e degli strumenti per lavorarle, parlò di riscatto sociale e di diritti uguali per tutti. Diceva che da soli si perde e insieme si vince. Nasceva, quel giorno a Corleone,  il Fascio dei lavoratori e l'idea   socialista arrivava in Sicilia. Fu dichiarato lo sciopero e si girava di paese in paese per parlare con gli altri contadini e per discutere i “Patti” con i padroni dei fondi. Uniti si vince, diceva Garibaldi Bosco e noi uniti andavamo a contrattare. Da pari a pari con i padroni delle terre, come mai prima era successo. Io ero attaccato ai calzoni di mio padre e mi bevevo tutto quello che diceva. Ero orgoglioso e fiero di essere suo figlio. Un contadino semianalfabeta, un cafone che mangiava pane e olive per togliersi la fame che, assieme agli altri cafoni come lui, teneva testa a fior di signori proprietari e ai loro gabellotti. Sì, uniti si vinceva. Lo sciopero divampava dappertutto, costringendo i padroni a scendere a compromessi, a fare concessioni e a firmare i “Patti”. Ma costringeva anche  i contadini a stringere la cinghia e mangiare pane solo, quando c’era, o fare anche la fame, qualche volta. Ma si vinceva. Finalmente tra i lavoratori e i padroni c’era vero contratto, scritto e firmato. Nero su bianco. Se mezzadria doveva essere, che almeno fosse mezzadria vera e non capriccio del potente. Se “a jurnata” si doveva lavorare, che “jurnata” fosse, con le ore di lavoro e con le ore di riposo. E il rispetto per tutti uguale: per i ricchi e per i poveri. Uguale. Ma vincere le battaglie non significa vincere la guerra. Arrivò  l’autunno e con i primi freddi lo sciopero finì e non tutti i proprietari avevano ancora firmato. Ci furono pressioni, minacce, intimidazioni. Scese in campo la mafia. Molti patti appena firmati vennero disconosciuti.   I baroni ripresero coraggio e si fecero duri. I gabellotti incominciarono di nuovo a correre a cavallo avanti e indietro, per i poderi, con il fucile  a spalla e il frustino sul fianco. E poi, un maledetto giorno,  arrivarono i soldati, mandati da Crispi. Francesco Crispi, il capo del governo di Roma, non si ricordava più chi era stato e da dove veniva. Siciliano e garibaldino, mandava i soldati a sparare sui suoi concittadini  che proprio a Garibaldi inneggiavano.  L’Eroe dei due mondi era morto a Caprera solo qualche anno prima. La Sicilia e l’Italia tutta parevano fatte al contrario. Non era per questo che aveva combattuto Garibaldi, con le sue camicie rosse. Era il 4 gennaio del ‘94 quando venne proclamato lo stato d’assedio e sospesi tutti i diritti civili. I Fasci dei lavoratori vennero sciolti, Garibaldi Bosco e i maggiori attivisti di quei mesi fantastici furono arrestati.  Mio padre, vennero a prenderlo la sera del 5, a casa. Mentre aspettava i carabinieri mi chiamò vicino, mi diede un bicchiere di vino e mi disse: “bivi, Sarvu, bivi cu' mmia, che ormai sei uomo  e da uomo ti devi comportare.  Teni la testa ata e fatti rispettari. Tu studiasti,  poi aviri na vita megghiu di la  mia chi mi spaccu la schina tuttu lu jornu pe' nu tozzu di pani”. Fu allora che glielo dissi. “Padre, me ne voglio andare. Questa terra non è più la mia terra. Con il vostro permesso, io parto per l’America”. Non rispose, ma tirò fuori dalla tasca il suo zufolo, un piccolo strumento che si era fatto lui stesso intagliando una canna, dal quale non si separava mai.   Me lo diede. “Pigghialu – disse – vogghiu ca lu teni tu. Undi vaiu,  non mi servi”.  Lo portarono a Palermo in catene e al processo si presentò con il fazzoletto rosso al collo e guardò i giudici a testa alta. La sua unica difesa fu: “la terra appartiene a cu la travagghia!” Fu condannato a dodici anni di galera e a due di sorveglianza speciale. Mentre lo portavano via si voltò verso di me con uno sguardo che sembrava volermi dire “vai, figlio, vai. Vattene da questa terra ingrata, cerca un’altra vita, diversa dalla mia”.

E ora sono qua, sul ponte di questa nave che mi porta in America. Un altro mondo e un’altra terra. Meno avara della mia, spero. Sono diventato “grande” adesso. Lavorerò e manderò a casa i soldi per sopravvivere all’assenza di mio padre.  Sono già un ricordo la piazza grande di Corleone alle prime luci dell’alba e gli occhi di Teresa che mi guardavano rassegnati e  la carrozza che mi portava via, verso Palermo, al porto, a prendere il vapore per Napoli. E a Napoli un altro vapore, carico di gente. Grande Compagnia Piroscafi Veloci diceva il foglio della pubblicità.  Sono 30 giorni che sto qui, insieme a tanti come me, tra il ponte e il dormitorio a passare il tempo suonando questo zufolo di canna. La nebbia si sta alzando e all'orizzonte vedo la sagoma della statua della libertà. Tra poco troverò le strade grandi e il cibo buono. Tornerò in Sicilia, un giorno. Tornerò a settembre, per mangiare i fichi, dolci e succosi, staccati dalla pianta. Tornerò  forse, quando la Sicilia sarà diversa, quando non ci saranno più baroni e gabellotti. Quando la terra, finalmente,  apparterrà a chi la lavora.



(1) Gabellotto: affittuario di un latifondo, che gestiva al posto del proprietario, subaffittandolo o dandolo in mezzadria in piccoli lotti ai braccianti
(2) Jurnatari: lavoratori a “giornata”. Venivano assoldati di volta in volta secondo le necessità.