mercoledì 6 giugno 2012

La vita davanti


di Enzo Macrì

Per capire le ragioni del mio male bisogna tornare all’inizio, al momento in cui la bestia è arrivata e si è insinuata dentro di me senza quasi che me ne accorgessi. Ero un ragazzo normale, avevo amici, andavo a scuola, ero considerato una persona brillante. Ma ero insoddisfatto, volevo di più. Che cosa esattamente non lo sapevo, ma di più. E così, quasi senza accorgermi  la bestia era già dentro di me. Poco per volta smisi di studiare, abbandonai gli amici, cominciai a fare furtarelli e a taglieggiare piccoli commercianti. Mi misi in vista e un giorno mi presentarono a  Don Francesco Antonio Abbà, detto “Don Ciccio”, l’uomo  che mi cambiò la vita.  Feci il giuramento e diventai  picciotto di rispetto. Da quel giorno tutto quello che facevo si trasformava in oro. Ero temuto e riverito. Entravo al bar e tutti facevano a gara per pagarmi il caffè. “Don Peppino - mi dicevano - vuliti na tazza di café?”  E io mi prendevo il mio caffè, con il sorriso sulle labbra e col dito mignolo alzato, mostrando l’anello con la pietra azzurra del quale andavo così fiero. Vanità di vanità. Avevo solo 18 anni e mi sentivo grande, potente, invincibile. In tasca avevo la mia beretta con il colpo sempre in canna. Era lei che mi dava la forza, la sicurezza di avere sempre ragione. Per conto di Don Ciccio incassavo il pizzo, portavo buste e ne ritiravo altre. Spacciavo sostanze e un poco ne usavo anche io, ma senza esagerare. Non ne avevo bisogno, erano la mia beretta e la mia posizione sociale a darmi soddisfazione. Mi sentivo potente. Mi alzavo la mattina con la voglia e l’intenzione di fare del male. Per il gusto di farlo, perché io ero Peppino Ierace, l’invincibile, diciotto anni appena compiuti, picciotto di rispetto, quello che non ha paura di nessuno. Ma un giorno maledetto  mi trovai tra le mani una busta più grande e più pesante delle altre.

“La vedi questa busta? – mi disse don Ciccio – la devi portare per conto mio a certi amici, su al nord”.

“Sempre agli ordini vostri sono – risposi – voi comandate e io obbedisco”.

“Lo, lo so, Peppinuzzu, un ragazzo come si deve sei! Intelligente e sveglio. Lo sai qual è il posto tuo. E sei giovane,  hai la vita  davanti”. 

Mi diede l’indirizzo e le istruzioni. Era facile come bere un bicchiere d’acqua.  Dovevo prendere la macchina, andare a Milano, cercare un certo Rocco, proprietario di un ristorante del centro e consegnargli la busta. Facile, troppo facile. Misi la busta nel vano portaoggetti sotto all’autoradio dell’alfa 156, ingranai la marcia e feci un cenno di saluto con la mano, come a dire: “state tranquillo, Don Ciccio, ci penso io”. 

E ci pensai per tutto il viaggio. Lo sguardo correva dalla strada alla busta, dalla busta alla strada. Un tarlo mi rodeva. “Che minchia ci sarà di tanto importante in questa busta? – pensavo -  Soldi, sono sicuro che sono soldi”. E soldi c’erano. Tanti. Quando l’aprii non potevo credere ai miei occhi. Venti mazzette da 500 euro e ogni mazzetta era da 100 pezzi. Erano troppi soldi, talmente tanti  che nella mia vita non li avrei forse più rivisti tutti assieme.  Non andai a Milano e non consegnai la busta.  Arrivato a Genova, invece di imboccare lo svincolo, proseguii diritto, verso la Francia. Andai a Marsiglia, città grande e dalle mille possibilità. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Appena cercai di spendere la prima banconota, al grande hotel dove avevo preso alloggio, fui avvicinato da un uomo della sicurezza dell’albergo che mi invitò a seguirlo. Come un lampo nella mia mente si fece strada la verità.  Don Ciccio mi aveva fregato. Aveva voluto mettermi alla prova, per vedere se si poteva fidare di me. I soldi erano falsi e io ci ero cascato come un cretino. E l’uomo della sicurezza mi voleva consegnare  alla polizia,  ma io avevo la mia beretta che non mi abbandonava mai. La impugnai e senza pensarci due volte feci fuoco. Cercai di fuggire, ma una pattuglia di servizio davanti all’ingresso dell’albergo mi bloccò. Mi tolsero la pistola, la busta con i soldi e la libertà. L’uomo della sicurezza rimase ferito gravemente, ma se la cavò e anche io me la cavai, con 15 anni invece che l’ergastolo, perché per fortuna non era morto e l’accusa non fu omicidio, ma tentato omicidio. Sottigliezze che ti cambiano la vita.  Quanto tempo era passato da quel giorno? Tanto. Dodici anni e sei mesi.   Li avevo contati e ricontati i giorni, minuto dopo minuto aspettando il momento in cui sarei uscito.  E quel momento ormai era arrivato.  L’indomani finalmente sarei tornato a respirare l’aria della libertà, lontano da quella cella, lontano dal mio incubo. Già, l’incubo. Perché l’incubo c’era ed  era ricorrente. Ogni notte arrivava, inesorabile. Per quanto mi sforzassi, per quanto lottassi contro me stesso, quando vinto dalla stanchezza mi abbandonavo al sonno, il sogno tornava. Lo sapevo che si trattava di un sogno, eppure lo vivevo, anzi lo “morivo” tutte le notti.

Era  un posto davanti al mare, con un alto muraglione alla sommità del quale c’era un parapetto. Un posto qualunque, davanti a un mare qualunque, un posto mai visto, che non esisteva nella realtà. Esisteva solo nei miei sogni. Era diventato un luogo così famigliare che riuscivo a vederlo nitidamente ormai anche ad occhi aperti. Eppure i sogni svaniscono dalla mente con le prime luci del mattino. Al massimo ci si ricorda di qualche particolare, tasselli di un mosaico spesso difficile da mettere insieme. Ma quel sogno no, rimaneva nitido nella mia mente anche da sveglio, segnandomi le giornate oltre che le notti. Dall’alto del muraglione guardavo  il mare. Una ventina di metri più sotto, gli scogli erano appuntiti,  le onde vi si frangevano con violenza e la risacca faceva un rumore spaventoso.   Il vento soffiava e pareva un urlo continuo, lacerante, che penetrava nelle orecchie e nell’anima. Per contrasto il mare più in là era calmo e quasi immobile. Il sole splendeva rosso e caldo sull’orizzonte. Era sempre  il tramonto. Percepivo perfettamente il contrasto tra la calma piatta del mare al largo e le onde che si infrangevano sulla massicciata, ma non ne capivo la ragione. L’ansia mi assaliva mentre attendevo, perché sapevo  con certezza che l’evento, come al solito si sarebbe compiuto.  Dopo un poco, eccolo arrivare:  un antico veliero che avanzava lentamente  sull’acqua, mentre dal ponte tre personaggi vestiti di nero con i cappelli piumati mi guardavano beffardi e facevano cenni.  Sapevo benissimo chi erano i tre personaggi: erano Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che fondarono le mafie.  Venivano a chiedermi il conto del mio tradimento. Avevo tradito la fiducia del capo, meritavo la punizione. Erano troppo distanti per potere udire ciò che dicevano, ma il movimento delle labbra assieme ai gesti era inequivocabile: “vieni – ripeteva uno di loro – vieni” e accompagnava la parola con un gesto della mano. “Vieni – insisteva un altro – vieni, mostrando il pugno minaccioso”. Vieni qui – intimava il terzo con un cenno imperioso, per intimorirmi. E il terrore puntualmente mi assaliva. Sapevo che si trattava di un sogno, sognato e risognato cento volte, eppure non potevo fare a meno di tremare. Avrei voluto urlare, ma quello che usciva dalla bocca non era che un rantolo indistinto appena percettibile, un urlo silenzioso che gelava le vene. E più cercavo di urlare e più la paura aumentava, più il terrore cresceva, più l’urlo moriva in gola. La disperazione si impadroniva di me. Avrei voluto fuggire, ma non potevo. Avrei voluto svegliarmi, ma non ci riuscivo. Sognavo di sognare e non potevo farci niente. Poi qualcosa mi attraeva,  inspiegabilmente, ma inesorabilmente verso il parapetto. Come i marinai di Ulisse con il canto delle sirene, ero attratto da quello strano veliero e da quegli uomini  in nero e non potevo resistere. Le onde che si infrangevano sulla massicciata e il rumore della risacca avevano un potere ipnotico. Avrei voluto, ma non riuscivo a oppormi. Lo sguardo fisso, i movimenti meccanici, il cuore in tumulto, la mente consapevole, eppure impotente, puntualmente salivo  sul parapetto e mi gettavo nel vuoto. Precipitavo verso gli scogli battuti dalle onde, in un lungo interminabile ralenty che prolungava l’agonia. 
Come un orologio di Salvator Dalì, il tempo era dilatato. Cadevo e urlavo, urlavo e cadevo, in un terribile  crescendo di orrore e disperazione. Il rumore della risacca si fondeva con il ritmo delle onde che si infrangevano sugli scogli diventando un unico suono indistinto, distorto, come un vecchio 45 giri che va a 33. E continuavo a cadere, mentre le orecchie e la mente si riempivano di quel suono assurdo. Poi mi svegliavo, madido di sudore e me ne stavo a guardare il soffitto aspettando un altro giorno, sperando di allontanarmi dall'incubo. Ma le giornate in carcere sono tutte uguali e la mente lavora e sempre là va a parare. Allora per tenermi impegnato mi inventavo di essere cuoco e cucinavo. Era un modo per passare il tempo, per fare qualcosa che non mi facesse pensare. Cucinavo di tutto con il poco che avevo. Un fornello da campeggio, posate e stoviglie di plastica, pochi ingredienti comprati alla casanza o barattati con il compagni delle altre celle.  Avevo un piatto speciale, le polpette, che cucinavo nelle occasioni speciali.
Quella sera guardavo i miei tre compagni  che si mangiano le mie polpette e pensavo che stavo per uscire. Qualche anno di sconto per buona condotta me lo ero meritato, ero ancora giovane. Don Ciccio aveva ragione quando diceva che avevo la vita davanti.
Nell’aria c’era ancora l’odore dell’olio fritto che avevo usato per cuocerle, le polpette. Le avevo cucinate per loro, come avevo fatto qualche tempo prima quando erano stati assegnati alla mia cella. Era un piatto semplice, fatto con  un po’ di pane, uova, acciughe e qualche aroma. Semplice, ma in quella situazione pareva una leccornìa.  Una cenetta per festeggiare la mia uscita, l’indomani. Se le mangiavano di gusto, ma io non mi sentivo, avevo la gola chiusa. Sarà stata l’emozione per la fine pena, sarà stato il mio incubo che mi perseguitava, saranno stati i miei compagni che mi guardavano strano, o almeno così mi pareva, ma di mangiare quella sera non se ne parlava proprio.
“Sono buone le tue polpette – disse uno di loro – mangia anche tu con noi”
“No, grazie, non mi sento”.
“Guarda che avanzano” – disse e così dicendo mi porse il piatto con alcune polpette invitanti.
“No, davvero, non mi sento proprio”
Mangiale – insisté – sono  proprio buone. Il cuoco dovevi fare e non il picciotto d’onore”
E così dicendo schiacciò l’occhio ai suoi compagni.  Ne presi una  e pensai che era l’ultima volta che mangiavo polpette di pane, rinchiuso in una cella. Il giorno dopo sarei stato libero e avrei mangiato cibo buono, cucinato a regola d’arte e chissà, forse lo avrei aperto veramente un ristorante. Ma sì,  avevo davvero la vita davanti. Posai il piatto con le polpette avanzate sul tavolino accostato al muro.  Uno dei compagni si alzò, andò alla scatola di cartone che usavamo per dispensa, tolse il tappo a una bottiglia di plastica che conteneva vino, riempì un bicchiere di carta e me lo porse.
“Se non vuoi finire le polpette almeno bevi un bicchiere di vino, dobbiamo festeggiare”.
“Si grazie, dobbiamo festeggiare la mia uscita – dissi io – ma solo un goccio però, per compagnia”
“Dobbiamo festeggiare, ma non la tua uscita” – disse guardandomi con un sorriso falso stampato sulla faccia.
“A no? – domandai sorpreso – e allora cosa?”
“Il fetuso cornuto che sei” – disse improvvisamente mentre mi si avventava contro.
Fui colto di sorpresa. Mi spinsero in un angolo  e mentre due mi tenevano le braccia e le gambe il terzo estrasse non si sa da dove una lametta. 
“Ma davvero pensavi di poterla fare franca?  – diceva mentre avvicinava la piccola lama scintillante al mio viso – davvero potevi pensare che Don Ciccio ti lasciava vivere tranquillo dopo lo sgarro che gli hai fatto?”
“Ma i soldi erano falsi” – balbettai.
“Don Ciccio se ne fotte se i soldi erano falsi, potevi pensare che ti affidava un milione di euro veri? Era una prova, per vedere se eri fedele. E hai fallito. Quello che conta è l’atto che hai fatto, lo sgarro, il tradimento. E per il tradimento non c’è perdono”.
“Ma come – dissi sempre più spaventato – abbiamo diviso la cella, abbiamo passato tanti giorni insieme, ho anche cucinato per voi… ma… voi chi siete?
“Chi siamo? Non lo hai capito ancora, scimunito? Siamo i tuoi giustizieri. Siamo Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i cavalieri della vendetta e siamo venuti per parte di Don Ciccio a portarti il cappotto di legno per la tua uscita”.
Cercai di divincolarmi, ma fu inutile. La lama,come un lampo mi tranciò la giugulare, senza provocare alcun dolore. Mentre il mio sangue usciva a fiotti sentivo la mia mente allontanarsi. Come un altro da me, mi vedevo salire sulla massicciata e guardare verso il mare. I tre cavalieri erano là e mi chiamavano. Vidi me stesso mentre mi lasciavo cadere verso gli scogli e mi sentii urlare quell’urlo silenzioso e terribile. E cadevo, cadevo, in un tempo sempre più distorto e innaturale. E più cadevo e più l’orrore mi assaliva, in un crescendo incontrollabile. E ancora sto cadendo verso gli scogli, ancora sento il frangersi delle onde e l’ululare della risacca e ancora grido il mio terrore che cresce e cresce e cresce e non finisce mai. Adesso so. Adesso conosco l’eternità.


Tratto dall'antologia Peccati di gola
A cura di Barbara Balbiano e Chiara Bertazzoni 
Perrone Lab 2011
Disponibile in vendita il libreria