giovedì 18 luglio 2013

L'UOMO DEL QUADRO (L'ultima strega)

di Enzo Macrì

Caro amico,
spero che leggerete questa mia lettera. Il guardiano a cui l’affiderò mi ha promesso di farvela avere. Ero così ingenua all’inizio, ricordate?. Mio padre mi aveva data in sposa al conte di Saint Denis e io figlia ubbidiente mi sentivo fortunata.  Aveva modi garbati ed era pieno di attenzioni. Le mie poche amiche favoleggiavano di serate di gala, saloni illuminati e grandi balli, ma io non mi dolevo di starne lontana. Mi bastava la mia quiete serena, il mio mondo ovattato e le attenzioni del mio sposo. Quello era il mio mondo, la mia vita. Me ne stavo nel mio bozzolo, al sicuro. Poi arrivaste voi, amico mio amatissimo, ricordo ancora  quando entraste in casa per la prima volta  assieme a mio marito.
“Questo è il conte di Evry - mi disse sorridendo – mio compagno d’armi e amico, vorrei che fosse il vostro cavalier servente”
“Un cicisbeo per me? – risposi sorpresa, arrossendo – lo ritenete opportuno?”
 “Si, lo ritengo opportuno – rispose – devo partire per un lungo viaggio e non posso lasciarvi in balìa di un mondo che non conoscete. Là fuori è il pericolo e non potete affrontarlo da sola. Albert, il conte di Evry, è un caro amico, sarà il vostro cavaliere, veglierà su di voi e vi guiderà, durante la mia assenza”.
Partì e voi mi guidaste  come un fratello premuroso. Ma come eravate diverso dal mio sposo!
“Questo è il secolo dei lumi - dicevate – e voi ve ne state chiusa in casa senza farne parte. Ve lo mostrerò io questo mondo che cambia e che riluce”. Dovete entrare in società, frequentare i salotti, conversare, aprire la vostra mente”.
Io, sulle prime non capivo. Il mio mondo era la mia casa, i miei interessi il giardino, i fiori, il cucito e poco altro. Vi consideravo un intruso nella mia vita. Non ero avvezza alle attenzioni di un estraneo. Poi, poco alla volta mi abituai a voi, ai vostri modi così diversi,  ai vostri discorsi sul futuro e sul mondo. Iniziai a seguirvi nei vostri pensieri, cominciai a percepire il senso dei vostri discorsi. Mi portavate libri e volevate che li leggessi. Quei libri  bruciavano come fuoco. Mi pareva di fare peccato. Poi, poco alla volta mi immersi in quelle pagine. E naufragai. Cominciai a intravedere quel mondo di cui mi parlavate, per me fino ad allora sconosciuto. Mi portaste con voi nei salotti e nei “caffè”. Che differenza con le botteghe della cioccolata dove di tanto in tanto mi accompagnava mio marito per darmi svago. Nei “caffè” non c’erano nobili o dame della buona società, ma la gente del popolo.  Quei commercianti e quegli artigiani che io non avevo mai considerato, quelle persone che mi giravano intorno nella quotidianità e che io non vedevo neppure. Mi faceste scoprire un mondo nuovo. Ci mischiavamo alla gente comune che discuteva liberamente, senza orpelli e senza finzioni. Diceva quel che pensava senza preoccuparsi delle buone maniere, ma arrivando al nocciolo delle cose. Foste per me fratello, accompagnandomi con delicatezza, ma anche con decisione sulle strade di quella che voi chiamavate “conoscenza”. Non c’erano più dogmi né pregiudizi. Tutto veniva discusso e filtrato dalla “ragione”. Che giorni furono quelli! La mente a spaziare senza freni e il fuoco dentro.
Poi, un giorno mio marito tornò. Non mi raccontò niente del suo viaggio. Mi accorsi di non sapere nulla di lui. Chi era, dove andava, cosa pensava? Mi riempiva di attenzioni, ma cos’ero veramente per lui? Un oggetto da mostrare, forse, o un animaletto da coccolare. Non mi bastava più. Per fortuna c’eravate voi, il mio cavalier servente. Tutte le signore di buona famiglia ne avevano uno e anche io potevo averlo. Era una questione di prestigio, di lignaggio, pensava mio marito. Col suo permesso continuammo a frequentarci. D’altra parte anche lui era sempre più spesso fuori casa. Anche lui, a sua volta era forse cavalier servente di qualche dama dell’alta società. Ma io non sapevo niente di lui e per la verità  la cosa non mi toccava, mi accorsi che mi era diventato indifferente. Al contrario i miei incontri con voi, mio confidente, diventarono per me preziosi. A voi potevo dire senza esitazioni tutti i miei pensieri. Con voi potevo parlare senza remore di tutto ciò che mi passava per la testa. Parlavamo del mondo e della vita, di filosofia e di letteratura. Nascondevo i libri che mi portavate sotto i cuscini che abbondavano nella mia stanza. Mio marito non doveva vederli, erano il legame vero  tra voi e me. Era il nostro mondo comune, il nostro tacito segreto. Ricordo quando mi portaste una copia dei “Pensieri” di Diderot. Era un volume proibito,  miracolosamente scampato al fuoco a cui era stato destinato e voi lo donaste a me. Mai dono fu più gradito. Mi immergevo in quelle pagine come un pesce nel mare. Eravamo complici e lo sapevamo. Bastava uno sguardo per capirci. Attraverso voi aprivo la porta sul mondo e vivevo. Se ne accorse anche mio marito, ma non fece nulla per impedirlo. Solo diradò le sue visite nella mia camera. Cominciò a parlarmi con asciuttezza, con brevi frasi di circostanza. Poi, un giorno appese al muro quell’ orribile quadro che tanto mi ha fatto inquietare. Ricordare? Quell’ uomo ricurvo, con una gobba pronunciata, appoggiato al suo bastone, sembrava che ci guardasse e che ascoltasse ogni nostra parola.
“State tranquilla – dicevate – è solo un quadro appeso al muro, non può far del male”.
Ma io ero inquieta e non ne sopportavo quasi la vista.  Ogni volta che lo guardavo mi pareva che il volto dell’uomo nel dipinto cambiasse espressione. A volte accigliato, a volte beffardo, sentivo il suo sguardo su di me ed ero inquieta.
Continuammo le letture e i discorsi mentre il nostro rapporto si faceva sempre più stretto. La nostra confidenza, il nostro essere ormai così vicini e complici si trasformò in qualcos’altro. Amore forse? Non ce lo siamo mai detto, ma i nostri corpi si incontrarono in quella sera d’autunno. Chiusi gli occhi e vi lasciai fare abbandonando tutta me stessa. Quando riaprii gli occhi l’uomo del ritratto mi fissava con uno sguardo di fuoco. Ebbi un sussulto.
“Siete troppo impressionabile – diceste voi – ve l’ho detto, è solo un quadro”.
Riusciste a tranquillizzarmi.  La sera stessa, quando ve ne andaste, rientrò mio marito. Mi guardò come non mi aveva mai guardato.
“Domani partirai – mi disse asciutto – prepara le tue cose”.
“Partirò? Che vuol dire”?
“Vuol dire che partirai. Andrai in un borgo in montagna,  abiterai in una piccola casa, lontana da me, lontana da Parigi.
“Sola? Ma come farò?”
“Ti darò una piccola rendita perché tu possa vivere, ma non voglio più vederti”.
Mi voltai e attraverso le lacrime mi parve di scorgere un sorriso beffardo sulle labbra dell’uomo nel ritratto.
La mattina dopo, all’alba, venne la carrozza e mi portò via.  

E adesso da questa  cella in cui mi hanno rinchiusa, da questa finestrella che dà sulla piazza,  vedo il grande palco con le fascine di legna pronte per essere accese. “Sei una strega - mi hanno detto - te la intendi col maligno, leggi i suoi libri”. Strega? Si può credere ancora alle streghe nel 1750? Ma contro il pregiudizio non c’è difesa. Guardo la folla intorno al palco mentre urla la sua ignoranza e la sua rabbia mal riposta. “Popolo - diceva il prete durante i suoi sermoni domenicali - la cui ignoranza è nell’ordine naturale delle cose, come  Dio vuole. Popolo che va protetto dall'eresia e dai libri che possono fuorviare e indurre a pensieri pericolosi. E tu pentiti - diceva, additandomi dal pulpito - sottomettiti e torna tra noi”. Io sostenevo il suo sguardo a testa alta, mentre sentivo gli occhi della gente  addosso. Ero un’estranea. Mi guardavano con odio e con timore. Sentivo il loro disprezzo e la loro paura sulla pelle. Paura del nuovo, paura della diversità, paura di non avere più certezze, paura di perdersi, paura di tutto.  Ma non ho ceduto. Sono un essere pensante e non mi rassegno. Ma quanta distanza c’è tra questa piccola contrada ai confini del mondo e le strade illuminate di Parigi! Che differenza tra i salotti in cui si discuteva di tutto e queste piccole case dalle porte chiuse. Che età strana stiamo vivendo, tra il futuro che riusciamo già a vedere  e i  pregiudizi di un mondo ormai passato che non vogliono morire. Venendo qui portai con me i libri e soprattutto portai me stessa. La donna nuova, l’essere consapevole, colei che ha aperto gli occhi e non li vuole più chiudere. La donna che non vuole più essere considerata come cosa o animale. La donna che vi è stata amica, amante, complice. Colei che ha condiviso con voi un’idea di libertà e che non può più tornare al “prima”. “Le femmine devono stare al loro posto, in casa a fare le mamme e le spose”, mi disse il giudice alla prima udienza del processo per stregoneria a cui mi hanno sottoposta. Ma le parole mi passano addosso senza ferirmi. Sono forte. E sono consapevole. A me stessa non rinuncio. Non più.
Oggi ho avuto una visita. Un uomo grande, con una gobba orrenda, camminava con difficoltà, zoppicando,  appoggiandosi a un bastone. Indossava un lungo pastrano e aveva il capo coperto da un cappuccio. Pareva un frate.  “Non sono una strega – gli dissi – non ho bisogno dei conforti religiosi. Non ho peccato!”
“Ne sei sicura? – disse con voce stridula mentre con la mano si levava il cappuccio. Un brivido mi attraversò la schiena. L’uomo del quadro mi guardava e il suo sguardo mi penetrava come una lama. Dopo un primo momento di smarrimento ritrovai un po’ di me stessa e lo fronteggiai.
“Sì sono sicura – gli dissi – sono una donna, un essere umano pensante e consapevole, non una strega. Chi siete voi, piuttosto? Da quale inferno siete venuto?”
Non rispose. Il suo sguardo si fece meno duro. Mi porse una piccola ampolla.
“Tieni – mi disse – è un estratto di vite bianca che coltivo nel mio giardino. Poche gocce fanno miracoli.  Ti eviterà i tormenti del fuoco e l’umiliazione della carne”.
Ero  come stordita. Presi l’ampolla senza rispondere, stringendola tra le mani.
L’uomo del quadro si rimise il cappuccio e mentre si voltava per andarsene, mi parve avesse una specie di sorriso sulle labbra. 

E ora addio, mio caro, adesso vedo in me come nell’acqua chiara. Sento i rintocchi ritmati dei tamburi giù nella piazza, sento il vociare sguaiato della folla, sento i passi dei secondini che si avvicinano. Ma non permetterò alla furia cieca e ottusa  di infierire su di me. Non lascerò che il pregiudizio abbia la meglio.  Me ne andrò prima. Libera.



cover-erbe5La bottega dell’erboristaOgnuna delle venti novelle di questa raccolta è ispirata a una specifica erba officinale, alle sue peculiari caratteristiche curative ma anche, e soprattutto, alle tipiche proprietà venefiche.

Il percorso tracciato dai venti scrittori si snoda attraverso i secoli, a partire dall’ anno mille fino ai nostri giorni, in un mosaico di storie avvincenti e originali. Filo conduttore di queste narrazioni è la mitica figura di Ismaele Cain, personaggio bizzarro, dotato di poteri al limite del sovrumano, e la ricerca della chiave di una sua ipotizzata immortalità
.Venti novelle, a cui si aggiunge un racconto cornice, che toccano ogni corda emotiva, dalla divertita ironia, al dramma, dalla paura alla soavità fiabesca, in un arazzo complessivo di grande fascino e curiosità.

Gli autori
Danilo Arona, Giuliana Borghesani, Cosma Brusco, Anna Capozzo, Agostino Contò, Simona Cremonini, Luca Ducceschi, Federico Fuggini, Enrico Gregori, Arnaldo Liberati, Enzo Macrì, Angelo Marenzana, Enrico Martini, Rossana Massa, Rosanna Mutinelli, Donatella Righi, Vittorio Rioda, Nicola Ruffo, Filippo Tapparelli, Gelmino Tosi, Martina Trevisan
Delmiglio Editore (Verona 2013)€ 14.00

Il libro è disponibile presso la Libreria Mondadori di Alessandria

giovedì 20 giugno 2013

Sulle strade del Kurdistan

di Enzo Macrì



All’inizio di ottobre 2012 una delegazione di 15 persone composta da medici, avvocati, imprenditori, sindacalisti, giornalisti proveniente da diverse parti d’Italia si è recata nella Regione Autonoma del Kurdistan irakeno, nel nord dell’Iraq. L’obiettivo principale era di conoscere meglio la realtà, in quella parte di Medio Oriente così travagliata e contraddittoria. Si volevano incontrare parlamentari, partiti e associazioni della società civile, vedere luoghi e siti, stabilire rapporti di collaborazione e di cooperazione, capire la realtà di una terra così carica di tensioni e di speranze. 

Il percorso ha compreso  le città di ERBIL (HEWLER, in kurdo), attuale capitale della regione autonoma del Kurdistan, che risale all’epoca assira e conta qualcosa come 7 mila anni di storia; HALABJA, la città martire, dove Saddam Hussein compì un vero e proprio genocidio della popolazione con i gas nervini; SULEIMANYA, seconda città del Kurdistan iracheno, centro commerciale, culturale e universitario di primaria importanza; il CAMPO PROFUGHI DI MAHMURA, dove vivono 13 mila persone  fuggite attraverso le montagne dalla distruzione dei loro villaggi nel Kurdistan turco e il campo profughi di Domiz, gestito dall’UNCHR sul CONFINE SIRIANO-IRACHENO, popolato da una sterminata tendopoli di profughi.  Avremmo voluto visitare anche KIRKUK, città contesa tra Curdi, arabi e turcomanni; città che i Curdi vorrebbero come loro capitale. L’abbiamo sfiorata, percorrendone la circonvallazione, ma erano i giorni degli scontri tra la Turchia e la Siria, le truppe irakene erano in preallarme, la tensione altissima, non ci è stato quindi consentito l’accesso  per ragioni di sicurezza.


Erbil,  capitale del Kurdistan iracheno

L’arrivo a Erbil  ci sorprende. Ci aspettavamo una città uscita da una guerra, una città che aveva per anni sopportato l’oppressione del regime di Saddam, una città che avesse ancora visibili i segni della sofferenza. E invece no. Strade grandi e pulite, traffico di una grande metropoli, palazzi in costruzione e gru dappertutto, segni di una grande esplosione economica. Erbil  è una città di 1.200.000 abitanti, sede del Parlamento e del Governo del Kurdistan, dominata  da un’antica cittadella fortificata risalente a 4000 anni fa, circondata da bellissime mura che sono oggetto di una completa ristrutturazione. 

Al centro della città, il bazar che si estende tutt’intorno in un labirinto di viuzze, con gli odori delle spezie, i colori delle stoffe e le abbaglianti botteghe degli orafi. E poi i banchi con la frutta frullata, da bere con la cannuccia in grandi bicchieri colorati,  i melograni snocciolati, da mangiare con il cucchiaio, gli immancabili carrettini con il kebab. Agli angoli improbabili cambiavalute con pacchi inverosimili di carta moneta. Il cambio, per la verità sempre corretto, è di 1500 dinari per un euro. Si mangia con poco. Un buon pasto può costare dai cinque ai dieci euro. Il taxi è monopezzo: 5.000 dinari (poco più di 3 euro) per qualsiasi spostamento in città.  La gente è gentile e si fa in quattro per farti sentire a tuo agio. Molti ci avvicinano con curiosità. Non capita spesso di vedere stranieri per le strade di Erbil. 

Un ragazzo mi chiede per quale squadra faccio il tifo. Faccio fatica a fargli capire che non ho una squadra preferita, poi mi rassegno e dico Juventus. Sa tutto della Juventus, di Buffon, grande portiere e di Del Piero che è andato a giocare in Australia, ma lui tifa Barcellona, la più grande squadra del mondo. Anche questo è forse il segno di una ritrovata normalità. 

Erbil, la capitale del Kurdistan irakeno  è la terza città dell’Iraq,  dopo Baghdad e Mossul. Veniamo ricevuti del vice presidente del Parlamento, Hassan Mohammad che ci accoglie cordialmente. “Oggi la situazione è molto cambiata rispetto al passato – dice con orgoglio – qui si può fare tutto liberamente, esattamente come in Europa. Si può uscire la sera e camminare per le strade senza alcun pericolo.  Centinaia di aziende si sono insediate in Kurdistan, molte sono italiane perché oggi sentono questo Paese più sicuro”. Dalla caduta di Sadam, nella regione autonoma del Kurdistan  si sono tenute per tre volte libere elezioni. Nel 2009 si sono presentati  ben 40 partiti.  Sono stati eletti  111 deputati con il sistema proporzionale, di cui 38 donne.  I due partiti maggiori – il PDK di Massud Barzani e il PUK di Jalal Talabani - hanno avuto  52 deputati; 23  sono i parlamentari del partito Goran ( Cambiamento) che si colloca all’opposizione con i due partiti musulmani che hanno un totale di 10 seggi; i rimanenti seggi sono suddivisi tra Assiriani, Armeni,  Comunisti e Socialisti. Il Governo deve affrontare una situazione molto difficile, soprattutto dal punto di vista delle risorse petrolifere, i cui proventi dovrebbero essere assegnati  alla regione autonoma nella misura  del 17%, ma in realtà, lamenta Mohammad Hassan, ne arriva circa l’11%,  perché il rimanente è trattenuto dal governo centrale di Bagdad. Dopo il 1991 e l’introduzione della “no fly zone” e poi con la liberazione dal regime di Saddam,  vi è stato uno sviluppo molto accelerato anche dal punto di vista democratico. “Prima di allora – dice il vicepresidente - c’era un solo capo (Saddam Hussein), un unico partito, una sola rete televisiva; oggi ci sono 40 partiti, 600 giornalisti in attività, nessuno è in carcere per motivi politici.  Sì, ci sono  gruppi islamici fondamentalisti che   tentano di ostacolare la democrazia, ma il controllo del territorio e l’attenzione continua fa sì che non possano nuocere”. A una precisa domanda sui rapporti con Bagdad, Hassan Mohammed si schernisce e riferisce diplomaticamente che dopo il 2003 sono cessati i contrasti con il governo centrale ed oggi l’Iraq ha un sistema federalista. Buoni i rapporti anche con la Turchia, aggiunge,  tanto che il 20% delle aziende del Kurdistan sono turche. Inevitabile quindi una domanda sulla possibilità in un futuro relativamente breve di riunificare  in un’unica entità le quattro regioni in cui è diviso il Kurdistan.  Non si sottrae alla risposta: “non sarà  facile dice -  è un nostro diritto, ma ereditiamo un assetto di confini dettato dalle grandi potenze coloniali. Noi curdi – aggiunge con amarezza -  siamo stati gli unici perdenti”. Non è mancato un accenno alla  questione siriana dichiarando diplomaticamente  che la posizione ufficiale del Kurdistan è quella di stare dalla parte del popolo siriano. Dopo l’incontro abbiamo avuto la possibilità di visitare liberamente gli uffici del parlamento, di incontrare e di parlare tranquillamente, senza alcun filtro con   numerosi deputati sia della maggioranza che dell’opposizione. In sostanza l’impressione è quella di una città in forte espansione, capitale di uno stato piccolo, ma orgoglioso, consapevole di rappresentare un sogno accarezzato per anni e anni,  difficile da realizzare, ma per la prima volta veramente a portata di mano. Gli equilibri sono difficili, tuttavia per la prima volta la bandiera del Kurdistan sventola senza problemi sui palazzi pubblici e il nome stesso di Kurdistan viene pronunciato pubblicamente senza timore e con orgoglio.

Halabja

Halabja, cittadina di 60.000 abitanti, sul confine con l’Iran, tristemente famosa perché lì si è compiuto un vero e proprio genocidio. E’ considerata la città martire del Kurdistan iracheno. Il 16 ed il 17 marzo  del 1988, durante la guerra tra Iraq e Iran,  la città e i villaggi che la circondano furono bombardati a tappeto dall’aviazione irachena. Le bombe contenevano un composto chimico letale, un miscuglio di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici. Ci furono almeno 12.000 vittime, tutte civili, in massima parte anziani, donne e bambini. Oggi a Halabja è stato realizzato un museo,  monumento elevato contro la barbarie.  C’è una grande lapide in marmo nero con le migliaia di nomi delle vittime e ci sono le fotografie delle persone  colte dalla morte nella loro quotidianità.  Madri che tentavano di proteggere i loro bambini, corpi disseminati per le strade nel vano tentativo di fuggire, famiglie colte nella loro intimità domestica. I danni di quelle bombe vengono trasmessi ancora oggi dai sopravvissuti alle nuove generazioni. Danni neurologici, malformazioni, tumori, leucemie. E danni psicologici, non meno importanti di quelli fisici. Vicino al museo c’è un centro di riabilitazione delle vittime, tenuto da una ONG indipendente con uno staff di medici e psicologi in prevalenza tedeschi.  Il 90% degli assistiti è affetto da danni psichici, accompagnati da problemi polmonari, respiratori, oftalmici e dermatologici. Gli operatori si recano gratuitamente presso le abitazioni dei pazienti dando loro assistenza medica e psicologia e, in caso di necessità,  li indirizzano   ai vicini ospedali per le analisi del caso e le cure specialistiche. Ci inerpichiamo sulle pendici di quei monti, passiamo attraverso i villaggi tra ali di bambini curiosi e di adulti che ci salutano sorridenti sulle porte di casa. Sembra impossibile che quei luoghi così belli e quella gente gentile abbiano potuto, solo pochi anni fa essere vittime di un orrore così grande. Eppure non c’è famiglia che non abbia avuto qualche vittima al suo interno. Le ferite sono ancora aperte e non è bastata la caduta di Saddam per lenire il dolore. Ci vorranno anni e anni e più di una generazione perché possano rimarginarsi.

Sulemanya
Sulemanya e’ il capoluogo della provincia omonima che corre fino al confine con l’ Iran. È’ la seconda città del Kurdistan dopo la capitale. È’ un centro culturale e universitario molto vivo. E’ in piena espansione, sede del secondo museo archeologico dell’Iraq  per importanza, dopo quello di Baghdad. 

Un autentico viaggio nel tempo, dalla preistoria ai primordi della storia con inestimabili tesori. Stoviglie e armi di quarantamila anni fa, oggetti d’oro e d’argento provenienti dalla mitica città di Ur, tavolette con frammenti del Gilgamesh risalenti a 2500 anni prima di Cristo, il codice di Hammurabi. La civiltà dei Sumeri, degli assiri e di Babilonesi. E la civiltà dei Medi, i progenitori dei Curdi. La civiltà della mezzaluna fertile, l’Eden, tra il Tigli e l’Eufrate. Camminare tra quei reperti mette un senso di soggezione e di rispetto. Si parla piano, per non disturbare, quasi intimoriti, come sospesi, galleggiando sul mare del tempo.  Il museo è tenuto da uno staff di persone preparate e gentili. Due ragazze che fanno da guida illustrano i vari reperti con proprietà di linguaggio e dovizia di particolari. Si vede che svolgono il loro lavoro con passione e dedizione. “Purtroppo i visitatori sono molto rari, ma cresceranno – ci dice con fiducia la direttrice -  lo staff del museo è pronto a riceverli, inoltre è quasi ultimata la nuova sede del museo, moderna e funzionale”. A Suleymanya c’era, al tempo si Saddam, uno dei più terribili e famigerati carceri utilizzati dal regime per controllare e terrorizzare l’opposizione: l’ Amna Suvaca, chiamato anche il carcere rosso. Rosso come il sangue di coloro che vi sono stati incarcerati e come la polvere presente dovunque. Polvere e mattoni, polvere e filo spinato, polvere e finestre crivellate dalle pallottole. Polvere dappertutto. Polvere che ti toglie il fiato e ti annebbia la vista.  Attraversare il  cancello d’ingresso mette ancora oggi un po’ di timore.  All’interno saltano subito agli occhi  i grandi caseggiati che recano ancora i segni della battaglia ingaggiata dai peshmerga (i partigiani curdi) e dalla popolazione che nel 1991 diedero l’assalto al carcere.  Due giorni di combattimenti, ma alla fine furono liberati 1500 prigionieri e il carcere cessò di essere prigione. 

All’interno di uno dei  caseggiati ci sono alcune celle,  minuscole e completamente spoglie. Ospitavano, nello spazio di soli 3 metri quadrati 4 o 5 persone destinate al patibolo. Le altre celle, sotterranee,  erano destinate ai  detenuti che dovevano affrontare una  lunga detenzione. Buie e maleodoranti, senza quasi luce, i prigionieri vi restavano per anni, senza contatti con l’esterno e senza sapere che fine avrebbero fatto. Un piccolo finestrino in alto, irraggiungibile, veniva mascherato per non permettere al sole di filtrare. A lato  delle celle, le camere  di tortura, insonorizzate per non far udire le grida. Le donne venivano regolarmente stuprate e quelle che rimanevano incinte partorivano i figli in carcere. I bimbi venivano a volte portati via, altre volte lasciati con le madri nelle celle, dove crescevano nelle stesse misere condizioni. Prigionieri fin da piccoli, senza alcuna colpa. Oggi quel luogo orribile, causa di grandi sofferenze e’ stato trasformato in museo,  luogo di memoria collettiva. “Perchè non succeda mai più”, dice uno dei soldati di guardia che ci fa da improvvisato cicerone. Uscendo nel grande cortile,  un gran numero di carri armati e mezzi antiaerei in disuso di produzione sovietica e svedese danno il segno di quella che avrebbe dovuto essere la potenza militare del regime di Saddam Hussein e della battaglia che lì si è consumata. Quando il carcere fu liberato, la città intera irruppe all’interno. Non c’era famiglia che non avesse avuto un parente che non fosse stato imprigionato o fosse morto in quelle celle. Ma molti carcerieri, all’ultimo momento  riuscirono a fuggire  scambiando  i loro vestiti con quelli dei detenuti, approfittando dei momenti di concitazione.  “Gli insorti razziarono tutto ciò che fu possibile razziare - racconta Said Lukman, la nostra guida, che seppur giovanissimo, all’epoca, aveva partecipato all’insurrezione - molti presero le armi abbandonate dai soldati, altri mobili o supellettili,  io – aggiunge con un sorriso – con l’aiuto di mio fratello, presi un sacco con 50 chili di lenticchie. La famiglia era povera e la fame era tanta!

Mahmura
A 55  chilometri da Hewler (Erbil),  in mezzo al deserto iracheno, si estende il campo profughi di Mahmura. 

Case in muratura, tirate su alla meglio, con blocchi di cemento di grandi dimensioni  e con i tetti di paglia e teli di plastica per non far passare l’acqua. Caldo d’estate e freddo d’inverno. Una sorta di piccola città senza fogne e con le strade sconnesse di terra battuta. Qui lo sviluppo economico non è arrivato.  Il pensiero corre ad  altri campi profughi e ad altre case fatte di blocchi di cemento tirati su alla svelta, uno sull’altro, per dare un riparo che avrebbe dovuto essere provvisorio e che invece è diventato permanente: i campi dei profughi palestinesi alla periferia di Gerusalemme. 


A Mahmura vivono, dagli anni novanta, in stato di grande povertà, oltre 12.000 persone, fuggite attraverso le montagne dalla distruzione dei loro villaggi nel Kurdistan turco e provenienti in massima parte dalle  Sirnack e Hakkari.  Per sette volte hanno costruito e abbandonato il loro campo, poi si sono fermati a Mahmura. Terra di serpenti e di scorpioni, ci dicono, ma comunque terra, sulla quale si può vivere. Il campo e’ organizzato  come una vera e propria città, con un Sindaco e 15 consiglieri, di cui  5 donne. Un’ Assemblea generale,  composta da 81 persone, eletta ogni 2 anni  si riunisce periodicamente ogni 2 mesi per affrontare i problemi che mano a mano si presentano alla comunità. Il campo è diviso in piccoli quartieri, ciascuno con  il suo rappresentante. 

Tutti coloro che svolgono funzioni pubbliche lo fanno senza ricevere alcun compenso. Il governo curdo riconosce questo campo e le Nazioni Unite (UNHCR) hanno costruito una scuola e un ambulatorio e  forniscono   derrate alimentari e medicinali. La maggior parte degli uomini  si reca tutti i giorni fuori dal campo per lavorare, soprattutto  nel settore dell’edilizia.  Per  entrare o uscire  dal campo bisogna possedere un permesso, una sorta di documento di identità, riconosciuto congiuntamente dalle autorità del campo, dall’Unhcr e dal governo kurdo. Un ospedale vero e proprio non c’è, ma solo un piccolo ambulatorio aperto quattro ore al giorno. In caso estrema di necessità, i malati vengono inviati a Erbil, a ore di strada. Il medico e l’infermiera che ci accolgono nella struttura spiegano che ci sono seri problemi di salute che derivano soprattutto dalla mancanza  di acqua potabile, per la  presenza di  soda caustica nella falda e  dalla mancanza di fognature.  Le malattie sono  frequenti, soprattutto il cancro del colon, problemi renali, l’artrosi, il diabete ed l’ipertensione. Ci chiedono esplicitamente di farci carico di un progetto per la costruzione di un piccolo ospedale con dieci posti letto, una sala operatoria e alcuni macchinari diagnostici indispensabili. Non ce la sentiamo proprio di dire di no e facciamo una promessa. La cosa più sorprendente a Mahmura è il numero di bambini e di giovani che vivono nel campo: oltre  un terzo della popolazione.


Il campo è dotato  di  quattro nidi, quattro scuole elementari,  una scuola media e un liceo  con oltre 300 studenti.  Il 90 % dei ragazzi frequenta la  scuola  e il 98% della popolazione sa  leggere e scrivere; molti ragazzi vanno all’università  di Erbil alla quale  si accede   con un esame di ingresso che accerta, tra le altre competenze, la conoscenza della lingua sorani. Gli studenti imparano anche il  curdo  kurmangi e al liceo studiano anche l’arabo e l’inglese. 

Gli insegnanti sono tutti appartenenti  al campo ed organizzano fra di loro corsi di aggiornamento. Il liceo è stato appena costruito dall’UNHCR strappando al deserto un pezzo di terra scura per metterci sopra moderne palazzine  con le aule che danno su  un grande cortile.  

I ragazzi che incontriamo sono  seri, attenti, disponibili. Suona la campanella dell’intervallo e si ritrovano nel grande cortile, a gruppi per chiacchierare e per scherzare,  facendo comunella, come tutti i ragazzi del mondo. Qualcuno di loro andrà all’università, a spese della comunità e poi tornerà e per due anni, come una tacita regola dice,  lavorerà gratis per la collettività.  Sembra il Paese di Utopia e invece laggiù a Mahmura, in pieno deserto, in una terra popolata da serpenti e scorpioni, in un posto che non esiste sulle carte geografiche, pare proprio che l’Utopia sia diventata realtà. Sulla strada del ritorno, come al solito, facciamo  il punto della giornata e abbiamo negli occhi i volti di quei ragazzi e i visi sorridenti della gente che vedendoci passare  ci ha salutato per strada, facendo il caratteristico segno a V con indice e medio alzati. Ci diciamo che l’ospedale sarà un’impresa difficile da portare a termine, forse superiore alle nostre forze, tuttavia abbiamo promesso e… una promessa si deve mantenere.

Il campo profughi di Domiz  alla  periferia di  Dhok

Su un vasto altopiano a 1500 metri sul livello del mare, a Domiz, alla periferia di Dhok, sul confine con la Siria,  si estende una grande tendopoli dell’UNHCR (Nazioni Unite) dove  sono accampati oltre tremila rifugiati.  Faysal Ahmed, di mestiere  insegnante, profugo proveniente da Romada, in Siria, è il responsabile del campo. Ci spiega  che gli abitanti del campo sono tutti profughi curdi siriani  provenienti per la maggior parte da Qamisli, cittadina al di là del confine. Molti sperano  di tornare in Siria dopo la caduta del regime di Assad, ma  i più poveri, dice con amarezza, quelli che non hanno lasciato nulla al di là del confine, se non i ricordi di privazioni e umiliazioni, cercheranno un futuro migliore nella  terra che li ha accolti e che possono finalmente chiamare Kurdistan senza timore. 




Parole di speranza, nonostante il campo sia una grande tendopoli e l’inverno è molto freddo. Ma essere accolti da un sorriso amico e ricevere in breve tempo un documento di identità che per anni era stato negato oltre confine, da’ speranza e anche una tenda provvisoria può sembrare l’inizio di una nuova vita e non una condizione di assoluta precarietà. Il documento da’ un’identità, la certezza di esistere e contare qualcosa, la possibilità di muoversi liberamente e di cercare un lavoro e magari di trovarlo. Un piccolo, semplice documento di identità che dovrebbe essere  una cosa normale, laggiù, a  Domiz, al confine con la Siria è la vita. 

Al campo,  a solo un’ora di cammino dal confine, ogni giorno arrivano  un centinaio di persone.Non è difficile passare la frontiera  e i peshmerga, sulle montagne,  non pongono nessun ostacolo. Nel campo ci sono tutti i servizi essenziali. L’ambulatorio medico, che oltre che effettuare le visite, distribuisce i medicinali, è cogestito da medici inviati dal governo e da  “Medici senza frontiere”.  Vengono assistite più di 200 persone al giorno. Sono molto comuni la gastroenterite, la dissenteria e non mancano problemi epidermici.  I medici,  impegnati 24 ore al giorno, con turni di 8 ore, prestano tutti  la loro attività gratuitamente. In ogni tenda ci sono, di solito, quattro persone; alle famiglie con più di cinque membri vengono assegnate due tende. Il cibo viene distribuito e poi ciascuno lo cucina da sé mantenendo così, per quanto possibile,   una parvenza di “normalità” nella vita di tutti i giorni. Intorno i bambini, tanti bambini, che alla vista di un gruppo di stranieri, dopo un primo approccio che potremmo chiamare “di studio”, prendono confidenza e si lanciano in una inaspettata “manifestazione” contro il regime di Assad, al grido scandito di “libertà, libertà”… “Assad vattene”!  Un gioco, liberatorio e chiassosissimo, sotto gli occhi un po’ preoccupati e un po’ compiaciuti degli adulti.L’impressione complessiva è quella di una comunità povera di mezzi, ma ricca di aspettative. Sguardi sorridenti, nonostante tutto, persone disponibili a farsi fotografare e a parlare, senza riserve, della loro condizione e delle loro speranze.  

Una famiglia, che sta consumando il magro pasto ci invita “a pranzo” nella tenda con una certa insistenza. Siamo commossi da tanta ospitalità, vorremmo accettare, un po’ per cortesia e un po’ per condivisione, ma si è fatto tardi e gli autisti ci ricordano che Erbil è a oltre quattro ore di strada e che arriveremo di notte. Ce ne andiamo, a malincuore, stringendo le mani e ricambiando i sorrisi.  Tutti ci chiedono una sola cosa: di parlare di loro e del loro campo al nostro ritorno a casa, di non dimenticarli.

Mustafa Barzani


La strada che porta da Erbil a Barzan, il paese natale di Mustafà Barzani, una delle figure più importanti della rinascita curda, sale stretta e tortuosa tra i monti settentrionali del Kurdistan irakeno. Lì  si annidavano i partigiani, autentica spina nel fianco del regime di Saddam, il quale aveva giurato di non lasciare su quelle pendici neppure un albero, oltre che neanche un uomo. E ci aveva provato, a più riprese con napalm, bombe convenzionali, armi chimiche. Anfal fu il nome dato  a una serie di operazioni militari, otto in tutto, condotte in sei aree geografiche distinte, fra l’aprile e il settembre del 1988. Il comando delle operazioni era affidato a Ali Hassan Al Majid, meglio conosciuto come “Alì il chimico”.  I villaggi venivano svuotati, le famiglie smembrate, gli uomini separati dalle donne e dai bambini. Furono distrutti  1.200 villaggi e a tutt’oggi mancano all’appello 182 mila persone, sepolte probabilmente in ignote fosse comuni. Il cimitero delle ottomila  vittime di cui si sono recuperati i corpi, si trova sopra una collina, con lunghe file di semplici lapidi, con una piccola iscrizione su ciascuna,  tra l’erba gialla, nel silenzio. Saddam perpetrò le stragi e bruciò le montagne, ma non riuscì mai a completare la sua follia. Oggi centinaia di migliaia di nuovi alberi sono stati ripiantati e riempiono di macchie verdi le pendici dei monti. Nei prossimi anni, crescendo, ridaranno vita e forza a quelle terre, quasi come metafora della  rinascita di una nazione, calpestata, ma non vinta, caparbia e piena di speranza nel futuro. 


domenica 31 marzo 2013

CIO' CHE TI APPARTIENE


di Enzo Macrì
Il telefono squillò e fu come  una frustata di adrenalina. Euforia pura, esagerata, irrazionale,
Ogni volta che squillava mi faceva quell’effetto. Esitai un attimo a rispondere. Sarà l’ospedale, pensai, rimanendo con la mano a mezz’aria sopra la cornetta.
“Pronto, chi parla” dissi con la voce tremante.
“Ciao, sono la mamma, come va”? 
Va male, mamma, come vuoi che vada! – pensai.
“Bene, mamma, tutto bene, stai tranquilla”
“E’ un po’ che non ti fai vedere, piccolina, perché non vieni a trovarmi uno di questi giorni?
Da anni ormai non sono più la tua piccolina, pensai.
“Va bene, mamma, uno di questi giorni vengo”
“Esci un po’, un diversivo ti farebbe anche bene, stai sempre chiusa in casa! ”
Mamma, dai,  non mi stressare.
“Va bene, va bene, ti ho detto che vengo, stai tranquilla”
“E Paolo lo vedi ancora?
Mamma, sei sempre la solita curiosa, il vizio non lo perdi mai?
“Si, mamma, ogni tanto ci vediamo”
“Ogni tanto! Dovresti vederlo più spesso. E’ un bravo ragazzo e ti vuole bene!”
Maledizione, ma perché non ti fai gli affari tuoi?
“Oh, mamma, lo sai, non voglio coinvolgerlo troppo, almeno fino a quando tutto sarà finito”.
“Piccolina… Ci pensi sempre, lo so, ma devi vivere nonostante tutto,  non puoi aspettare e basta. Chiamalo, promettimi che lo chiami”.
Cazzo mamma, quando la smetterai di ficcare il naso nella mia vita!
“Ok, ok, ti prometto che lo chiamo, uno di questi giorni lo chiamo. Ora scusami, mamma, ma devo andare. Ci sentiamo”.
“Ve bene, ciao piccolina. Se hai novità chiamami subito. Un bacio…”
E dagli con la piccolina.
“Ciao, mamma, si ti chiamo, ti bacio anch’io”
Riagganciai.
Chissà, forse la mamma aveva ragione, forse ero troppo sola. Certe cose si affrontano meglio in due. Isolarsi poteva solo peggiorare le cose. Volevo bene a Paolo, ma non mi sembrava giusto coinvolgerlo troppo nella mia vita. Troppo rischioso. Se qualcosa fosse andato storto? No, in fondo era giusto così, un rapporto sul filo dell’amicizia. Sincera, ma mai totale, mai incondizionata. E per l’amore ci sarebbe stato tempo. Dopo. Forse.
Andai alla finestra, come facevo spesso. Passavo le ore a guardare la strada fissando un punto indistinto, lasciandomi trasportare dai pensieri.
Si, lo so, certi pensieri non avrebbero dovuto neanche sfiorarmi. Non è morale, pensavo. Eppure che ci potevo fare? Era più forte di me. Mors tua vita mea  dicevano i latini. Mi sorprendevo a immaginarmi un incidente. Mortale. Non sapevo neppure chi fosse la vittima, eppure la volevo morta. Ma non morta morta, solo un poco. Avevo bisogno di una parte di lei e me la doveva dare bella sana e non deteriorata. Avevo bisogno del cuore di un’ignota vittima dei miei pensieri. Ero troppo stanca di camminare a piccoli passi e bere a piccoli sorsi. Non ne potevo più delle mie unghie blu e del fiato che non mi bastava mai. Volevo solo una vita normale, correre, ballare, cantare. Gridare magari. Ero stanca di guardare il telefono, come se fissarlo continuamente potesse farlo squillare. Stare in casa era diventato asfissiante. Sembrava di essere nel braccio della morte, aspettando la grazia o la condanna definitiva. Da tre anni, ormai, ero in  lista di attesa, ma i donatori erano pochi e i malati tanti. E poi c’era sempre qualcuno più malato di me che aveva la precedenza. E le mie dita erano sempre più blu e il mio fiato sempre più corto.
Andai allo stereo e misi De Andrè. “E mai poter bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti….” Mi auto commiseravo riconoscendo me stessa nel personaggio della canzone. Con De Andrè riuscivo sempre a toccare il fondo dell’autocommiserazione. Mi dava un po’ di sollievo la consapevolezza che qualcuno capiva, forse, la mia sofferenza. Ma poi pensavo che in fondo non era giusto, io non ero il centro del mondo, i malati come me, solo in Italia erano più di diecimila e tutti aspettavano un trapianto.  Ma non c’era nulla da fare, dal profondo tornava strisciante e subdolo quel pensiero e immaginavo ancora la morte di un  povero inconsapevole donatore e immaginavo che il cuore arrivava in ospedale sano e palpitante e che i medici dicevano che andava bene e che era per me e mi chiamavano al telefono. “Venga subito - mi dicevano - c’è il cuore, facciamo il trapianto”. E poi mi assaliva il senso di colpa, come se lo avessi ucciso io con le mie mani, per davvero e non con la fantasia. Mi incupivo  e passavo  le ore ammutolita, sconvolta dall’assurdità dei miei pensieri. E comunque il sogno era sogno e la realtà tutt’altra cosa.
Le mie giornate erano lunghe e grigie, scandite dai farmaci.  Aspettavo la pioggia per uscire e fare qualche breve passeggiata. La pioggia mi dava sollievo, era triste, come me. Il sole mi irritava. Vedevo la gente correre, affannarsi e mi sembrava tutto così assurdo. Io non ero di questo mondo, appartenevo a un universo parallelo sconosciuto agli altri. Con la pioggia era tutto più lento, ovattato. C’era come una patina che livellava le immagini e i colori. Anche i suoni avevano un timbro sordo, come il battito del mio cuore. Uscivo solo quando non potevo proprio farne a meno e poi tornavo a casa, nel braccio della morte, in compagnia dei miei pensieri e della mia tristezza. 
Squillò di nuovo il telefono. Come sempre l’adrenalina salì, facendomi tremare le mani.
“Pronto” risposi con un filo di voce.
“Pronto, la signorina Lucia Palmieri? Qui è l’ospedale, reparto cardiologia. Abbiamo un cuore adatto a lei. Venga subito. Facciamo il trapianto”.
Ammutolii. Non trovavo le parole. La lingua improvvisamente secca e il mio cuore malato che sembrava un tamburo africano. Bum, bum, bum, mi rintronava nelle orecchie.
“Pronto, signorina, mi ha sentito?”
Ti ho sentito, certo che ti ho sentito, ma dammi il tempo di realizzare.
 “Ho sentito, si grazie… preparo la valigia e arrivo”.
“Bene, venga subito in reparto. Ha qualcuno che l’accompagna?”
Ecco un’altra che non si fa gli affari suoi.
“Si, certo, mi faccio accompagnare”.
“Bene, l’aspettiamo, a presto…”
Rimasi a fissare il telefono per qualche minuto. Dovevo andare. Non da sola. Si, forse era giunto il momento di condividere un po’ della mia vita con qualcuno.
Alzai la cornetta e composi il numero.
 “Pronto, chi parla”?
 “Ciao, Paolo, sono Lucia…”
“Lucia, che piacere sentirti…”
“Paolo, il momento è arrivato. Mi ha chiamato l’ospedale, c’è il cuore, faccio il trapianto”.
“Quando”?
“Subito, devo andare subito in ospedale”
“Vengo a prenderti, ti accompagno”
 “Grazie, Paolo, se non ti dispiace”
“Ma che dici, mi fa piacere. Prepara la valigia, due minuti e sono lì”.
“Ok, mi preparo”
Misi nella valigia un po’ di cose che mi pareva dovessero servirmi. Cosa serve a un trapiantato? La camicia da notte o il pigiama? Lo spazzolino e il dentifricio, un asciugamano, qualche ricambio di biancheria… Un paio di libri. Potrò ancora leggere libri, dopo? Ci sarà un dopo? Scacciai il pensiero come un insetto molesto. Intanto suonò il campanello. Paolo era già arrivato.
La mamma, devo chiamare la mamma, pensai.
“Aspetta un attimo, Paolo – dissi al citofono -  devo chiamare la mamma e avvisarla”
“Ok, intanto salgo e ti prendo la valigia”
Feci il numero.
“Pronto…”
E adesso che le dico?
“Ciao, mamma, sono io… E’ arrivato”
Non mi chiede cosa… ha già capito.
“Devi andare  in ospedale?
Certo che devo andare in ospedale, che domanda è?
“Si mamma, devo andare in ospedale”
“Piccolina… ti accompagno”
Vabbè, dai, sempre piccolina, ma questa volta ti perdono.
“Grazie, mamma, ma non c’è bisogno… Mi accompagna Paolo”
“Paolo? Brava, sono contenta. Va bene, allora mi preparo e ci vediamo poi in ospedale”
“Ok, ciao”
Andai alla porta e aprii. Paolo mi abbracciò, teneramente, come non aveva mai fatto. Il momento tanto atteso era arrivato. Gli anni passati ad aspettare, i cattivi pensieri, le ore di angoscia si scioglievano, nel calore di quell’abbraccio, come zucchero nell’acqua. Si, dopo, se ci fosse stato un dopo, ci sarebbe stato anche posto per l’amore. Ma non era il momento ancora di pensarci. L’auto volò i semafori e gli stop. In pochi minuti fummo all’ospedale. Mi spogliarono, mi fecero le analisi, mi prepararono per la sala operatoria. Io ero come in un limbo, quasi estranea a ciò che succedeva. Lasciavo fare, non sentivo più nulla, il mondo intorno a me sembrava non esistere. Poi venne un’infermiere e mi attaccò una flebo,  un medico mi parlò di qualcosa che non riuscii bene a capire. Poi fu il buio.

Bip, bip, bip….
Che strano suono.
Bip, bip, bip…
Dove sono? Perché e tutto buio?
Gli occhi, devo aprire gli occhi…
Bip, bip, bip….
“Si sta svegliando”
Chi si sta svegliando? Io?
Bip, bip, bip….
No, io non mi sveglio… Lucia, si sta svegliando…
 “Apre gli occhi, ecco apre gli occhi”
Bib, bip, bip…
No, Lucia è stanca e non si sveglia… Lucia è troppo stanca …
“Lucia, Lucia… Ci sei? Apri gli occhi …”
Chi è questo, che vuole da me? Mmmm… Adesso li apro…
“Lucia! Lo so che ci sei, dai, svegliati…”
Ma si, ma si, non sono mica sorda… Adesso mi sveglio! Mi sveglio e apro gli occhi. Ho capito!
 “Dai, Lucia, forza… E’ andato tutto bene, svegliati…”
Tutto bene! Bene che cosa? Che cosa dice questo? Adesso comincio a socchiudere un occhio, tanto per provare. Ma non mi faccio accorgere, così se il tipo non mi piace dormo ancora un po’. Ecco, adesso lo apro…
Mmm… che luce! Cos’è questa luce? E chi è questo signore vestito di bianco? Dove sono? In Paradiso, devo essere in Paradiso… O almeno di là. Ma no, sono di qua… E questo è un dottore. E io sono Lucia. Il cuore! Ho un cuore nuovo! Allora ha funzionato, ho un cuore nuovo. E’ andato tutto bene!

Già, era andato tutto bene. O quasi.
Dopo ancora qualche giorno di ospedale andai in una clinica specializzata per la convalescenza. Era un bel posto, con i pini e il mare. Un mese di assoluto riposo, a passeggiare e respirare l’aria di una nuova vita. Avrei dovuto essere felice, raggiante. E invece no. C’era qualcosa che non quadrava. Recuperavo le forze giorno dopo giorno, ma l’umore no. Più passava il tempo e più mi sentivo oppressa da un qualcosa di indecifrabile. C’era come un’ombra che mi copriva il cuore. Quel cuore, tutto nuovo e palpitante, mi pesava come un macigno. Non era questo che mi aspettavo. Eppure tutto funzionava a meraviglia. Il cuore nuovo era perfetto, la crisi di rigetto, con i farmaci, inesistente. Avevo  vicino una mamma premurosa e un compagno che mi voleva bene. Avrei dovuto essere euforica e invece no. Ero più cupa di prima.
“Ora la mandiamo a casa” - mi dissero i medici un giorno -  vedrà, nel suo ambiente, poco alla volta le tornerà l’entusiasmo e si renderà conto di essere una donna nuova.
Nuova! Già, mi sembrava proprio di essere una donna nuova. Tornai a casa, ma nulla era più come prima. Non trovavo sollievo neppure nelle canzoni di De Andrè. Non guardavo quasi  più dalla finestra. A che scopo? Il mondo girava là fuori e io non c’ero. Lucia non c’era più, un’altra aveva preso il suo posto. Cosa mi era successo?
Non rispondevo quasi  più al telefono. Facevo lunghe dormite  e quando ero sveglia me ne stavo raggomitolata sulla poltrona nella penombra. Poi, un giorno, all’improvviso cominciai ad aver paura dello specchio. L’immagine che mi ritornava non era la mia. Avevo i fianchi larghi e il ventre gonfio. Il viso   improvvisamente arrotondato con le guance cadenti. L’espressione di stupore iniziale si trasformò in orrore trasfigurando la faccia in  una smorfia. Che cosa mi stava succedendo? Quella che vedevo non ero io, ma un’immagine distorta di una persona che non conoscevo. O era distorta la mia mente. Poi cominciai a rifiutare il cibo. Il solo pensiero di mangiare mi faceva venire la nausea. Mi vedevo grassa, obesa. Non mi piacevo e pensavo di non piacere neanche agli altri. Dovevo assolutamente dimagrire e per farlo scelsi la strada più breve. E più pericolosa. Saltavo i pasti. E meno mangiavo e più mi vedevo grassa.  Mi sembrava di avere gli occhi del mondo su di me. Mi pareva di essere osservata, derisa. Paranoie, pensavo, sapevo che non era reale quello che mi stava succedendo, ma appena uscivo di casa, quando proprio non ne potevo fare a meno, mi voltavo e vedevo occhi che mi fissavano, ammiccamenti e sorrisetti appena accennati nella mia direzione. Tornavo a casa e mi richiudevo in me stessa. La mamma e Paolo mi stavano vicini cercando di farmi mangiare qualcosa, ma trovavo sempre qualche scusa. Portavo il cibo in un’altra camera e lo gettavo via. Quando ero costretta a sedere a tavola ingoiavo qualche cosa di malavoglia e appena possibile mi chiudevo in bagno, mi infilavo due dita in gola provocando  il vomito. Era un inferno, ma non potevo farci niente. Ero entrata in una spirale dannata e non sapevo come uscirne. Ma era come se tutto questo succedesse a un’altra persona. Mi guardavo soffrire senza poter intervenire. Quella non ero io. Non ero PIU’ io. A poco a poco un’idea mi si insinuò nella mente. Tutto era cominciato dopo il trapianto, come se il cuore nuovo mi avesse cambiata.  Un’idea folle cominciò a martellarmi. Non è possibile, mi dicevo, eppure non c’era altra spiegazione. Di chi era stato il “mio” cuore nuovo?  Chi era il mio sconosciuto donatore? Come era morto?
Telefonai in ospedale, ma mi dissero che non potevano darmi nessuna informazione, era contro la legge. Maledizione, pensai, si tratta del “mio” cuore, ho diritto di sapere! Passai notti insonni a rimuginare, poi ebbi l’idea. Un trapianto deve essere eseguito dopo breve tempo dall’espianto, pensai, altrimenti il cuore muore. Pensai che non avrebbe avuto senso fare arrivare il cuore da molto lontano, magari con l’aereo, non c’era l’urgenza. Doveva essere successo un incidente mortale in una zona relativamente vicina alla mia città il giorno del mio trapianto. O al massimo il giorno prima.  Mi misi al lavoro cercando su internet gli archivi dei giornali locali partendo dalla mia città e poi spostandomi un po’ più lontano, come con cerchi concentrici. Passai ore a leggere le notizie, schermate su schermate. Nulla. Qualche incidente c’era stato, ma nessun articolo parlava di donazione di organi. Stavo per rinunciare quando su un quotidiano del capoluogo l’occhio andò a una colonnina a fondo pagina. “M.A. di anni 25 si è lanciata dalla sua finestra del quinto piano. La morte è avvenuta dopo una  corsa disperata in ospedale. Da tempo soffriva di anoressia. I genitori hanno disposto per la donazione degli organi”. Un brivido mi attraversò la schiena. Eccola, è lei, pensai. Restai lì a fissare il giornale come se potessi scorgere tra le righe scarne la sua immagine. Sconosciuta M.A, quale parte di lei mi aveva donato? Il suo cuore. O il suo ego? Il suo essere  profondo e sconosciuto. O la sua anima? E la vidi, mentre si aggirava tra le stanze evitando il cibo, la vidi mentre fissava con orrore lo specchio. La vidi fuggire gli sguardi della gente e cercare gli angoli bui per poter scomparire. La vidi, mentre volava verso la strada finendo sul selciato, come stesse dormendo. Vidi l’ambulanza e l’ospedale, vidi il suo cuore che veniva portato via. Per me.  Provai un senso di vuoto, di profondo smarrimento. Chiamatelo senso di colpa o rimorso, se volete. Piansi. Mi avvicinai alla finestra e mi vidi scavalcare a mia volta e volare, con le braccia aperte, come fossero ali. Arrivo, sconosciuta M.A. pensai, arrivo e ti riporto ciò che ti appartiene.  Suonò il telefono.  Per un lungo attimo pensai con fastidio di non rispondere. Guardai la strada, guardai il telefono, poi lentamente voltai le spalle alla finestra, alzando la cornetta.






Il racconto è pubblicato nell'antologia STORIE DI GENTE A PEZZI - Delmiglio Editore - In vendita in libreria.