domenica 31 marzo 2013

CIO' CHE TI APPARTIENE


di Enzo Macrì
Il telefono squillò e fu come  una frustata di adrenalina. Euforia pura, esagerata, irrazionale,
Ogni volta che squillava mi faceva quell’effetto. Esitai un attimo a rispondere. Sarà l’ospedale, pensai, rimanendo con la mano a mezz’aria sopra la cornetta.
“Pronto, chi parla” dissi con la voce tremante.
“Ciao, sono la mamma, come va”? 
Va male, mamma, come vuoi che vada! – pensai.
“Bene, mamma, tutto bene, stai tranquilla”
“E’ un po’ che non ti fai vedere, piccolina, perché non vieni a trovarmi uno di questi giorni?
Da anni ormai non sono più la tua piccolina, pensai.
“Va bene, mamma, uno di questi giorni vengo”
“Esci un po’, un diversivo ti farebbe anche bene, stai sempre chiusa in casa! ”
Mamma, dai,  non mi stressare.
“Va bene, va bene, ti ho detto che vengo, stai tranquilla”
“E Paolo lo vedi ancora?
Mamma, sei sempre la solita curiosa, il vizio non lo perdi mai?
“Si, mamma, ogni tanto ci vediamo”
“Ogni tanto! Dovresti vederlo più spesso. E’ un bravo ragazzo e ti vuole bene!”
Maledizione, ma perché non ti fai gli affari tuoi?
“Oh, mamma, lo sai, non voglio coinvolgerlo troppo, almeno fino a quando tutto sarà finito”.
“Piccolina… Ci pensi sempre, lo so, ma devi vivere nonostante tutto,  non puoi aspettare e basta. Chiamalo, promettimi che lo chiami”.
Cazzo mamma, quando la smetterai di ficcare il naso nella mia vita!
“Ok, ok, ti prometto che lo chiamo, uno di questi giorni lo chiamo. Ora scusami, mamma, ma devo andare. Ci sentiamo”.
“Ve bene, ciao piccolina. Se hai novità chiamami subito. Un bacio…”
E dagli con la piccolina.
“Ciao, mamma, si ti chiamo, ti bacio anch’io”
Riagganciai.
Chissà, forse la mamma aveva ragione, forse ero troppo sola. Certe cose si affrontano meglio in due. Isolarsi poteva solo peggiorare le cose. Volevo bene a Paolo, ma non mi sembrava giusto coinvolgerlo troppo nella mia vita. Troppo rischioso. Se qualcosa fosse andato storto? No, in fondo era giusto così, un rapporto sul filo dell’amicizia. Sincera, ma mai totale, mai incondizionata. E per l’amore ci sarebbe stato tempo. Dopo. Forse.
Andai alla finestra, come facevo spesso. Passavo le ore a guardare la strada fissando un punto indistinto, lasciandomi trasportare dai pensieri.
Si, lo so, certi pensieri non avrebbero dovuto neanche sfiorarmi. Non è morale, pensavo. Eppure che ci potevo fare? Era più forte di me. Mors tua vita mea  dicevano i latini. Mi sorprendevo a immaginarmi un incidente. Mortale. Non sapevo neppure chi fosse la vittima, eppure la volevo morta. Ma non morta morta, solo un poco. Avevo bisogno di una parte di lei e me la doveva dare bella sana e non deteriorata. Avevo bisogno del cuore di un’ignota vittima dei miei pensieri. Ero troppo stanca di camminare a piccoli passi e bere a piccoli sorsi. Non ne potevo più delle mie unghie blu e del fiato che non mi bastava mai. Volevo solo una vita normale, correre, ballare, cantare. Gridare magari. Ero stanca di guardare il telefono, come se fissarlo continuamente potesse farlo squillare. Stare in casa era diventato asfissiante. Sembrava di essere nel braccio della morte, aspettando la grazia o la condanna definitiva. Da tre anni, ormai, ero in  lista di attesa, ma i donatori erano pochi e i malati tanti. E poi c’era sempre qualcuno più malato di me che aveva la precedenza. E le mie dita erano sempre più blu e il mio fiato sempre più corto.
Andai allo stereo e misi De Andrè. “E mai poter bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti….” Mi auto commiseravo riconoscendo me stessa nel personaggio della canzone. Con De Andrè riuscivo sempre a toccare il fondo dell’autocommiserazione. Mi dava un po’ di sollievo la consapevolezza che qualcuno capiva, forse, la mia sofferenza. Ma poi pensavo che in fondo non era giusto, io non ero il centro del mondo, i malati come me, solo in Italia erano più di diecimila e tutti aspettavano un trapianto.  Ma non c’era nulla da fare, dal profondo tornava strisciante e subdolo quel pensiero e immaginavo ancora la morte di un  povero inconsapevole donatore e immaginavo che il cuore arrivava in ospedale sano e palpitante e che i medici dicevano che andava bene e che era per me e mi chiamavano al telefono. “Venga subito - mi dicevano - c’è il cuore, facciamo il trapianto”. E poi mi assaliva il senso di colpa, come se lo avessi ucciso io con le mie mani, per davvero e non con la fantasia. Mi incupivo  e passavo  le ore ammutolita, sconvolta dall’assurdità dei miei pensieri. E comunque il sogno era sogno e la realtà tutt’altra cosa.
Le mie giornate erano lunghe e grigie, scandite dai farmaci.  Aspettavo la pioggia per uscire e fare qualche breve passeggiata. La pioggia mi dava sollievo, era triste, come me. Il sole mi irritava. Vedevo la gente correre, affannarsi e mi sembrava tutto così assurdo. Io non ero di questo mondo, appartenevo a un universo parallelo sconosciuto agli altri. Con la pioggia era tutto più lento, ovattato. C’era come una patina che livellava le immagini e i colori. Anche i suoni avevano un timbro sordo, come il battito del mio cuore. Uscivo solo quando non potevo proprio farne a meno e poi tornavo a casa, nel braccio della morte, in compagnia dei miei pensieri e della mia tristezza. 
Squillò di nuovo il telefono. Come sempre l’adrenalina salì, facendomi tremare le mani.
“Pronto” risposi con un filo di voce.
“Pronto, la signorina Lucia Palmieri? Qui è l’ospedale, reparto cardiologia. Abbiamo un cuore adatto a lei. Venga subito. Facciamo il trapianto”.
Ammutolii. Non trovavo le parole. La lingua improvvisamente secca e il mio cuore malato che sembrava un tamburo africano. Bum, bum, bum, mi rintronava nelle orecchie.
“Pronto, signorina, mi ha sentito?”
Ti ho sentito, certo che ti ho sentito, ma dammi il tempo di realizzare.
 “Ho sentito, si grazie… preparo la valigia e arrivo”.
“Bene, venga subito in reparto. Ha qualcuno che l’accompagna?”
Ecco un’altra che non si fa gli affari suoi.
“Si, certo, mi faccio accompagnare”.
“Bene, l’aspettiamo, a presto…”
Rimasi a fissare il telefono per qualche minuto. Dovevo andare. Non da sola. Si, forse era giunto il momento di condividere un po’ della mia vita con qualcuno.
Alzai la cornetta e composi il numero.
 “Pronto, chi parla”?
 “Ciao, Paolo, sono Lucia…”
“Lucia, che piacere sentirti…”
“Paolo, il momento è arrivato. Mi ha chiamato l’ospedale, c’è il cuore, faccio il trapianto”.
“Quando”?
“Subito, devo andare subito in ospedale”
“Vengo a prenderti, ti accompagno”
 “Grazie, Paolo, se non ti dispiace”
“Ma che dici, mi fa piacere. Prepara la valigia, due minuti e sono lì”.
“Ok, mi preparo”
Misi nella valigia un po’ di cose che mi pareva dovessero servirmi. Cosa serve a un trapiantato? La camicia da notte o il pigiama? Lo spazzolino e il dentifricio, un asciugamano, qualche ricambio di biancheria… Un paio di libri. Potrò ancora leggere libri, dopo? Ci sarà un dopo? Scacciai il pensiero come un insetto molesto. Intanto suonò il campanello. Paolo era già arrivato.
La mamma, devo chiamare la mamma, pensai.
“Aspetta un attimo, Paolo – dissi al citofono -  devo chiamare la mamma e avvisarla”
“Ok, intanto salgo e ti prendo la valigia”
Feci il numero.
“Pronto…”
E adesso che le dico?
“Ciao, mamma, sono io… E’ arrivato”
Non mi chiede cosa… ha già capito.
“Devi andare  in ospedale?
Certo che devo andare in ospedale, che domanda è?
“Si mamma, devo andare in ospedale”
“Piccolina… ti accompagno”
Vabbè, dai, sempre piccolina, ma questa volta ti perdono.
“Grazie, mamma, ma non c’è bisogno… Mi accompagna Paolo”
“Paolo? Brava, sono contenta. Va bene, allora mi preparo e ci vediamo poi in ospedale”
“Ok, ciao”
Andai alla porta e aprii. Paolo mi abbracciò, teneramente, come non aveva mai fatto. Il momento tanto atteso era arrivato. Gli anni passati ad aspettare, i cattivi pensieri, le ore di angoscia si scioglievano, nel calore di quell’abbraccio, come zucchero nell’acqua. Si, dopo, se ci fosse stato un dopo, ci sarebbe stato anche posto per l’amore. Ma non era il momento ancora di pensarci. L’auto volò i semafori e gli stop. In pochi minuti fummo all’ospedale. Mi spogliarono, mi fecero le analisi, mi prepararono per la sala operatoria. Io ero come in un limbo, quasi estranea a ciò che succedeva. Lasciavo fare, non sentivo più nulla, il mondo intorno a me sembrava non esistere. Poi venne un’infermiere e mi attaccò una flebo,  un medico mi parlò di qualcosa che non riuscii bene a capire. Poi fu il buio.

Bip, bip, bip….
Che strano suono.
Bip, bip, bip…
Dove sono? Perché e tutto buio?
Gli occhi, devo aprire gli occhi…
Bip, bip, bip….
“Si sta svegliando”
Chi si sta svegliando? Io?
Bip, bip, bip….
No, io non mi sveglio… Lucia, si sta svegliando…
 “Apre gli occhi, ecco apre gli occhi”
Bib, bip, bip…
No, Lucia è stanca e non si sveglia… Lucia è troppo stanca …
“Lucia, Lucia… Ci sei? Apri gli occhi …”
Chi è questo, che vuole da me? Mmmm… Adesso li apro…
“Lucia! Lo so che ci sei, dai, svegliati…”
Ma si, ma si, non sono mica sorda… Adesso mi sveglio! Mi sveglio e apro gli occhi. Ho capito!
 “Dai, Lucia, forza… E’ andato tutto bene, svegliati…”
Tutto bene! Bene che cosa? Che cosa dice questo? Adesso comincio a socchiudere un occhio, tanto per provare. Ma non mi faccio accorgere, così se il tipo non mi piace dormo ancora un po’. Ecco, adesso lo apro…
Mmm… che luce! Cos’è questa luce? E chi è questo signore vestito di bianco? Dove sono? In Paradiso, devo essere in Paradiso… O almeno di là. Ma no, sono di qua… E questo è un dottore. E io sono Lucia. Il cuore! Ho un cuore nuovo! Allora ha funzionato, ho un cuore nuovo. E’ andato tutto bene!

Già, era andato tutto bene. O quasi.
Dopo ancora qualche giorno di ospedale andai in una clinica specializzata per la convalescenza. Era un bel posto, con i pini e il mare. Un mese di assoluto riposo, a passeggiare e respirare l’aria di una nuova vita. Avrei dovuto essere felice, raggiante. E invece no. C’era qualcosa che non quadrava. Recuperavo le forze giorno dopo giorno, ma l’umore no. Più passava il tempo e più mi sentivo oppressa da un qualcosa di indecifrabile. C’era come un’ombra che mi copriva il cuore. Quel cuore, tutto nuovo e palpitante, mi pesava come un macigno. Non era questo che mi aspettavo. Eppure tutto funzionava a meraviglia. Il cuore nuovo era perfetto, la crisi di rigetto, con i farmaci, inesistente. Avevo  vicino una mamma premurosa e un compagno che mi voleva bene. Avrei dovuto essere euforica e invece no. Ero più cupa di prima.
“Ora la mandiamo a casa” - mi dissero i medici un giorno -  vedrà, nel suo ambiente, poco alla volta le tornerà l’entusiasmo e si renderà conto di essere una donna nuova.
Nuova! Già, mi sembrava proprio di essere una donna nuova. Tornai a casa, ma nulla era più come prima. Non trovavo sollievo neppure nelle canzoni di De Andrè. Non guardavo quasi  più dalla finestra. A che scopo? Il mondo girava là fuori e io non c’ero. Lucia non c’era più, un’altra aveva preso il suo posto. Cosa mi era successo?
Non rispondevo quasi  più al telefono. Facevo lunghe dormite  e quando ero sveglia me ne stavo raggomitolata sulla poltrona nella penombra. Poi, un giorno, all’improvviso cominciai ad aver paura dello specchio. L’immagine che mi ritornava non era la mia. Avevo i fianchi larghi e il ventre gonfio. Il viso   improvvisamente arrotondato con le guance cadenti. L’espressione di stupore iniziale si trasformò in orrore trasfigurando la faccia in  una smorfia. Che cosa mi stava succedendo? Quella che vedevo non ero io, ma un’immagine distorta di una persona che non conoscevo. O era distorta la mia mente. Poi cominciai a rifiutare il cibo. Il solo pensiero di mangiare mi faceva venire la nausea. Mi vedevo grassa, obesa. Non mi piacevo e pensavo di non piacere neanche agli altri. Dovevo assolutamente dimagrire e per farlo scelsi la strada più breve. E più pericolosa. Saltavo i pasti. E meno mangiavo e più mi vedevo grassa.  Mi sembrava di avere gli occhi del mondo su di me. Mi pareva di essere osservata, derisa. Paranoie, pensavo, sapevo che non era reale quello che mi stava succedendo, ma appena uscivo di casa, quando proprio non ne potevo fare a meno, mi voltavo e vedevo occhi che mi fissavano, ammiccamenti e sorrisetti appena accennati nella mia direzione. Tornavo a casa e mi richiudevo in me stessa. La mamma e Paolo mi stavano vicini cercando di farmi mangiare qualcosa, ma trovavo sempre qualche scusa. Portavo il cibo in un’altra camera e lo gettavo via. Quando ero costretta a sedere a tavola ingoiavo qualche cosa di malavoglia e appena possibile mi chiudevo in bagno, mi infilavo due dita in gola provocando  il vomito. Era un inferno, ma non potevo farci niente. Ero entrata in una spirale dannata e non sapevo come uscirne. Ma era come se tutto questo succedesse a un’altra persona. Mi guardavo soffrire senza poter intervenire. Quella non ero io. Non ero PIU’ io. A poco a poco un’idea mi si insinuò nella mente. Tutto era cominciato dopo il trapianto, come se il cuore nuovo mi avesse cambiata.  Un’idea folle cominciò a martellarmi. Non è possibile, mi dicevo, eppure non c’era altra spiegazione. Di chi era stato il “mio” cuore nuovo?  Chi era il mio sconosciuto donatore? Come era morto?
Telefonai in ospedale, ma mi dissero che non potevano darmi nessuna informazione, era contro la legge. Maledizione, pensai, si tratta del “mio” cuore, ho diritto di sapere! Passai notti insonni a rimuginare, poi ebbi l’idea. Un trapianto deve essere eseguito dopo breve tempo dall’espianto, pensai, altrimenti il cuore muore. Pensai che non avrebbe avuto senso fare arrivare il cuore da molto lontano, magari con l’aereo, non c’era l’urgenza. Doveva essere successo un incidente mortale in una zona relativamente vicina alla mia città il giorno del mio trapianto. O al massimo il giorno prima.  Mi misi al lavoro cercando su internet gli archivi dei giornali locali partendo dalla mia città e poi spostandomi un po’ più lontano, come con cerchi concentrici. Passai ore a leggere le notizie, schermate su schermate. Nulla. Qualche incidente c’era stato, ma nessun articolo parlava di donazione di organi. Stavo per rinunciare quando su un quotidiano del capoluogo l’occhio andò a una colonnina a fondo pagina. “M.A. di anni 25 si è lanciata dalla sua finestra del quinto piano. La morte è avvenuta dopo una  corsa disperata in ospedale. Da tempo soffriva di anoressia. I genitori hanno disposto per la donazione degli organi”. Un brivido mi attraversò la schiena. Eccola, è lei, pensai. Restai lì a fissare il giornale come se potessi scorgere tra le righe scarne la sua immagine. Sconosciuta M.A, quale parte di lei mi aveva donato? Il suo cuore. O il suo ego? Il suo essere  profondo e sconosciuto. O la sua anima? E la vidi, mentre si aggirava tra le stanze evitando il cibo, la vidi mentre fissava con orrore lo specchio. La vidi fuggire gli sguardi della gente e cercare gli angoli bui per poter scomparire. La vidi, mentre volava verso la strada finendo sul selciato, come stesse dormendo. Vidi l’ambulanza e l’ospedale, vidi il suo cuore che veniva portato via. Per me.  Provai un senso di vuoto, di profondo smarrimento. Chiamatelo senso di colpa o rimorso, se volete. Piansi. Mi avvicinai alla finestra e mi vidi scavalcare a mia volta e volare, con le braccia aperte, come fossero ali. Arrivo, sconosciuta M.A. pensai, arrivo e ti riporto ciò che ti appartiene.  Suonò il telefono.  Per un lungo attimo pensai con fastidio di non rispondere. Guardai la strada, guardai il telefono, poi lentamente voltai le spalle alla finestra, alzando la cornetta.






Il racconto è pubblicato nell'antologia STORIE DI GENTE A PEZZI - Delmiglio Editore - In vendita in libreria.