giovedì 20 giugno 2013

Sulle strade del Kurdistan

di Enzo Macrì



All’inizio di ottobre 2012 una delegazione di 15 persone composta da medici, avvocati, imprenditori, sindacalisti, giornalisti proveniente da diverse parti d’Italia si è recata nella Regione Autonoma del Kurdistan irakeno, nel nord dell’Iraq. L’obiettivo principale era di conoscere meglio la realtà, in quella parte di Medio Oriente così travagliata e contraddittoria. Si volevano incontrare parlamentari, partiti e associazioni della società civile, vedere luoghi e siti, stabilire rapporti di collaborazione e di cooperazione, capire la realtà di una terra così carica di tensioni e di speranze. 

Il percorso ha compreso  le città di ERBIL (HEWLER, in kurdo), attuale capitale della regione autonoma del Kurdistan, che risale all’epoca assira e conta qualcosa come 7 mila anni di storia; HALABJA, la città martire, dove Saddam Hussein compì un vero e proprio genocidio della popolazione con i gas nervini; SULEIMANYA, seconda città del Kurdistan iracheno, centro commerciale, culturale e universitario di primaria importanza; il CAMPO PROFUGHI DI MAHMURA, dove vivono 13 mila persone  fuggite attraverso le montagne dalla distruzione dei loro villaggi nel Kurdistan turco e il campo profughi di Domiz, gestito dall’UNCHR sul CONFINE SIRIANO-IRACHENO, popolato da una sterminata tendopoli di profughi.  Avremmo voluto visitare anche KIRKUK, città contesa tra Curdi, arabi e turcomanni; città che i Curdi vorrebbero come loro capitale. L’abbiamo sfiorata, percorrendone la circonvallazione, ma erano i giorni degli scontri tra la Turchia e la Siria, le truppe irakene erano in preallarme, la tensione altissima, non ci è stato quindi consentito l’accesso  per ragioni di sicurezza.


Erbil,  capitale del Kurdistan iracheno

L’arrivo a Erbil  ci sorprende. Ci aspettavamo una città uscita da una guerra, una città che aveva per anni sopportato l’oppressione del regime di Saddam, una città che avesse ancora visibili i segni della sofferenza. E invece no. Strade grandi e pulite, traffico di una grande metropoli, palazzi in costruzione e gru dappertutto, segni di una grande esplosione economica. Erbil  è una città di 1.200.000 abitanti, sede del Parlamento e del Governo del Kurdistan, dominata  da un’antica cittadella fortificata risalente a 4000 anni fa, circondata da bellissime mura che sono oggetto di una completa ristrutturazione. 

Al centro della città, il bazar che si estende tutt’intorno in un labirinto di viuzze, con gli odori delle spezie, i colori delle stoffe e le abbaglianti botteghe degli orafi. E poi i banchi con la frutta frullata, da bere con la cannuccia in grandi bicchieri colorati,  i melograni snocciolati, da mangiare con il cucchiaio, gli immancabili carrettini con il kebab. Agli angoli improbabili cambiavalute con pacchi inverosimili di carta moneta. Il cambio, per la verità sempre corretto, è di 1500 dinari per un euro. Si mangia con poco. Un buon pasto può costare dai cinque ai dieci euro. Il taxi è monopezzo: 5.000 dinari (poco più di 3 euro) per qualsiasi spostamento in città.  La gente è gentile e si fa in quattro per farti sentire a tuo agio. Molti ci avvicinano con curiosità. Non capita spesso di vedere stranieri per le strade di Erbil. 

Un ragazzo mi chiede per quale squadra faccio il tifo. Faccio fatica a fargli capire che non ho una squadra preferita, poi mi rassegno e dico Juventus. Sa tutto della Juventus, di Buffon, grande portiere e di Del Piero che è andato a giocare in Australia, ma lui tifa Barcellona, la più grande squadra del mondo. Anche questo è forse il segno di una ritrovata normalità. 

Erbil, la capitale del Kurdistan irakeno  è la terza città dell’Iraq,  dopo Baghdad e Mossul. Veniamo ricevuti del vice presidente del Parlamento, Hassan Mohammad che ci accoglie cordialmente. “Oggi la situazione è molto cambiata rispetto al passato – dice con orgoglio – qui si può fare tutto liberamente, esattamente come in Europa. Si può uscire la sera e camminare per le strade senza alcun pericolo.  Centinaia di aziende si sono insediate in Kurdistan, molte sono italiane perché oggi sentono questo Paese più sicuro”. Dalla caduta di Sadam, nella regione autonoma del Kurdistan  si sono tenute per tre volte libere elezioni. Nel 2009 si sono presentati  ben 40 partiti.  Sono stati eletti  111 deputati con il sistema proporzionale, di cui 38 donne.  I due partiti maggiori – il PDK di Massud Barzani e il PUK di Jalal Talabani - hanno avuto  52 deputati; 23  sono i parlamentari del partito Goran ( Cambiamento) che si colloca all’opposizione con i due partiti musulmani che hanno un totale di 10 seggi; i rimanenti seggi sono suddivisi tra Assiriani, Armeni,  Comunisti e Socialisti. Il Governo deve affrontare una situazione molto difficile, soprattutto dal punto di vista delle risorse petrolifere, i cui proventi dovrebbero essere assegnati  alla regione autonoma nella misura  del 17%, ma in realtà, lamenta Mohammad Hassan, ne arriva circa l’11%,  perché il rimanente è trattenuto dal governo centrale di Bagdad. Dopo il 1991 e l’introduzione della “no fly zone” e poi con la liberazione dal regime di Saddam,  vi è stato uno sviluppo molto accelerato anche dal punto di vista democratico. “Prima di allora – dice il vicepresidente - c’era un solo capo (Saddam Hussein), un unico partito, una sola rete televisiva; oggi ci sono 40 partiti, 600 giornalisti in attività, nessuno è in carcere per motivi politici.  Sì, ci sono  gruppi islamici fondamentalisti che   tentano di ostacolare la democrazia, ma il controllo del territorio e l’attenzione continua fa sì che non possano nuocere”. A una precisa domanda sui rapporti con Bagdad, Hassan Mohammed si schernisce e riferisce diplomaticamente che dopo il 2003 sono cessati i contrasti con il governo centrale ed oggi l’Iraq ha un sistema federalista. Buoni i rapporti anche con la Turchia, aggiunge,  tanto che il 20% delle aziende del Kurdistan sono turche. Inevitabile quindi una domanda sulla possibilità in un futuro relativamente breve di riunificare  in un’unica entità le quattro regioni in cui è diviso il Kurdistan.  Non si sottrae alla risposta: “non sarà  facile dice -  è un nostro diritto, ma ereditiamo un assetto di confini dettato dalle grandi potenze coloniali. Noi curdi – aggiunge con amarezza -  siamo stati gli unici perdenti”. Non è mancato un accenno alla  questione siriana dichiarando diplomaticamente  che la posizione ufficiale del Kurdistan è quella di stare dalla parte del popolo siriano. Dopo l’incontro abbiamo avuto la possibilità di visitare liberamente gli uffici del parlamento, di incontrare e di parlare tranquillamente, senza alcun filtro con   numerosi deputati sia della maggioranza che dell’opposizione. In sostanza l’impressione è quella di una città in forte espansione, capitale di uno stato piccolo, ma orgoglioso, consapevole di rappresentare un sogno accarezzato per anni e anni,  difficile da realizzare, ma per la prima volta veramente a portata di mano. Gli equilibri sono difficili, tuttavia per la prima volta la bandiera del Kurdistan sventola senza problemi sui palazzi pubblici e il nome stesso di Kurdistan viene pronunciato pubblicamente senza timore e con orgoglio.

Halabja

Halabja, cittadina di 60.000 abitanti, sul confine con l’Iran, tristemente famosa perché lì si è compiuto un vero e proprio genocidio. E’ considerata la città martire del Kurdistan iracheno. Il 16 ed il 17 marzo  del 1988, durante la guerra tra Iraq e Iran,  la città e i villaggi che la circondano furono bombardati a tappeto dall’aviazione irachena. Le bombe contenevano un composto chimico letale, un miscuglio di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici. Ci furono almeno 12.000 vittime, tutte civili, in massima parte anziani, donne e bambini. Oggi a Halabja è stato realizzato un museo,  monumento elevato contro la barbarie.  C’è una grande lapide in marmo nero con le migliaia di nomi delle vittime e ci sono le fotografie delle persone  colte dalla morte nella loro quotidianità.  Madri che tentavano di proteggere i loro bambini, corpi disseminati per le strade nel vano tentativo di fuggire, famiglie colte nella loro intimità domestica. I danni di quelle bombe vengono trasmessi ancora oggi dai sopravvissuti alle nuove generazioni. Danni neurologici, malformazioni, tumori, leucemie. E danni psicologici, non meno importanti di quelli fisici. Vicino al museo c’è un centro di riabilitazione delle vittime, tenuto da una ONG indipendente con uno staff di medici e psicologi in prevalenza tedeschi.  Il 90% degli assistiti è affetto da danni psichici, accompagnati da problemi polmonari, respiratori, oftalmici e dermatologici. Gli operatori si recano gratuitamente presso le abitazioni dei pazienti dando loro assistenza medica e psicologia e, in caso di necessità,  li indirizzano   ai vicini ospedali per le analisi del caso e le cure specialistiche. Ci inerpichiamo sulle pendici di quei monti, passiamo attraverso i villaggi tra ali di bambini curiosi e di adulti che ci salutano sorridenti sulle porte di casa. Sembra impossibile che quei luoghi così belli e quella gente gentile abbiano potuto, solo pochi anni fa essere vittime di un orrore così grande. Eppure non c’è famiglia che non abbia avuto qualche vittima al suo interno. Le ferite sono ancora aperte e non è bastata la caduta di Saddam per lenire il dolore. Ci vorranno anni e anni e più di una generazione perché possano rimarginarsi.

Sulemanya
Sulemanya e’ il capoluogo della provincia omonima che corre fino al confine con l’ Iran. È’ la seconda città del Kurdistan dopo la capitale. È’ un centro culturale e universitario molto vivo. E’ in piena espansione, sede del secondo museo archeologico dell’Iraq  per importanza, dopo quello di Baghdad. 

Un autentico viaggio nel tempo, dalla preistoria ai primordi della storia con inestimabili tesori. Stoviglie e armi di quarantamila anni fa, oggetti d’oro e d’argento provenienti dalla mitica città di Ur, tavolette con frammenti del Gilgamesh risalenti a 2500 anni prima di Cristo, il codice di Hammurabi. La civiltà dei Sumeri, degli assiri e di Babilonesi. E la civiltà dei Medi, i progenitori dei Curdi. La civiltà della mezzaluna fertile, l’Eden, tra il Tigli e l’Eufrate. Camminare tra quei reperti mette un senso di soggezione e di rispetto. Si parla piano, per non disturbare, quasi intimoriti, come sospesi, galleggiando sul mare del tempo.  Il museo è tenuto da uno staff di persone preparate e gentili. Due ragazze che fanno da guida illustrano i vari reperti con proprietà di linguaggio e dovizia di particolari. Si vede che svolgono il loro lavoro con passione e dedizione. “Purtroppo i visitatori sono molto rari, ma cresceranno – ci dice con fiducia la direttrice -  lo staff del museo è pronto a riceverli, inoltre è quasi ultimata la nuova sede del museo, moderna e funzionale”. A Suleymanya c’era, al tempo si Saddam, uno dei più terribili e famigerati carceri utilizzati dal regime per controllare e terrorizzare l’opposizione: l’ Amna Suvaca, chiamato anche il carcere rosso. Rosso come il sangue di coloro che vi sono stati incarcerati e come la polvere presente dovunque. Polvere e mattoni, polvere e filo spinato, polvere e finestre crivellate dalle pallottole. Polvere dappertutto. Polvere che ti toglie il fiato e ti annebbia la vista.  Attraversare il  cancello d’ingresso mette ancora oggi un po’ di timore.  All’interno saltano subito agli occhi  i grandi caseggiati che recano ancora i segni della battaglia ingaggiata dai peshmerga (i partigiani curdi) e dalla popolazione che nel 1991 diedero l’assalto al carcere.  Due giorni di combattimenti, ma alla fine furono liberati 1500 prigionieri e il carcere cessò di essere prigione. 

All’interno di uno dei  caseggiati ci sono alcune celle,  minuscole e completamente spoglie. Ospitavano, nello spazio di soli 3 metri quadrati 4 o 5 persone destinate al patibolo. Le altre celle, sotterranee,  erano destinate ai  detenuti che dovevano affrontare una  lunga detenzione. Buie e maleodoranti, senza quasi luce, i prigionieri vi restavano per anni, senza contatti con l’esterno e senza sapere che fine avrebbero fatto. Un piccolo finestrino in alto, irraggiungibile, veniva mascherato per non permettere al sole di filtrare. A lato  delle celle, le camere  di tortura, insonorizzate per non far udire le grida. Le donne venivano regolarmente stuprate e quelle che rimanevano incinte partorivano i figli in carcere. I bimbi venivano a volte portati via, altre volte lasciati con le madri nelle celle, dove crescevano nelle stesse misere condizioni. Prigionieri fin da piccoli, senza alcuna colpa. Oggi quel luogo orribile, causa di grandi sofferenze e’ stato trasformato in museo,  luogo di memoria collettiva. “Perchè non succeda mai più”, dice uno dei soldati di guardia che ci fa da improvvisato cicerone. Uscendo nel grande cortile,  un gran numero di carri armati e mezzi antiaerei in disuso di produzione sovietica e svedese danno il segno di quella che avrebbe dovuto essere la potenza militare del regime di Saddam Hussein e della battaglia che lì si è consumata. Quando il carcere fu liberato, la città intera irruppe all’interno. Non c’era famiglia che non avesse avuto un parente che non fosse stato imprigionato o fosse morto in quelle celle. Ma molti carcerieri, all’ultimo momento  riuscirono a fuggire  scambiando  i loro vestiti con quelli dei detenuti, approfittando dei momenti di concitazione.  “Gli insorti razziarono tutto ciò che fu possibile razziare - racconta Said Lukman, la nostra guida, che seppur giovanissimo, all’epoca, aveva partecipato all’insurrezione - molti presero le armi abbandonate dai soldati, altri mobili o supellettili,  io – aggiunge con un sorriso – con l’aiuto di mio fratello, presi un sacco con 50 chili di lenticchie. La famiglia era povera e la fame era tanta!

Mahmura
A 55  chilometri da Hewler (Erbil),  in mezzo al deserto iracheno, si estende il campo profughi di Mahmura. 

Case in muratura, tirate su alla meglio, con blocchi di cemento di grandi dimensioni  e con i tetti di paglia e teli di plastica per non far passare l’acqua. Caldo d’estate e freddo d’inverno. Una sorta di piccola città senza fogne e con le strade sconnesse di terra battuta. Qui lo sviluppo economico non è arrivato.  Il pensiero corre ad  altri campi profughi e ad altre case fatte di blocchi di cemento tirati su alla svelta, uno sull’altro, per dare un riparo che avrebbe dovuto essere provvisorio e che invece è diventato permanente: i campi dei profughi palestinesi alla periferia di Gerusalemme. 


A Mahmura vivono, dagli anni novanta, in stato di grande povertà, oltre 12.000 persone, fuggite attraverso le montagne dalla distruzione dei loro villaggi nel Kurdistan turco e provenienti in massima parte dalle  Sirnack e Hakkari.  Per sette volte hanno costruito e abbandonato il loro campo, poi si sono fermati a Mahmura. Terra di serpenti e di scorpioni, ci dicono, ma comunque terra, sulla quale si può vivere. Il campo e’ organizzato  come una vera e propria città, con un Sindaco e 15 consiglieri, di cui  5 donne. Un’ Assemblea generale,  composta da 81 persone, eletta ogni 2 anni  si riunisce periodicamente ogni 2 mesi per affrontare i problemi che mano a mano si presentano alla comunità. Il campo è diviso in piccoli quartieri, ciascuno con  il suo rappresentante. 

Tutti coloro che svolgono funzioni pubbliche lo fanno senza ricevere alcun compenso. Il governo curdo riconosce questo campo e le Nazioni Unite (UNHCR) hanno costruito una scuola e un ambulatorio e  forniscono   derrate alimentari e medicinali. La maggior parte degli uomini  si reca tutti i giorni fuori dal campo per lavorare, soprattutto  nel settore dell’edilizia.  Per  entrare o uscire  dal campo bisogna possedere un permesso, una sorta di documento di identità, riconosciuto congiuntamente dalle autorità del campo, dall’Unhcr e dal governo kurdo. Un ospedale vero e proprio non c’è, ma solo un piccolo ambulatorio aperto quattro ore al giorno. In caso estrema di necessità, i malati vengono inviati a Erbil, a ore di strada. Il medico e l’infermiera che ci accolgono nella struttura spiegano che ci sono seri problemi di salute che derivano soprattutto dalla mancanza  di acqua potabile, per la  presenza di  soda caustica nella falda e  dalla mancanza di fognature.  Le malattie sono  frequenti, soprattutto il cancro del colon, problemi renali, l’artrosi, il diabete ed l’ipertensione. Ci chiedono esplicitamente di farci carico di un progetto per la costruzione di un piccolo ospedale con dieci posti letto, una sala operatoria e alcuni macchinari diagnostici indispensabili. Non ce la sentiamo proprio di dire di no e facciamo una promessa. La cosa più sorprendente a Mahmura è il numero di bambini e di giovani che vivono nel campo: oltre  un terzo della popolazione.


Il campo è dotato  di  quattro nidi, quattro scuole elementari,  una scuola media e un liceo  con oltre 300 studenti.  Il 90 % dei ragazzi frequenta la  scuola  e il 98% della popolazione sa  leggere e scrivere; molti ragazzi vanno all’università  di Erbil alla quale  si accede   con un esame di ingresso che accerta, tra le altre competenze, la conoscenza della lingua sorani. Gli studenti imparano anche il  curdo  kurmangi e al liceo studiano anche l’arabo e l’inglese. 

Gli insegnanti sono tutti appartenenti  al campo ed organizzano fra di loro corsi di aggiornamento. Il liceo è stato appena costruito dall’UNHCR strappando al deserto un pezzo di terra scura per metterci sopra moderne palazzine  con le aule che danno su  un grande cortile.  

I ragazzi che incontriamo sono  seri, attenti, disponibili. Suona la campanella dell’intervallo e si ritrovano nel grande cortile, a gruppi per chiacchierare e per scherzare,  facendo comunella, come tutti i ragazzi del mondo. Qualcuno di loro andrà all’università, a spese della comunità e poi tornerà e per due anni, come una tacita regola dice,  lavorerà gratis per la collettività.  Sembra il Paese di Utopia e invece laggiù a Mahmura, in pieno deserto, in una terra popolata da serpenti e scorpioni, in un posto che non esiste sulle carte geografiche, pare proprio che l’Utopia sia diventata realtà. Sulla strada del ritorno, come al solito, facciamo  il punto della giornata e abbiamo negli occhi i volti di quei ragazzi e i visi sorridenti della gente che vedendoci passare  ci ha salutato per strada, facendo il caratteristico segno a V con indice e medio alzati. Ci diciamo che l’ospedale sarà un’impresa difficile da portare a termine, forse superiore alle nostre forze, tuttavia abbiamo promesso e… una promessa si deve mantenere.

Il campo profughi di Domiz  alla  periferia di  Dhok

Su un vasto altopiano a 1500 metri sul livello del mare, a Domiz, alla periferia di Dhok, sul confine con la Siria,  si estende una grande tendopoli dell’UNHCR (Nazioni Unite) dove  sono accampati oltre tremila rifugiati.  Faysal Ahmed, di mestiere  insegnante, profugo proveniente da Romada, in Siria, è il responsabile del campo. Ci spiega  che gli abitanti del campo sono tutti profughi curdi siriani  provenienti per la maggior parte da Qamisli, cittadina al di là del confine. Molti sperano  di tornare in Siria dopo la caduta del regime di Assad, ma  i più poveri, dice con amarezza, quelli che non hanno lasciato nulla al di là del confine, se non i ricordi di privazioni e umiliazioni, cercheranno un futuro migliore nella  terra che li ha accolti e che possono finalmente chiamare Kurdistan senza timore. 




Parole di speranza, nonostante il campo sia una grande tendopoli e l’inverno è molto freddo. Ma essere accolti da un sorriso amico e ricevere in breve tempo un documento di identità che per anni era stato negato oltre confine, da’ speranza e anche una tenda provvisoria può sembrare l’inizio di una nuova vita e non una condizione di assoluta precarietà. Il documento da’ un’identità, la certezza di esistere e contare qualcosa, la possibilità di muoversi liberamente e di cercare un lavoro e magari di trovarlo. Un piccolo, semplice documento di identità che dovrebbe essere  una cosa normale, laggiù, a  Domiz, al confine con la Siria è la vita. 

Al campo,  a solo un’ora di cammino dal confine, ogni giorno arrivano  un centinaio di persone.Non è difficile passare la frontiera  e i peshmerga, sulle montagne,  non pongono nessun ostacolo. Nel campo ci sono tutti i servizi essenziali. L’ambulatorio medico, che oltre che effettuare le visite, distribuisce i medicinali, è cogestito da medici inviati dal governo e da  “Medici senza frontiere”.  Vengono assistite più di 200 persone al giorno. Sono molto comuni la gastroenterite, la dissenteria e non mancano problemi epidermici.  I medici,  impegnati 24 ore al giorno, con turni di 8 ore, prestano tutti  la loro attività gratuitamente. In ogni tenda ci sono, di solito, quattro persone; alle famiglie con più di cinque membri vengono assegnate due tende. Il cibo viene distribuito e poi ciascuno lo cucina da sé mantenendo così, per quanto possibile,   una parvenza di “normalità” nella vita di tutti i giorni. Intorno i bambini, tanti bambini, che alla vista di un gruppo di stranieri, dopo un primo approccio che potremmo chiamare “di studio”, prendono confidenza e si lanciano in una inaspettata “manifestazione” contro il regime di Assad, al grido scandito di “libertà, libertà”… “Assad vattene”!  Un gioco, liberatorio e chiassosissimo, sotto gli occhi un po’ preoccupati e un po’ compiaciuti degli adulti.L’impressione complessiva è quella di una comunità povera di mezzi, ma ricca di aspettative. Sguardi sorridenti, nonostante tutto, persone disponibili a farsi fotografare e a parlare, senza riserve, della loro condizione e delle loro speranze.  

Una famiglia, che sta consumando il magro pasto ci invita “a pranzo” nella tenda con una certa insistenza. Siamo commossi da tanta ospitalità, vorremmo accettare, un po’ per cortesia e un po’ per condivisione, ma si è fatto tardi e gli autisti ci ricordano che Erbil è a oltre quattro ore di strada e che arriveremo di notte. Ce ne andiamo, a malincuore, stringendo le mani e ricambiando i sorrisi.  Tutti ci chiedono una sola cosa: di parlare di loro e del loro campo al nostro ritorno a casa, di non dimenticarli.

Mustafa Barzani


La strada che porta da Erbil a Barzan, il paese natale di Mustafà Barzani, una delle figure più importanti della rinascita curda, sale stretta e tortuosa tra i monti settentrionali del Kurdistan irakeno. Lì  si annidavano i partigiani, autentica spina nel fianco del regime di Saddam, il quale aveva giurato di non lasciare su quelle pendici neppure un albero, oltre che neanche un uomo. E ci aveva provato, a più riprese con napalm, bombe convenzionali, armi chimiche. Anfal fu il nome dato  a una serie di operazioni militari, otto in tutto, condotte in sei aree geografiche distinte, fra l’aprile e il settembre del 1988. Il comando delle operazioni era affidato a Ali Hassan Al Majid, meglio conosciuto come “Alì il chimico”.  I villaggi venivano svuotati, le famiglie smembrate, gli uomini separati dalle donne e dai bambini. Furono distrutti  1.200 villaggi e a tutt’oggi mancano all’appello 182 mila persone, sepolte probabilmente in ignote fosse comuni. Il cimitero delle ottomila  vittime di cui si sono recuperati i corpi, si trova sopra una collina, con lunghe file di semplici lapidi, con una piccola iscrizione su ciascuna,  tra l’erba gialla, nel silenzio. Saddam perpetrò le stragi e bruciò le montagne, ma non riuscì mai a completare la sua follia. Oggi centinaia di migliaia di nuovi alberi sono stati ripiantati e riempiono di macchie verdi le pendici dei monti. Nei prossimi anni, crescendo, ridaranno vita e forza a quelle terre, quasi come metafora della  rinascita di una nazione, calpestata, ma non vinta, caparbia e piena di speranza nel futuro. 


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