giovedì 18 luglio 2013

L'UOMO DEL QUADRO (L'ultima strega)

di Enzo Macrì

Caro amico,
spero che leggerete questa mia lettera. Il guardiano a cui l’affiderò mi ha promesso di farvela avere. Ero così ingenua all’inizio, ricordate?. Mio padre mi aveva data in sposa al conte di Saint Denis e io figlia ubbidiente mi sentivo fortunata.  Aveva modi garbati ed era pieno di attenzioni. Le mie poche amiche favoleggiavano di serate di gala, saloni illuminati e grandi balli, ma io non mi dolevo di starne lontana. Mi bastava la mia quiete serena, il mio mondo ovattato e le attenzioni del mio sposo. Quello era il mio mondo, la mia vita. Me ne stavo nel mio bozzolo, al sicuro. Poi arrivaste voi, amico mio amatissimo, ricordo ancora  quando entraste in casa per la prima volta  assieme a mio marito.
“Questo è il conte di Evry - mi disse sorridendo – mio compagno d’armi e amico, vorrei che fosse il vostro cavalier servente”
“Un cicisbeo per me? – risposi sorpresa, arrossendo – lo ritenete opportuno?”
 “Si, lo ritengo opportuno – rispose – devo partire per un lungo viaggio e non posso lasciarvi in balìa di un mondo che non conoscete. Là fuori è il pericolo e non potete affrontarlo da sola. Albert, il conte di Evry, è un caro amico, sarà il vostro cavaliere, veglierà su di voi e vi guiderà, durante la mia assenza”.
Partì e voi mi guidaste  come un fratello premuroso. Ma come eravate diverso dal mio sposo!
“Questo è il secolo dei lumi - dicevate – e voi ve ne state chiusa in casa senza farne parte. Ve lo mostrerò io questo mondo che cambia e che riluce”. Dovete entrare in società, frequentare i salotti, conversare, aprire la vostra mente”.
Io, sulle prime non capivo. Il mio mondo era la mia casa, i miei interessi il giardino, i fiori, il cucito e poco altro. Vi consideravo un intruso nella mia vita. Non ero avvezza alle attenzioni di un estraneo. Poi, poco alla volta mi abituai a voi, ai vostri modi così diversi,  ai vostri discorsi sul futuro e sul mondo. Iniziai a seguirvi nei vostri pensieri, cominciai a percepire il senso dei vostri discorsi. Mi portavate libri e volevate che li leggessi. Quei libri  bruciavano come fuoco. Mi pareva di fare peccato. Poi, poco alla volta mi immersi in quelle pagine. E naufragai. Cominciai a intravedere quel mondo di cui mi parlavate, per me fino ad allora sconosciuto. Mi portaste con voi nei salotti e nei “caffè”. Che differenza con le botteghe della cioccolata dove di tanto in tanto mi accompagnava mio marito per darmi svago. Nei “caffè” non c’erano nobili o dame della buona società, ma la gente del popolo.  Quei commercianti e quegli artigiani che io non avevo mai considerato, quelle persone che mi giravano intorno nella quotidianità e che io non vedevo neppure. Mi faceste scoprire un mondo nuovo. Ci mischiavamo alla gente comune che discuteva liberamente, senza orpelli e senza finzioni. Diceva quel che pensava senza preoccuparsi delle buone maniere, ma arrivando al nocciolo delle cose. Foste per me fratello, accompagnandomi con delicatezza, ma anche con decisione sulle strade di quella che voi chiamavate “conoscenza”. Non c’erano più dogmi né pregiudizi. Tutto veniva discusso e filtrato dalla “ragione”. Che giorni furono quelli! La mente a spaziare senza freni e il fuoco dentro.
Poi, un giorno mio marito tornò. Non mi raccontò niente del suo viaggio. Mi accorsi di non sapere nulla di lui. Chi era, dove andava, cosa pensava? Mi riempiva di attenzioni, ma cos’ero veramente per lui? Un oggetto da mostrare, forse, o un animaletto da coccolare. Non mi bastava più. Per fortuna c’eravate voi, il mio cavalier servente. Tutte le signore di buona famiglia ne avevano uno e anche io potevo averlo. Era una questione di prestigio, di lignaggio, pensava mio marito. Col suo permesso continuammo a frequentarci. D’altra parte anche lui era sempre più spesso fuori casa. Anche lui, a sua volta era forse cavalier servente di qualche dama dell’alta società. Ma io non sapevo niente di lui e per la verità  la cosa non mi toccava, mi accorsi che mi era diventato indifferente. Al contrario i miei incontri con voi, mio confidente, diventarono per me preziosi. A voi potevo dire senza esitazioni tutti i miei pensieri. Con voi potevo parlare senza remore di tutto ciò che mi passava per la testa. Parlavamo del mondo e della vita, di filosofia e di letteratura. Nascondevo i libri che mi portavate sotto i cuscini che abbondavano nella mia stanza. Mio marito non doveva vederli, erano il legame vero  tra voi e me. Era il nostro mondo comune, il nostro tacito segreto. Ricordo quando mi portaste una copia dei “Pensieri” di Diderot. Era un volume proibito,  miracolosamente scampato al fuoco a cui era stato destinato e voi lo donaste a me. Mai dono fu più gradito. Mi immergevo in quelle pagine come un pesce nel mare. Eravamo complici e lo sapevamo. Bastava uno sguardo per capirci. Attraverso voi aprivo la porta sul mondo e vivevo. Se ne accorse anche mio marito, ma non fece nulla per impedirlo. Solo diradò le sue visite nella mia camera. Cominciò a parlarmi con asciuttezza, con brevi frasi di circostanza. Poi, un giorno appese al muro quell’ orribile quadro che tanto mi ha fatto inquietare. Ricordare? Quell’ uomo ricurvo, con una gobba pronunciata, appoggiato al suo bastone, sembrava che ci guardasse e che ascoltasse ogni nostra parola.
“State tranquilla – dicevate – è solo un quadro appeso al muro, non può far del male”.
Ma io ero inquieta e non ne sopportavo quasi la vista.  Ogni volta che lo guardavo mi pareva che il volto dell’uomo nel dipinto cambiasse espressione. A volte accigliato, a volte beffardo, sentivo il suo sguardo su di me ed ero inquieta.
Continuammo le letture e i discorsi mentre il nostro rapporto si faceva sempre più stretto. La nostra confidenza, il nostro essere ormai così vicini e complici si trasformò in qualcos’altro. Amore forse? Non ce lo siamo mai detto, ma i nostri corpi si incontrarono in quella sera d’autunno. Chiusi gli occhi e vi lasciai fare abbandonando tutta me stessa. Quando riaprii gli occhi l’uomo del ritratto mi fissava con uno sguardo di fuoco. Ebbi un sussulto.
“Siete troppo impressionabile – diceste voi – ve l’ho detto, è solo un quadro”.
Riusciste a tranquillizzarmi.  La sera stessa, quando ve ne andaste, rientrò mio marito. Mi guardò come non mi aveva mai guardato.
“Domani partirai – mi disse asciutto – prepara le tue cose”.
“Partirò? Che vuol dire”?
“Vuol dire che partirai. Andrai in un borgo in montagna,  abiterai in una piccola casa, lontana da me, lontana da Parigi.
“Sola? Ma come farò?”
“Ti darò una piccola rendita perché tu possa vivere, ma non voglio più vederti”.
Mi voltai e attraverso le lacrime mi parve di scorgere un sorriso beffardo sulle labbra dell’uomo nel ritratto.
La mattina dopo, all’alba, venne la carrozza e mi portò via.  

E adesso da questa  cella in cui mi hanno rinchiusa, da questa finestrella che dà sulla piazza,  vedo il grande palco con le fascine di legna pronte per essere accese. “Sei una strega - mi hanno detto - te la intendi col maligno, leggi i suoi libri”. Strega? Si può credere ancora alle streghe nel 1750? Ma contro il pregiudizio non c’è difesa. Guardo la folla intorno al palco mentre urla la sua ignoranza e la sua rabbia mal riposta. “Popolo - diceva il prete durante i suoi sermoni domenicali - la cui ignoranza è nell’ordine naturale delle cose, come  Dio vuole. Popolo che va protetto dall'eresia e dai libri che possono fuorviare e indurre a pensieri pericolosi. E tu pentiti - diceva, additandomi dal pulpito - sottomettiti e torna tra noi”. Io sostenevo il suo sguardo a testa alta, mentre sentivo gli occhi della gente  addosso. Ero un’estranea. Mi guardavano con odio e con timore. Sentivo il loro disprezzo e la loro paura sulla pelle. Paura del nuovo, paura della diversità, paura di non avere più certezze, paura di perdersi, paura di tutto.  Ma non ho ceduto. Sono un essere pensante e non mi rassegno. Ma quanta distanza c’è tra questa piccola contrada ai confini del mondo e le strade illuminate di Parigi! Che differenza tra i salotti in cui si discuteva di tutto e queste piccole case dalle porte chiuse. Che età strana stiamo vivendo, tra il futuro che riusciamo già a vedere  e i  pregiudizi di un mondo ormai passato che non vogliono morire. Venendo qui portai con me i libri e soprattutto portai me stessa. La donna nuova, l’essere consapevole, colei che ha aperto gli occhi e non li vuole più chiudere. La donna che non vuole più essere considerata come cosa o animale. La donna che vi è stata amica, amante, complice. Colei che ha condiviso con voi un’idea di libertà e che non può più tornare al “prima”. “Le femmine devono stare al loro posto, in casa a fare le mamme e le spose”, mi disse il giudice alla prima udienza del processo per stregoneria a cui mi hanno sottoposta. Ma le parole mi passano addosso senza ferirmi. Sono forte. E sono consapevole. A me stessa non rinuncio. Non più.
Oggi ho avuto una visita. Un uomo grande, con una gobba orrenda, camminava con difficoltà, zoppicando,  appoggiandosi a un bastone. Indossava un lungo pastrano e aveva il capo coperto da un cappuccio. Pareva un frate.  “Non sono una strega – gli dissi – non ho bisogno dei conforti religiosi. Non ho peccato!”
“Ne sei sicura? – disse con voce stridula mentre con la mano si levava il cappuccio. Un brivido mi attraversò la schiena. L’uomo del quadro mi guardava e il suo sguardo mi penetrava come una lama. Dopo un primo momento di smarrimento ritrovai un po’ di me stessa e lo fronteggiai.
“Sì sono sicura – gli dissi – sono una donna, un essere umano pensante e consapevole, non una strega. Chi siete voi, piuttosto? Da quale inferno siete venuto?”
Non rispose. Il suo sguardo si fece meno duro. Mi porse una piccola ampolla.
“Tieni – mi disse – è un estratto di vite bianca che coltivo nel mio giardino. Poche gocce fanno miracoli.  Ti eviterà i tormenti del fuoco e l’umiliazione della carne”.
Ero  come stordita. Presi l’ampolla senza rispondere, stringendola tra le mani.
L’uomo del quadro si rimise il cappuccio e mentre si voltava per andarsene, mi parve avesse una specie di sorriso sulle labbra. 

E ora addio, mio caro, adesso vedo in me come nell’acqua chiara. Sento i rintocchi ritmati dei tamburi giù nella piazza, sento il vociare sguaiato della folla, sento i passi dei secondini che si avvicinano. Ma non permetterò alla furia cieca e ottusa  di infierire su di me. Non lascerò che il pregiudizio abbia la meglio.  Me ne andrò prima. Libera.



cover-erbe5La bottega dell’erboristaOgnuna delle venti novelle di questa raccolta è ispirata a una specifica erba officinale, alle sue peculiari caratteristiche curative ma anche, e soprattutto, alle tipiche proprietà venefiche.

Il percorso tracciato dai venti scrittori si snoda attraverso i secoli, a partire dall’ anno mille fino ai nostri giorni, in un mosaico di storie avvincenti e originali. Filo conduttore di queste narrazioni è la mitica figura di Ismaele Cain, personaggio bizzarro, dotato di poteri al limite del sovrumano, e la ricerca della chiave di una sua ipotizzata immortalità
.Venti novelle, a cui si aggiunge un racconto cornice, che toccano ogni corda emotiva, dalla divertita ironia, al dramma, dalla paura alla soavità fiabesca, in un arazzo complessivo di grande fascino e curiosità.

Gli autori
Danilo Arona, Giuliana Borghesani, Cosma Brusco, Anna Capozzo, Agostino Contò, Simona Cremonini, Luca Ducceschi, Federico Fuggini, Enrico Gregori, Arnaldo Liberati, Enzo Macrì, Angelo Marenzana, Enrico Martini, Rossana Massa, Rosanna Mutinelli, Donatella Righi, Vittorio Rioda, Nicola Ruffo, Filippo Tapparelli, Gelmino Tosi, Martina Trevisan
Delmiglio Editore (Verona 2013)€ 14.00

Il libro è disponibile presso la Libreria Mondadori di Alessandria

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